Cosa vuol dire essere “ambientalista”? (Ospite speciale: Fabio Balocco)

Occupandomi di montagne e paesaggi mi occupo anche (nel mio piccolo e per quel poco che posso fare) di tutela dell’ambiente montano, ma non riesco a dirmi un «ambientalista». Nel senso che non penso di fare così tanto per meritarmi questo titolo e perché cosa sia, possa, debba essere un “ambientalista” me lo domando spesso senza trovare risposte così soddisfacenti. Credo che esserlo in senso veramente compiuto sia estremamente difficile, un percorso di costante impegno civico e politico (al netto di qualsiasi parte), di rigore morale, di estrema coerenza, una missione quasi “ascetica” non tanto perché debba contemplare la rinuncia agli agi contemporanei o alla tecnologia (anzi, questa oggi in molti casi aiuta tantissimo a ridurre la propria impronta ambientale) quanto nel carattere altamente ideale che l’essere ambientalista deve manifestare. Poi, ovviamente, chiunque può sentirsi tale nel modo che preferisce e ritiene può consono al proprio spirito, quotidianità e visione del mondo, non è certo una questione di graduatorie di merito: l’importante, dal mio punto di vista, è fare del bene al mondo in cui viviamo sapendo che significa fare del bene a se stessi.

Detto ciò, se dovessi pensare a una persona da poter definire in maniera compiuta e esemplare “ambientalista”, rapidamente il primo pensiero e la conseguente citazione sarebbe per Fabio Balocco, scrittore in campo ambientale e sociale, opinionista su “Il Fatto Quotidiano”, appassionato frequentatore di montagne. Ancor più dopo aver letto il suo più recente libro “Bianco, benestante, ambientalista”, un’opera il cui tema del quale ho scritto nelle prime righe viene dipanato, approfondito e meditato sulla base della notevole e emblematica esperienza personale dell’autore.

Una sorta di (passatemi la definizione) autobiografia estroversa in chiave ambientalista (Balocco invece indica il neologismo «biosaggio»), per quanto nelle narrazioni personali di Balocco molti si possano facilmente ritrovare, per consonanze di vita e di pensiero, o per come da esse si possano sviluppare innumerevoli considerazioni sul tema principale e sugli altrettanto innumerevoli sottotemi possibili.

Al fine di presentare al meglio un libro così particolare, nel quale veramente la barriera tra autore e lettore tende a rompersi di frequente se non a svanire, ne ho chiesto direttamente conto a Balocco. Ecco ciò che è scaturito dalla chiacchierata.

Ti faccio subito “la” domanda: cos’è oggi un “ambientalista”? Cosa di dovrebbe intendere con questo termine, e cosa invece ritieni che la cosiddetta “opinione pubblica” intenda?

Ambientalista è sicuramente chi si attiva in concreto per difendere l’ambiente, ed io l’ho fatto per circa trent’anni. Ma di ambientalisti ne esistono due ben distinte categorie: quelli di pancia e quelli di testa. Ossia: difendo l’ambiente perché mi sento di farne parte. Oppure: difendo l’ambiente perché l’ambiente serve a me uomo per vivere. La prima è una visione olistica, La seconda antropocentrica. Io mi sento di appartenere alla prima. Quanto all’opinione pubblica credo non faccia differenza fra le due categorie e in buona parte associ, come molti uomini politici, l’ambientalista al salotto: quello che disquisisce senza conoscere.

Bianco, benestante, ambientalista” è un titolo tanto obiettivo quanto provocatorio; inizialmente, scrivi a pagina 10, il titolo doveva essere “Gli animali, le piante e qualche uomo”, di tono e senso apparente piuttosto diversi. Come mai lo hai cambiato?

L’ho cambiato perché ritenevo necessario sottolineare nel titolo il dramma in cui sono immerso (e che ritengo comune a molti che difendono l’ambiente): da buon borghese, vivendo in questa società, e posto che in tanti anni di battaglie non ne ho mai, dico mai, vinto una, alla resa dei conti non fa una grande differenza tra essere ambientalista e non esserlo. Quanto ho contribuito a migliorare il mondo? Zero.

