Il paesaggio è un soggetto, non un oggetto

Il grosso, permanente problema che abbiamo con il paesaggio è che continuiamo troppo spesso a considerarlo un “oggetto” invece che un soggetto. Cosa che invece è pienamente: perché il paesaggio siamo noi, ne siamo parte fondamentale insieme agli elementi naturali che lo compongono e perché diventa “paesaggio” grazie alla nostra elaborazione culturale [1]: esiste innanzi tutto nelle teste degli osservatori, diceva Lucius Burckhardt, dunque anche in questo modo il paesaggio siamo noi. Soggetto, non “oggetto”.

Invece, come detto, continuiamo a considerarlo un oggetto e per ciò qualcosa del quale usufruire, sfruttare a nostro vantaggio e piacimento, usare, consumare. Questo accade sia quando vi realizziamo cose, anche le più invasive e impattanti, senza curarci delle conseguenze che generano nel paesaggio, sia quando – più semplicemente ma non meno significativamente – lo consideriamo uno sfondo suggestivo e instagrammabile per i nostri selfie senza nemmeno renderci conto di cosa sia, di quali caratteristiche presenti, di quali specificità abbia. Come un poster, bello ma ordinario, che sta bene dietro di noi nell’ennesimo autoscatto da postare e dimenticare sui social media o, su altra scala, come contesto funzionalmente pittoresco al godimento delle solite attrazioni turistiche, dalle panchine giganti agli impianti sciistici – almeno per come molte persone ne godono, tanto liberamente quanto banalmente.

Ecco, la banalizzazione del paesaggio è la conseguenza inesorabile di tutto ciò. Come un qualsiasi oggetto, appunto, banalmente utilizzabile e consumabile, e quando non ce n’è più se ne trova un altro da sottoporre allo stesso processo altrove. Senza capire che, se non c’è più il paesaggio, è perché non ci siamo più noi: come persone, come uomini e donne, come civiltà, come fatture umano che fa il paesaggio insieme agli elementi naturali. Diventiamo semplici, banali fruitori, anzi clienti, visto che spesso paghiamo un prezzo per frequentare un paesaggio. Ovviamente, essendo spesso trasformato in un bene da vendere cioè in un oggetto.

Come notate, si torna sempre qui, a questo vulnus fondamentale. Che, se non lo risolviamo, manterrà costantemente il paesaggio a rischio di degrado e distruzione e noi con lui. Perché il paesaggio siamo noi, lo ripeto di nuovo, e tutto ciò che di dannoso e pericoloso facciamo al paesaggio lo facciamo a noi stessi.

Sembrerebbe una cosa non così difficile da capire. Invece lo è, a quanto ci tocca constatare.

[1] Come viene definito e sancito dalla Convenzione Europea del Paesaggio, che trovate qui.

Breve e suggestiva storia del Vernagtferner, uno dei ghiacciai più raffigurati e temuti delle Alpi

Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.

Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.

[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]
La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.

Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.

[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.

Lo stesso paesaggio, sempre diverso

Il paesaggio non è mai uguale a se stesso e parimenti il luogo che identifica non è mai lo stesso, anche se sembra tale, persino se è la millesima volta che lo si visita e contempla.

Questa verità me la riconfermo ogni volta che torno in Valle della Pietra, laterale della Valgerola che a sua volta lo è della Valtellina: secondo me uno dei posti più belli delle Prealpi lombarde. Salendo da Gerola o da Laveggiolo e superando la boscosa dorsale nordorientale del Pizzo Melàsc, mi ritrovo davanti la testata della valle in tutta la grandiosa potenza alpestre che la caratterizza e che lo sguardo può cogliere. Non so quante volte l’abbia percorso, quell’itinerario che d’altro canto è parte della DOL dei Tre Signori, la Dorsale Orobica Lecchese: decine e decine di sicuro, eppure ogni volta lo stupore nell’osservare il paesaggio della Valle della Pietra è lo stesso della prima, il colpo d’occhio appena fuori dal bosco mi sgrana tanto le palpebre quanto la mente e l’animo, sicché per qualche secondo non posso che restare imbambolato a godermi la straordinaria visione.

Lo stesso paesaggio di sempre ma ogni volta diverso: sembrerebbe un controsenso, questo, e invece è la pura verità. Cambiano le condizioni ambientali, il tempo, la luce e le ombre, i colori, i profumi, la vegetazione e ancor più ogni volta sono cambiato io che osservo. Il paesaggio esteriore cambia perché è cambiato il paesaggio interiore e, come ha scritto Lucius Burckhardt, «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori». Ecco perché non è mai uguale anche se così a molti appare, e perché ogni volta che lo si osserva può suscitare le stesse impressioni della prima volta: è come se a ciascun ritorno in quel paesaggio lo si ricreasse, come se la nostra mente lo reinventasse ex novo in base alle condizioni del momento e alle sensazioni dell’osservatore.

Posso tornare infinite volte nello stesso luogo conoscendone ormai a menadito ogni suo elemento, anche il più microscopico e insignificante, eppure mi sento sempre come se vi giungessi per la prima volta. In fondo, così facendo, ogni volta non rigenero solo il paesaggio ma pure me stesso. Credo sia un buon modo per sentirsi vivi e esserne gratificati, questo.