Fotografare il paesaggio (o forse no!)

[Foto di Ricardo Gomez Angel da Unsplash.]
Anch’io, come innumerevoli altri, mi diletto a fotografare (senza alcuna velleità artistica e per mera documentazione personale, sia chiaro) i luoghi che visito e gli scorci o i panorami che ritengo più belli, al punto da volerne serbare il ricordo fissandolo digitalmente e quindi, magari, condividendo le immagini sul web. D’altro canto, sono anche un “esploratore culturale” di “paesaggi” e uno studioso della relazione tra l’uomo e i luoghi coi quali interagisce, in maniera più o meno continuativa, e so bene che uno dei fondamenti per un tale studio è l’evidenza che il “paesaggio”, ovvero ciò che il termine per come venga comunemente utilizzato, in realtà identifica la forma del territorio e le sue peculiarità superficiali, mentre il paesaggio vero e proprio è la rappresentazione culturale, intellettuale ed emozionale del territorio che ogni individuo formula in base alla propria sensibilità e al bagaglio culturale che possiede. Quindi, quando noi esclamiamo “che bel paesaggio!” in verità dovremmo dire “che bel territorio!”: il paesaggio viene dopo, per così dire, e non è solo e semplicemente legato alla gradevolezza morfologica del luogo in cui ci troviamo o a quanto di similmente gradevole offra – boschi, campi fioriti, laghi, fiumi, cascate, vette innevate, ghiacciai, eccetera – quanto a ciò che in essi e nella visione del territorio che cattura il nostro sguardo identifichiamo come “bello”, “gradevole”, “emozionante” e così via. Come dice il famoso adagio, non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, e ciò che piace è determinato da parametri estetici sviluppati in gran parte negli ultimi due secoli (grazie al Romanticismo, in primo luogo) e consolidatisi col passare del tempo nell’immaginario comune anche grazie agli sviluppi tecnologici dei media più diffusi – la macchina fotografica, la televisione, il web, eccetera. Ciò tuttavia implica pure che, col passare del tempo, quell’immaginario comune si sia per un verso sempre più sovraccaricato di elementi di giudizio variamente validi (o no) e, dall’altro, sia stato sempre più soggetto ai dettami e alle variazioni culturali (o pseudo-tali) e di gusto imposte dai media, la cui diffusione e condivisione di massa rende “normanti” esattamente come fece – per le possibilità del tempo – la visione “standard” del paesaggio diffusa dai pittori romantici, la quale tutt’oggi rappresenta la fonte principale da cui scaturisce il modo occidentale di osservazione e percezione del mondo.

Posto ciò, dunque, quando durante – ad esempio – una gita in montagna fotografiamo un paesaggio che ci colpisce in modo particolare (e magari condividiamo gli scatti sul web e sui social), in realtà cosa stiamo fissando in quelle immagini? Un paesaggio considerabilmente bello? O il bello che noi vediamo in quel paesaggio?

La differenza pare minima e meramente lessicale ma in verità i due ambiti sono quasi antitetici. Per dirla in altro modo: fotografiamo quel paesaggio perché è fonte di propria bellezza, o perché tale bellezza gliela “appiccichiamo sopra” noi in base al nostro gusto e godimento?

Questa sostanziale antitesi è fondamentale nella strutturazione della relazione che possiamo individualmente generare con il territorio e i luoghi in cui ci troviamo: se nell’un caso la relazione è basata sull’identificazione di un territorio in base alla definizione naturale di “paesaggio” che ne scaturisce, nell’altro caso siamo noi a identificarci in quel territorio attribuendogli la nostra definizione di paesaggio, che in certi casi potrebbe pure essere totalmente avulsa dal luogo in cui ci troviamo e che in ogni caso è di matrice artificiale. Perché siamo noi a stabilire che un certo paesaggio, ovvero il territorio che lo definisce, è “bello” e, siccome lo facciamo noi, lo stabiliamo in base a parametri più o meno validi e consoni in nostro possesso, a loro volta generati e definiti dal bagaglio culturale che abbiamo a disposizione e che ci viene trasmesso in vario modo. Ed è evidente, se non inesorabile, che in questo caso la visione “finale” attraverso la quale identifichiamo il luogo in cui ci troviamo, dalla quale ricaviamo il relativo paesaggio, è difficile che sia realmente contestuale a quel luogo e al suo territorio, semmai è sovraccaricata di filtri, criteri, dettami, parametri e percezioni che ci portiamo appresso e convenzionalmente “mettiamo sopra” il luogo. Per essere chiari: se Shakespeare più di 400 anni fa scrisse che «Il valore della bellezza è dato dal giudizio dell’occhio e non da un vile imbonimento pronunciato dalla lingua di un mercante», è ahinoi evidente che troppo spesso l’imbonimento dei mercanti al riguardo s’è fatto sempre più forte e conseguentemente il suo ascolto, per giunta sempre meno meditato. Altrimenti non si vedrebbero certi ecomostri piazzati da menti e braccia scellerate in territori di pregio, spaventosamente deturpanti il paesaggio ma spesso inizialmente imposti (per interessi variamente biechi ma pure per devianze estetico-culturali) come “belli”!