[Foto di Chris LeBoutillier su Unsplash.]
Un’altra cosa che metti in chiaro fin dalle prime pagine ci accomuna, visto che da sempre la pratico anche io: scrivere “Natura” con la N maiuscola. Se si può discutere a lungo su cosa sia un ambientalista, ci ritroviamo palesemente a non aver capito bene, noi “Sapiens”, cosa sia la Natura, visto ciò che le cagioniamo. Come può essere?

Credo che solo l’uomo cacciatore e raccoglitore sia stato e sia (non dimentichiamoci che esiste ancora) in armonia con la Natura. Da quando è diventato stanziale, le cose sono cambiate parecchio e ancor di più con l’avvento della rivoluzione (o involuzione?) industriale: è iniziato il dominio e lo sfruttamento intensivo dell’ambiente naturale. Spesso perciò mi ritrovo ad affermare che siamo uno scherzo della Natura.

Nel corso della tua vita da attivista, di azioni e di pensieri, come hai visto cambiare la considerazione diffusa verso l’ambiente naturale e la sua tutela? E parimenti come trovi si sia sviluppato l’ambientalismo, dalla sua nascita (in fondo recente) a oggi?

Tocchi un punto molto dolente. A livello sociale e politico, per lo meno in Italia, la difesa dell’ambiente ha avuto un proprio apice negli anni Ottanta/Novanta. Era un periodo di relativo benessere (o presunto tale) e il tema ambientale era particolarmente sentito. Il legislatore ad esempio promulgò la legge quadro sulle aree protette. Anche le associazioni ambientaliste erano relativamente floride e facevano sentire la loro voce. Poi è iniziato il loro declino, complice un modo di operare obsoleto ma soprattutto a causa della disattenzione della gente (erano e sono altri i temi importanti secondo l’uomo della strada) e la conseguente “crisi delle vocazioni”. Oggi le associazioni vivono in un tunnel di cui non si vede l’uscita.

A pagina 32 apri il capitolo con una bella citazione di Peppino Impastato: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.» Paradossalmente, molto del senso che diamo al termine e all’idea di “bellezza” scaturisce dal paesaggio naturale e lo stesso concetto di paesaggio nasce dalla considerazione culturale della Natura, eppure ci impegniamo a fondo nel distruggere continuamente ciò che definiamo “bello” alla massima potenza. Che ne pensi?

Il concetto di bello è diverso da persona a persona. Io credo fermamente che l’isola di Manhattan fosse bella senza grattacieli, ma la stragrande maggioranza delle persone ritiene invece che sia magnifica così. Legambiente, ad esempio ha edito una guida turistica nei “parchi eolici” (notare anche la distorsione del termine “parco”). A me piace di più un crinale appenninico senza pale. Evidentemente a loro no, o è indifferente. Del resto, a questo proposito, non ti sarà sfuggita la nuova formulazione dell’art.9 della Costituzione. Introducendo il concetto di ambiente (che peraltro esisteva già nelle pronunce della Corte Costituzionale) e di interesse per le future generazioni, a tutta evidenza si sono volute promuovere le energie “verdi” a scapito del paesaggio. E quindi, a mio modo di vedere, della bellezza.

[Ambientalismo ante litteram su un numero della rivista del Touring Club Italiano del 1913. Fonte: https://it.wikipedia.org.]
Tornando all’essere (e al fare gli) ambientalisti oggi, un’altra cosa che metti subito in chiaro nel libro, fin dal risvolto della copertina, è l’antitesi, da bianchi e benestanti – occidentali, aggiungo per ulteriore chiarezza – quali (salvo rare eccezioni) siamo, tra l’avere cura per l’ambiente naturale e l’impronta del nostro stare in quell’ambiente e al mondo, inevitabilmente pesante. Si può cercare di riequilibrare questa evidente contraddizione di fatto, e se sì come?

Come detto, io vivo come drammatica la mia vita, meglio, il mio tenore di vita, che consuma l’ambiente, visto che ad esempio guido un’automobile e ho una dieta alimentare varia. Esattamente come chi ambientalista non è. Come giustamente afferma il filosofo statunitense Timothy Morton, noi viviamo immersi dentro degli iperoggetti, e non vediamo neppure esattamente i danni che, sia pure involontariamente, causiamo all’ambiente naturale. E ai nostri simili, certo.

