Black Friday, offerte e occasioni “da morire” (sul serio!)

Oggi è il vero e proprio Black Friday, fissato dagli americani nel venerdì successivo al Thanksgiving Day come tradizionale inizio del periodo di acquisti natalizi. C’è che dice che si chiami black, “nero”, perché grazie ad esso i negozianti ricominciano ad avere conti in nero, come si dice nel linguaggio contabile, ovvero in attivo; altri sostengono che il “nero” derivi dal colore metaforico della giornata per le forze dell’ordine, per quanto traffico e confusione regnino intorno ai grandi centri commerciali, rendendo tale venerdì veramente nero per chi lo debba gestire sulle strade.

Ma c’è una terza possibilità, più “scientifica” – o più criminologica, dovrei dire, per giustificare il nome della giornata: nero, questo venerdì, come il colore del lutto. Il Black Friday Death Count, infatti, tiene il conto delle persone morte in circostanze legate agli acquisti del giorno, molto spesso per atti di violenza derivanti dalla folle frenesia di accaparrarsi i prodotti scontati: dal 2008 al 2018 10 morti, oltre a 111 feriti. Cliccate sull’immagine per leggere lo sconcertante elenco (peraltro limitato ai soli casi nordamericani).
Ecco.

Beh, ora capite perché le civiltà aliene che giungono sulla Terra non prendono contatto con il genere umano?

Non ce l’ho fatta, nemmeno questa volta!

Niente, nemmeno questa volta ce l’ho fatta. Non sono riuscito a non cedere alla solita tentazione.
Ma c’ho provato, credetemi! Appena l’ho vista mi sono detto «No, no, via! Fammici stare il più lontano possibile!». Ho cercato e trovato distrazioni d’ogni sorta, ho lasciato che la mia irrefrenabile curiosità per ogni cosa mi colmasse la mente di qualsivoglia altro pensiero. Ho vagato per tutte le viuzze che portassero dalla parte opposta cercando nei negozi qualcosa da acquistare che ovviamente non ho trovato ma così sperando di fare abbastanza tardi da non aver tempo da perdere, là, e ho persino dato peso alla scusa del troppo caldo, della troppa afa per fare qualsiasi cosa e soprattutto quella cosa.

Poi è venuta l’ora di tornarmene a casa e, convinto di avere ormai sotto controllo la situazione e di saper benissimo resistere alla tentazione al punto da sfidarla apertamente, ho deciso: ci sarei passato proprio davanti, già, tanto non mi avrebbe catturato. Sarei andato oltre in perfetto self control, questa volta incurante delle sue lusinghe, guardando orgogliosamente altrove come se nemmeno esistesse, come se dentro di me, lì dove si generano le emozioni e le suggestioni, la sua non fosse che una presenza evanescente, trascurabile, qualcosa della quale poter tranquillamente fare a meno.
Ecco.

Risultato: 5 (cinque) nuovi libri acquistati, tra cui due tomoni (di saggistica) da 500 e più pagine.

Niente, non ce la faccio proprio, è inutile. O mi tolgono di torno le librerie, intendo dai luoghi in cui sto o passo, oppure ci finisco dentro, ovviamente senza mai uscirne a mani vuote. È una “malattia”, una specie di “sindrome ossessivo-compulsiva” – come se a casa non avessi già qualche centinaia di libri ancora da leggere, e dunque acquistandone sempre più di quanto ne possa leggere, col tempo a mia disposizione. Perché secondo voi con un tale irrefrenabile “impulso volontario a compiere una determinata azione con il fine di placare, seppur momentaneamente, l’ansia generata dal contenuto egodistonico delle ossessioni, che sono pensieri, comportamenti o immagini mentali che ricorrono in maniera insistente dominando la vita psichica di un individuo.” (definizione di “compulsione”, da Wikipedia) mi si placa, appunto, l’ossessione dell’entrare in una libreria e acquistare libri?
No, non si placa.
Ecco.

Un’azione culturale fondamentale

negozi_chiusiVogliamo fare un’azione politica di valore autenticamente e profondamente culturale?
Bene: vietiamo l’apertura domenicale dei centri commerciali oppure, tutt’al più, limitiamola fortemente. Una domenica al mese, non di più. Ecco.