I Don Chisciotte del clima

Il vero problema, della razza umana rispetto ai cambiamenti climatici in corso o quanto meno di chi la rappresenta politicamente, non è che è il tempo per agire sta scadendo oppure che sia già scaduto o che altro. Queste sono osservazioni obiettive e evidenti, per molti aspetti, tuttavia io temo che per altri siano improprie, e ciò perché mi pare che vi sia un drammatico sfalsamento temporale alla base della questione.

Mi spiego: hanno ragione quelli che ritengono l’accordo raggiunto nella COP26 di Glasgow un “buon” o “accettabile” compromesso. Lo è – lo sarebbe, sì, se fossimo nel 1991. Di contro, stiamo disquisendo intorno a dati climatici molto probabilmente già superati, a partire dalla fatidica soglia dei 1.5° o 2° di aumento delle temperature rispetto all’era preindustriale da non superare e che invece è stata superata da tempo, almeno per certe zone del pianeta (tra le quali l’Europa), come ho cercato di spiegare già qui. Non solo: come ritengono molti esperti, noi oggi subiamo l’effetto di cambiamenti climatici la cui causa è da ricercare decenni fa, e questo perché il clima, pur nell’anormale rapidità del cambiamento attuale, varia sensibilmente nell’arco di qualche decennio, non certo da un anno con l’altro – infatti un ciclo di 30 anni è il periodo classico per calcolare la media delle variazioni climatiche, secondo la definizione dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Questo significa che se pure da subito riuscissimo a mettere in atto delle azioni effettivamente in grado di contenere l’aumento della temperatura negli obiettivi sanciti dalla COP21 di Parigi del 2015 in poi, per ancora molti anni subiremmo un peggioramento del riscaldamento del pianeta e delle conseguenti condizioni climatiche.

Insomma, come dicevo poc’anzi: sulla questione climatica, nel concreto, stiamo ragionando su piani temporali sfalsati e disequilibrati da tempo, che per come stanno le cose ben difficilmente si potranno riallineare per fare in modo che alle nostre azioni possano corrispondere reazioni rapidamente virtuose. Finché tale riallineamento non si verificherà, temo che nessun compromesso, accordo, intesa, strategia o quant’altro di (apparentemente) condiviso tra gli stati, anche il migliore possibile, genererà veramente buoni risultati.

Sia chiaro, non è una mera manifestazione di pessimismo, questa mia, ma l’invocazione di una visione rinnovata e più consapevole di una così fondamentale questione: bisogna probabilmente cambiare il paradigma di fondo delle “nostre” azioni politiche, riagganciandolo alla realtà scientifica di fatto e non a obiettivi che ormai appaiono solo funzionali a conseguire accordi di bella forma e scarsa o nulla sostanza. Ragionare sui 1.5° o 2° gradi, allo stato attuale delle cose e degli atti, è per molti versi pura retorica funzionale solo a poter dire ai media di aver conseguito qualche tipo di accordo in realtà privo di efficacia. Per agire sulla questione climatica dovremmo avere sulle nostre scrivanie il calendario del 2040 o 2050 e quello guardare. Invece abbiamo il calendario del 2021 ma lo interpretiamo come fossimo ancora nel 1991, appunto. Dovremmo avere la reale e concreta concezione del futuro, non una costante e anacronistica percezione del passato. Dovremmo avere qualcosa, insomma, che la politica contemporanea dimostra di non avere, ecco.

P.S.: nell’immagine in testa al post c’è la copertina del nuovo numero del “The New Yorker”, assolutamente sublime, come spesso accade, nel descrivere chiaramente e con artistica nonché immaginifica rapidità come stanno le cose.

Il clima? Ce lo siamo già fot**to da tempo!

Scusate la trivialità ma, posto che a breve si aprirà la COP26 di Glasgow – sì, l’ennesima (è annuale!) benemerita conferenza sul clima – e visto che nella COP21 del 2015 a Parigi si firmò il celebre “accordo sul clima” con il quale quasi tutti i paesi del pianeta accettarono di collaborare per limitare a 1,5 °C, massimo 2 °C, l’aumento della temperatura globale rispetto all’era preindustriale, il cui termine è convenzionalmente fissato alla fine del XIX secolo, date un occhio al grafico qui sotto:

[Il grafico è tratto da qui.]
A Milano, i valori regolarmente registrati mostrano un incremento della temperatura media annuale di circa 2.2 °C dal 1901 al 2018, che corrisponde a un aumento fino a 0.4 °C/decennio dal 1961 a oggi. Il che significa che, a Milano, rispetto all’era preindustriale e entro il 2050, anno solitamente indicato come quello “limite” per conseguire la cosiddetta “neutralità climatica” a livello globale, probabilmente la temperatura si riscalderà di 3,44 °C. Scrivo “probabilmente” perché potrebbe anche essere che il costante trend di aumento termico risulti ancora più cospicuo, visto che le azioni di contenimento al momento messe in atto a livello locale (salvo rare e pressoché ininfluenti eccezioni) che globale sono giudicate da tutti insufficienti.