Tu sei savonese di origine ma vivi da tempo in Val di Susa, dunque a stretto contatto con la questione TAV e tutto quanto l’ha determinata nel tempo fino a oggi – vi dedichi molte pagine nel libro. Posto che chiaramente la TAV è anche legata ai temi alla tutela ambientale del territorio coinvolto, quanto la tua esperienza da residente valsusino è entrata anche nelle riflessioni ambientaliste e le ha determinate, definite, magari cambiate?

Ho vissuto parecchi anni in Valle, ora vivo a Torino, ma continuo a seguire le problematiche connesse con la TAV. La TAV mi ha purtroppo fatto crescere nella conoscenza della nostra classe politica, di “sinistra” come di destra, tutta tesa a concepire e giustificare l’opera inutile per eccellenza, pur di favorire il solito partito delle costruzioni, quello che detta legge nel campo delle grandi opere come nell’urbanistica nel nostro paese. Nessuna proiezione di traffico giustificava l’opera un tempo né la giustifica oggi, ma tant’è si continua a bucare e a sconvolgere il territorio. La mia simpatia è tutta per i cosiddetti “antagonisti”, tra i quali io mi metto a pieno titolo. Del resto, come avvocato No TAV ero presente quando lo Stato con le sue forze di polizia fece irruzione nel sito della Maddalena a Chiomonte, con manganelli e lacrimogeni.

Invece, trovi che i temi della tutela ambientale e quella dei diritti sociali siano non solo in qualche modo legate – come peraltro è evidente su scala globale – ma forse persino dipendenti l’una dall’altra, magari anche nelle nostre realtà locali?

Ogni lotta per un ambiente integro, ogni lotta per i beni comuni – acqua, aria, suolo – è una lotta di vera civiltà e di non asservimento al potere economico. Questo è anche il vero progresso, che poi è l’esatto contrario dello sviluppo, oggi definito dal sistema “sostenibile”: un chiaro ossimoro. Ti dirò di più, occorre sfatare il mito negativo della sindrome di Nimby: è sacrosanto che una comunità locale lotti con tutte le sue forze per tutelare il proprio territorio.

[Una recente azione di Mountain Wilderness Italia contro le vie ferrate in montagna.]
A pagina 89, cercando di spiegarti la crisi ambientale, scrivi che «Forse la spiegazione più consona e che l’uomo ha dei limiti, come qualsiasi altra specie animale o vegetale. E non dovrebbe superare questi limiti. Se li supera commette hybrys, come dice la tragedia greca, e all’hybris segue inevitabilmente la punizione degli dei, che è in realtà la punizione della Natura stessa, che si trasforma da vittima in carnefice». Al tempo dei greci la credenza negli dei rappresentava un efficace metodo di rispetto dei limiti nelle cose umane; oggi invece il progresso tecnologico e, per certi versi, l’evoluzione “culturale” fa credere a noi stessi di essere degli dei, onnipotenti e intoccabili, e qualsiasi senso del limite (o quasi) se ne va a farsi benedire. Pensi – al netto del tuo pessimismo – che si possa uscire da una tale situazione oppure no?

Non sono pessimista, sono realista. Il che è peggio, nel senso che il pessimista comunque in fondo nutre un minimo di speranza. Io invece, proprio perché analizzo la realtà che ci circonda e vedo le cause del disastro, non ho speranze per il futuro. Infatti dico sempre che la speranza è degli sciocchi. Comunque, sì, è vero l’uomo odierno anche a causa della tecnologia e della mancanza assoluta di un qualsivoglia anelito religioso, crede di potersi permettere ogni cosa/nefandezza, anche di massacrare i propri simili, come i genocidi del recente passato e quelli che stiamo vivendo oggi dimostrano. Quando invece un’ipotetica salvezza risiederebbe in un sentimento panico, olistico. E non antropocentrico.