Quindi, per tornare alle nostre fotografie, mi viene da chiedere cosa noi fissiamo, nelle immagini che scattiamo, se la bellezza del paesaggio che abbiamo intorno oppure la “nostra” bellezza che decidiamo di attribuire al paesaggio. Che è un po’ come se ci facessimo un selfie – anzi, un non selfie – nel quale non compariamo ma al quale facciamo rappresentare la nostra visione estetica del luogo.

Sia chiaro: non affermo tutto questo con accezione critica e biasimante, dacché noi tutti siamo “figli” di un immaginario comune che abbiamo reso “regola” in tal senso, che ha generato un modello identificativo del paesaggio coi suoi pregi e difetti ma verso il quale dobbiamo essere consapevoli che non rappresenta realmente il territorio e le sue caratteristiche, e nemmeno la sua naturale “bellezza”. Peraltro un concetto, quello di “bellezza”, a sua volta legato a visioni sovente radicalmente diverse: in montagna, ad esempio, ciò che fin dall’Ottocento i viaggiatori e i primi turisti hanno identificato con “bello” non era affatto tale per i montanari, anzi, sovente veniva ignorato o rappresentava qualcosa di spaventoso. Le vette alpine, ad esempio: belle al punto da far nascere l’alpinismo al fine di salirle o lo sci per discenderle quando innevate (e poi tutto il conseguente turismo contemporaneo), inutili per chi invece in montagna ci viveva e campava con quanto offriva quel territorio, e di certo le vette rocciose o ghiacciate nulla potevano dare da mangiare quando non scaricavano sulla testa dei poveri montanari frane e valanghe devastanti!

Insomma, ciò che voglio dire, ovviamente al di là degli aspetti ricreativi e social della fotografia di paesaggio, è che l’immagine del territorio e dei luoghi – in fondo anche a prescindere da qualsiasi media e per principio generale – dovrebbe cercare di contemplare sempre, per quanto possibile, la differenza tra il territorio e il paesaggio, di percepire la diversità tra la bellezza naturale e bellezza artificiale, di comprendere che una vera relazione con il luogo, che possa poi diventare memoria preziosa e viva, nasce ove è il luogo a narrare se stesso e non dove siamo noi a suggerirgli le parole da raccontargli. In tal modo sì, la bellezza che possiamo riconoscere in un territorio è quella autentica, originaria, genuina, in modo che quel luogo acquisisca pure un valore culturale e un’unicità che lo contraddistingua dagli altri; in caso contrario, si rischia di far accadere ciò che si potrebbe ritenere impossibile e impensabile, per territori di pregio come ad esempio le montagne: che diventino a loro modo non luoghi, e non perché lo siano veramente ma perché siamo noi a vederli e percepirli come tali. Se ciò accade, qualsiasi “bellezza” e qualsivoglia concetto che la definisca, di ogni matrice possibile, svaniscono rapidamente, così come svanisce qualsiasi valore (estetico, artistico, culturale ovvero intellettuale ed emozionale) nelle nostre immagini. È un po’ come se svanissero il territorio e il paesaggio stessi, ed è inutile rimarcare come, su queste cose, si giochi anche buona parte della salvaguardia presente e futura del paesaggio nonché della nostra relazione con esso. E dell’appeal delle nostre immagini da condividere sui social ovvio!

Il paesaggio di Barry Lopez, e di tutti noi

Il paesaggio non si conosce solo quando si sa il nome e l’identità di tutto quello che contiene, ma quando si ha la percezione intima delle relazioni al suo interno, come quella tra il passero e il rametto. Il paesaggio interiore risponde al carattere e alle sfumature di un paesaggio esteriore; la forma della mente individuale è influenzata tanto dai geni quanto dallo spazio fisico, dalla geografia dei luoghi.

(Barry LopezUna geografia profonda. Scritti sulla Terra e l’immaginazione, Galaad Edizioni, 2014, traduzione e cura di Davide Sapienza, pag.34-35).

Ho citato di recente questo emblematico brano del libro di Lopez, a mio modo di vedere così significativo da aver scelto di includerlo nel cammino letterario che ho proposto lo scorso settembre per Alt[r]o Festival in Val Malenco, ma ritengo doveroso riproporlo quale ulteriore omaggio al grande scrittore americano scomparso nel giorno di Natale. Con l’augurio che questi richiami e, chissà, pure le parole inscritte lungo il percorso del sentiero Rusca in Val Malenco possano contribuire ad accrescere la conoscenza di Barry Lopez, dei suoi libri e del suo pensiero, dal valore pressoché imprescindibile per la contemporaneità che noi tutti viviamo.

Camminare sulle parole #6

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono quiqui, qui, qui e qui.)