A titolo di riferimento, l’Ufficio Federale di Meteorologia e Climatologia svizzero riporta che «Rispetto alla temperatura media del periodo di riferimento preindustriale la Svizzera si è riscaldata di circa 2° C (stato al 2018)», dunque un dato simile a quello di Milano nonostante le differenze geografiche e climatiche. L’Ufficio elvetico continua segnalando che «Senza provvedimenti di protezione del clima la temperatura annuale media in Svizzera potrebbe aumentare entro la fine del 21° secolo di 6 °C rispetto al periodo di riferimento preindustriale. Con dei coerenti provvedimenti di protezione del clima il riscaldamento potrà essere limitato a circa 2.5 °C». Se rapportiamo tali previsioni svizzere ai dati milanesi e, utilizzando il dato sopra citato di 0.4 °C/decennio di aumento della temperatura, fissiamo come gli elvetici il limite temporale al 2100, possiamo empiricamente stimare per Milano un aumento complessivo di circa 5,5 °C, anche in questo caso assimilabile con il dato svizzero di 6 °C. Sempre che non vada anche peggio, ribadisco.

Morale (tanto angosciante quanto inesorabile): gli 1.5 °C e pure i 2 °C di aumento massimo ce li siamo già giocati anni fa, almeno in questa parte del mondo. E a Glasgow quanto meno ci sono numerosi rinomati pub dove gustare dell’ottimo whisky scozzese: probabilmente qualcosa di ben più utile e piacevole, rispetto al «bla bla bla» (cit.) cui si potrà assistere nella COP26 – benemerita, ribadisco, ma quanto effettivamente utile nella sua forma attuale e nella sostanza che se ne ricava? – e giusto per godersi un po’ di svago prima di doverci necessariamente preparare al peggio climatico, già.

[Foto di Joshua Woroniecki da Unsplash.]

Confini

Come pensi che cambieranno le nostre vite dopo questa esperienza? Quali saranno i nostri nuovi confini?
L.B.: Le popolazioni e i lavoratori sono isolati da giorni, tutti privi e privati di ogni iterazione e di contatto fisico, sottratti a tutti i riti che hanno accompagnato la nostra quotidianità per anni e che credevamo immutabili e perciò indispensabili. Prima di assumere dati e mezzi per ripartire e riorganizzare le attività, è necessario che ognuno si faccia una domanda che di per sé contiene già una parte di risposta: come cambierà la nostra percezione dello spazio comune dallo stato di sospensione casalinga e come vivremo i luoghi domani? E come verrà ridisegnata la geografia umana? Non ho risposta o meglio ne tento una, fissando il tempo ad oggi. Non mi interessano le fasi 2 o 3 ma questa fase l’attuale, l’unica che abbiamo, e raccolgo l’invito del mio amico scrittore e geopoeta Davide Sapienza che ci dice: che “questo dolore ci sarà utile: non possiamo più mentire”. Speriamo che al crescere delle procedure di distanziamento (e sanitarie) si annettano nuove saldature tra le persone e tra queste e una società “parallela” che sperabilmente è sorta in questi mesi di clausura.

Da una bella intervista dell’amico Luciano Bolzoni per Confini Art Project, l’instaproject creato con storie video inviate durante l’emergenza coronavirus e con altri materiali di dialogo e riflessione, in collaborazione con “Gli Stati Generali”. Confini Art Project è un progetto di Vera Pravda, artista visiva, in collaborazione con ViaFarini.org per generare comunità culturali, stratificazione visiva e vicinanze virtuali in questo tempo sospeso.

Potete leggere l’intervista nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.

INTERVALLO – Fiumicino, “Lìbrati”, il bookcrossing in aeroporto

Una delle poltrone/libreria che da qualche giorno sono presenti nei terminal dell’Aeroporto di Fiumicino per il progetto Lìbrati. Non solo postazioni di lettura e di scambio di libri, ma pure di animazione e intrattenimento culturale, presentazioni letterarie, scambio di opinioni tra viaggiatori-lettori (o viceversa) e molto altro. Nonché, come ribadisco sempre in tali occasioni, piccole pratiche di grandissima efficacia culturale, per come possano e sappiano diffondersi capillarmente rimarcando quanto sia bella la cultura, e quanto sia fondamentale nei rapporti tra le persone.

Cliccate sull’immagine per saperne di più. E leggete libri, che così camperete molto meglio e molto più a lungo!

INTERVALLO – Malpensa e Linate, Milano, “Book Fly Zone”

Anche gli scali aeroportuali milanesi entrano nel prestigioso novero degli “aeroporti bibliofili” e, in occasione di Tempo di Libri, inaugurano le Book Fly Zone: nelle aree arrivi e partenze dei terminal di Milano Linate e Milano Malpensa (terminal 1 e terminal 2) sono state installate ben 9 librerie per il book crossing a disposizione dei viaggiatori in partenza e in transito. Le librerie sono state disegnate da Giorgio Caporaso, creatore della Ecodesign Collection per il brand italiano Lessmore i cui arredi sono espressione di una vera e propria filosofia “green”, rispettosa dell’ambiente e basata sui principi della componibilità, personalizzazione e riciclabilità. Ogni modulo “More Light” delle librerie (45×45 cm) è, infatti, realizzato in cartone 100% riciclabile. L’AIE ha fornito 6.000 libri del progetto #ioleggoperché che, insieme a quelli donati dall’Associazione NoiSeA, rappresentano la dotazione iniziale dei punti di book crossing.

Permettetemi il sarcasmo: quest’iniziativa nei due aeroporti di Milano certamente farà volare in alto i libri e la lettura ben più di quanto abbia saputo fare la prima edizione della fiera dell’editoria milanese, appena conclusa e volata molto in basso nel gradimento ottenuto!

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere uno dei tanti articoli dedicati alle Book Fly Zone e saperne di più.