Per chiudere ti sottopongo una provocazione. Nell’epilogo al libro scrivi di non ritrovarti «nel mondo di oggi», di provare «un senso di straniamento come altri amici della mia epoca». E scrivi che il libro è la testimonianza di un’epoca che «sta portando la nostra specie all’estinzione». Posti i danni che l’umanità ha perpetrato alla Terra e alla Natura e dato che se pure l’uomo si estinguerà la Natura probabilmente gli sopravvivrà nonostante i danni subiti, il vero ambientalista, quello più coerente, che più ama la Terra e la Natura, è forse quello che in fondo ambisce a che l’estinzione del genere umano avvenga sicuramente e magari prima possibile?

Premesso che purtroppo è accertato che l’uomo sta causando la sesta estinzione di massa (“istruttivo” in proposito il saggio di Elizabeth Kolbert), un vero ambientalista, e cioè un ambientalista di pancia, non può che vedere la scomparsa dell’uomo come auspicabile ed ineluttabile, transitando peraltro prima all’interno di una fase di decrescita infelice a causa della depredazione inarrestabile delle risorse. Solo allora si avrà la resurrezione della Natura, che peraltro ha capacità di resilienza già oggi visibili per chi vuol vedere. Perciò prima avverrà la nostra scomparsa e meglio sarà per la Natura. Del resto, tendiamo a dimenticare che prima dell’homo sapiens altre specie umane in passato sono già scomparse ed erano decisamente molto meno invasive di questa.

Ancora le pellicce, nel 2023?

Mi sono incidentalmente imbattuto, di recente su un canale televisivo locale (visto sulla TV di conoscenti, io non la guardo da anni), in un enfatico spot d’una pellicceria.
Un posto che vende pellicce, sì: volpe, visione, zibellino, lince, eccetera. Nel 2023, già.

A prescindere dall’estetica permeante lo spot, per la quale mi è sembrato una roba anni Ottanta finita chissà come sulla TV contemporanea (non che in generale sia tanto più progredita da allora, la tivù, anzi, ma tant’è), mi chiedo: ma ancora oggi, nel Duemilaventitrè, ben dentro il Terzo Millennio, c’è gente che ha il coraggio di indossare delle pellicce? Ancora ci sono persone che decidono liberamente di manifestare in pubblico la loro barbarie, la rozzezza, l’inciviltà che oggi inesorabilmente non può che contraddistinguere l’uso di quegli indumenti animali? Ma come fanno, per la miseria? Con che coraggio riescono a farlo?

Spiace dirlo, ma se mi dovessi trovare davanti una persona che ne indossasse una, non riuscirei proprio a non denotarle chiaramente il mio disgusto verso quella sua scelta. Non mi sentirei in pace con me stesso, altrimenti, nonostante sappia bene che tale mio atteggiamento possa risultare ipocrita e che di crudeltà dell’uomo verso gli animali se ne perpetrano di continuo in innumerevoli modi sui quali la gran parte della nostra “civiltà” tace funzionalmente. Ma il tentativo di ritrovare un equilibrio con il mondo e con l’ambiente nel quale viviamo è un percorso pur ostico che ormai non può più tralasciare nulla, cercando di cambiare ogni cosa che al riguardo non va una ad una e al contempo sviluppando una rinnovata, indispensabile armonia etica con la natura e con i suoi ecosistemi, dei quali dobbiamo capire in maniera finalmente compiuta di far parte – da animali quali siamo, “evoluti” ma sovente incapaci di dimostrarlo, creature senza dubbio dominanti ma proprio in quanto tali custodi doverosi e imprescindibili del mondo e di ogni sua manifestazione vitale, biotica e abiotica.

Eppoi, francamente: ma quanto sono brutte tutte quelle pellicce? Forse è proprio per questo che ancora qualcuno le indossa. L’abito fa il monaco, a volte. Ecco.

N.B.: cliccando qui potete visitare la pagina della LAV dedicata all’iniziativa con la quale si vuole vietare l’allevamento di animali per ricavarne pellicce e il commercio di prodotti di pelliccia (quindi anche l’import), nonché firmare la relativa ICE – Iniziativa dei Cittadini Europei avviata al riguardo, i cui sottoscrittori hanno quasi raggiunto gli 1,5 milioni. Tantissimi, ma ancora pochi: se non l’avete già fatto, firmate anche voi!

Cambiamenti climatici e staticità mentali

[Foto di lesserland da Pixabay.]
Giovanni Baccolo, che di mestiere si occupa di ghiacciai all’Università Milano-Bicocca dove al Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra studia i campioni di ghiaccio provenienti da tutto il mondo (cura inoltre il bellissimo blog storieminerali.it nel quale scrive di tali argomenti) e, dunque, di clima se ne intende come pochi altri, scrive un post sul proprio profilo Facebook che avrei altrimenti scritto io in modi paragonabili, oggi:

Penso sia la prima volta che provo una sincera ansia da clima. Se maggio 2022 è così, come sarà luglio 2040? Quali colture sopravvivranno a estati sempre più secche e calde? Quale energia alimenterà metropoli refrigerate altrimenti invivibili? Abbandoneremo davvero i luoghi non più adatti alla vita? Il fatto di non sentire mai davvero parlare di questi temi è a suo modo una risposta e non mi piace per niente.

Parole che condivido in toto, considerando pure la situazione ambientale in essere: caldo torrido come fosse luglio a maggio, pochissime piogge da mesi, neve invernale scarsissima, ghiacciai che si prenderanno una gran batosta, fiumi con portare risibili, campi agricoli inariditi, siccità generale… Che abbiano ragione quei climatologi considerati “catastrofisti” i quali ritengono che il punto di non ritorno climatico l’abbiamo già ampiamente superato, alla faccia dei 2° di aumento da non superare, e il collasso ambientale sia ormai imminente?

Be’, c’è da augurarsi che sul serio siano fin troppo allarmisti, quelli. D’altro canto siamo dotati di abbondante acqua corrente nelle nostre case – per il momento – e di aria condizionata ben accesa per sopportare la situazione climatica in corso, no? Già, peccato che, in questo caso, sopportare è sinonimo di trascurare, di dimenticare. Il clima forse non è ancora collassato, la nostra attenzione e la sensibilità sul tema invece temo di sì.

I Don Chisciotte del clima

Il vero problema, della razza umana rispetto ai cambiamenti climatici in corso o quanto meno di chi la rappresenta politicamente, non è che è il tempo per agire sta scadendo oppure che sia già scaduto o che altro. Queste sono osservazioni obiettive e evidenti, per molti aspetti, tuttavia io temo che per altri siano improprie, e ciò perché mi pare che vi sia un drammatico sfalsamento temporale alla base della questione.

Mi spiego: hanno ragione quelli che ritengono l’accordo raggiunto nella COP26 di Glasgow un “buon” o “accettabile” compromesso. Lo è – lo sarebbe, sì, se fossimo nel 1991. Di contro, stiamo disquisendo intorno a dati climatici molto probabilmente già superati, a partire dalla fatidica soglia dei 1.5° o 2° di aumento delle temperature rispetto all’era preindustriale da non superare e che invece è stata superata da tempo, almeno per certe zone del pianeta (tra le quali l’Europa), come ho cercato di spiegare già qui. Non solo: come ritengono molti esperti, noi oggi subiamo l’effetto di cambiamenti climatici la cui causa è da ricercare decenni fa, e questo perché il clima, pur nell’anormale rapidità del cambiamento attuale, varia sensibilmente nell’arco di qualche decennio, non certo da un anno con l’altro – infatti un ciclo di 30 anni è il periodo classico per calcolare la media delle variazioni climatiche, secondo la definizione dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Questo significa che se pure da subito riuscissimo a mettere in atto delle azioni effettivamente in grado di contenere l’aumento della temperatura negli obiettivi sanciti dalla COP21 di Parigi del 2015 in poi, per ancora molti anni subiremmo un peggioramento del riscaldamento del pianeta e delle conseguenti condizioni climatiche.

Insomma, come dicevo poc’anzi: sulla questione climatica, nel concreto, stiamo ragionando su piani temporali sfalsati e disequilibrati da tempo, che per come stanno le cose ben difficilmente si potranno riallineare per fare in modo che alle nostre azioni possano corrispondere reazioni rapidamente virtuose. Finché tale riallineamento non si verificherà, temo che nessun compromesso, accordo, intesa, strategia o quant’altro di (apparentemente) condiviso tra gli stati, anche il migliore possibile, genererà veramente buoni risultati.

Sia chiaro, non è una mera manifestazione di pessimismo, questa mia, ma l’invocazione di una visione rinnovata e più consapevole di una così fondamentale questione: bisogna probabilmente cambiare il paradigma di fondo delle “nostre” azioni politiche, riagganciandolo alla realtà scientifica di fatto e non a obiettivi che ormai appaiono solo funzionali a conseguire accordi di bella forma e scarsa o nulla sostanza. Ragionare sui 1.5° o 2° gradi, allo stato attuale delle cose e degli atti, è per molti versi pura retorica funzionale solo a poter dire ai media di aver conseguito qualche tipo di accordo in realtà privo di efficacia. Per agire sulla questione climatica dovremmo avere sulle nostre scrivanie il calendario del 2040 o 2050 e quello guardare. Invece abbiamo il calendario del 2021 ma lo interpretiamo come fossimo ancora nel 1991, appunto. Dovremmo avere la reale e concreta concezione del futuro, non una costante e anacronistica percezione del passato. Dovremmo avere qualcosa, insomma, che la politica contemporanea dimostra di non avere, ecco.

P.S.: nell’immagine in testa al post c’è la copertina del nuovo numero del “The New Yorker”, assolutamente sublime, come spesso accade, nel descrivere chiaramente e con artistica nonché immaginifica rapidità come stanno le cose.

Immondiziocene

P.S. (Pre Scriptum) – Sentivo giusto poco fa, alla radio, l’ennesima denuncia riguardo le troppe persone che buttano in terra le mascherine che utilizzano per difendersi dal Covid e come siano inquinanti, se trasformate in mero rifiuto abbandonato, ma di contro quanto potrebbero essere preziose, se adeguatamente riciclate. D’altro canto credo che a ognuno capiti quotidianamente di vedere (oltre a tanti altri rifiuti) qualche mascherina a terra, sui marciapiedi urbani, sulla sabbia delle spiagge o nei prati di montagna – a ormai un anno e mezzo dall’inizio della pandemia e innumerevoli messaggi di sensibilizzazione al proposito, già.
Posto ciò, mi è tornato in mente un articolo sul tema che scrissi quattro anni fa e che non solo conserva tutto il suo valore ma, appunto, lo accresce in forza di quanto sta accadendo. Mi tocca inesorabilmente riproporlo qui di seguito, porca miseria!

A considerare questa emblematica illustrazione (presa da qui), e a leggere quanto rilevato e denunciato dalle principali organizzazioni ambientaliste circa la quantità di immondizia, soprattutto plastica, che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ricordo – gettiamo nei corsi d’acqua e nei mari della Terra (8 milioni di tonnellate all’anno, attualmente), mi torna in mente un motto dannunziano non così fuori contesto come potrebbe sembrare (al di là delle solite bieche strumentalizzazioni che subì), almeno nel senso assoluto: io ho quel che ho donato. Motto che il Vate fece proprio ma che in verità è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:”Hoc habeo quadcumque dedi”, il quale si può interpretare con qualcosa del tipo “tutto quanto si dà, prima o poi torna indietro”. A tal riguardo se è lapalissiano che si può dare solo ciò che si ha, e se questa cosa vale in senso pratico e, anche più, in senso concettuale, viene drammaticamente triste ritenere che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ribadisco – diamo al mondo che abbiamo intorno e abitiamo ciò che siamo, cioè la nostra effettiva sostanza. Ovvero, della gran nociva e letale spazzatura. La quale, poi, dopo aver avvelenato mari e oceani, inesorabilmente torna indietro ad avvelenare noi.

Ma, a quanto pare, a giudicare dai dati sulla quantità crescente di rifiuti nei mari e alla faccia dei tanti buoni propositi ecologisti che ci piace tanto sentire e poco o nulla praticare, questa cosa proprio non la capiamo. Evidentemente, quella stessa sostanza che buttiamo nei mari ci riempie pure la testa, ormai.