Le considerazioni sulla precedente “stazione” di questo cammino letterario dedicato alla (ri)scoperta della bellezza più autentica del paesaggio, montano e non, le chiudevo con l’invito a tentare di “disantropizzare” la mente, per così dire, dalle idee e dagli immaginari tanto diffusi (perché imposti) quanto fittizi, artefatti e spesso perniciosi per il paesaggio, atto che potrebbe rappresentare un passo importante per saper cogliere, considerare e godere la vera bellezza in esso presente. Una sorta di processo di rinselvatichimento immateriale e concettuale del paesaggio, soprattutto dove la sua dimensione materiale selvaggia si sia ormai pressoché smarrita in forza dell’antropizzazione presente (in bene e in male) e dunque si acuisca la necessità di preservare quanto meno il “selvaggio concettuale”, ovvero quello da salvaguardare perché alla base della nostra relazione con il territorio e il suo paesaggio. Anche come spazio vitale per la libertà che l’atto del camminare ci consente di manifestare, come denota Aldo Leopold – altro personaggio imprescindibile, riguardo queste tematiche – in quel passaggio di Pensare come una montagna (è a pagina 156), rimarcando pure lo stretto legame che esiste tra il concetto umano (o umanistico, e filosofico e dunque pure politico) di libertà e quello ancestrale che si ritrova nell’ambiente naturale, dal quale tutte le creature provengono.

In effetti, ribadisco, non c’è quasi un atto umano pratico più libero del camminare in Natura. Inoltre, provate a pensarci: non è il cammino simile al pensiero, cioè l’azione in assoluto più libera, e non solo in forza della sua immaterialità (ma concretissima in potenza, visto che è grazie al pensiero se concepiamo il mondo in cui viviamo e noi stessi in esso), che noi umani abbiamo a disposizione? Come il pensiero deve generare nuove idee, possibilmente diverse da quelle esistenti e sovente imposte – vedi sopra riguardo agli immaginari comuni attraverso i quali “vediamo” le montagne -, anche il cammino può (e deve) godere della libertà di uscire dai sentieri tracciati per scoprire nuovi itinerari, nuovi angoli, nuovi orizzonti, nuove bellezze e ogni altra cosa afferente.

Tutto questo ci consente di “potenziare” il bello presente nel paesaggio con un altro elemento a suo modo estetico presente nel cammino: la bellezza della scoperta, in verità ineludibile anche quando camminiamo in luoghi e paesaggi che riteniamo di conoscere perfettamente. Chi l’ha detto che ormai al mondo si è scoperta ogni cosa? Esiste la scoperta geografica e scientifica e quella forse può anche esaurirsi (forse!), ma la scoperta interiore del paesaggio e di noi in esso, che riflette quello esteriore (vedi la stazione #4 e Barry Lopez) e che ogni volta, ad ogni nuovo cammino, reinventiamo e ridisegniamo in modo sempre diverso – fosse solo perché il tempo è trascorso o perché è inverno e non estate o perché noi cambiamo, cresciamo, mutiamo d’animo e d’aspetto proprio come accade al paesaggio – è continua e inesauribile. Ed è senza dubbio uno degli elementi fondamentali per generare la percezione della bellezza del paesaggio nei luoghi – in qualsiasi luogo – dove ci troviamo.

Camminare sulle parole #5

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono quiqui, qui e qui.)

Sovente, la nostra percezione di “bellezza” nel paesaggio è legata a una conseguente percezione di “sicurezza”, la quale in molti casi deriva dal cogliere in quel paesaggio i segni per noi più riconoscibili: quelli della presenza umana, cioè i segni dell’antropizzazione dei territori. Tuttavia una concezione del genere della bellezza del paesaggio è evidentemente indiretta e subalterna, quantunque oggettiva: molto spesso l’azione dell’uomo nel territorio è un elemento virtuoso di generazione del paesaggio, ma altre volte, e in modo crescente negli ultimi decenni, diventa un’evidente seppur ignorato fattore di degrado estetico, e non solo.

L’imprescindibile Thoreau, in questa citazione tratta da Camminare (è a pagina 25), vuole invece evidenziarci un aspetto correlato alla realtà appena descritta, apparentemente opposto ma forse non così tanto: l’assenza di antropizzazione (non della mera presenza umana, che altra cosa) dall’ambito naturale è a sua volta un elemento di bellezza alternativo e, per certi versi, “paradossale”. È tale perché da sempre noi umani siamo stati abituati a riconoscere la bellezza soprattutto dove essa è dipesa o dipende dall’intervento antropico, appunto, che in molti casi non è affatto in armonia con il paesaggio naturale: e le eventuali disarmonie si fanno lampanti e particolarmente fastidiose proprio in montagna, territorio tanto di propria valenza estetica assoluta quanto per ciò estremamente delicato e facilmente attaccabile.

Anche perché non ci si deve dimenticare che se ordinariamente l’intervento antropico è inteso di natura materiale – edifici, strade, sbancamenti, eccetera – c’è pure un’antropizzazione immateriale che risulta disarmonica, se non antitetica, al concetto di “bello” e al paesaggio montano: è quella purtroppo presente troppo spesso nei modelli mentali sui quali siamo portati a concepire il paesaggio montano, i quali ci rendono “accettabile”, ovvero non criticabile se non addirittura “bello”, un intervento antropico pur pesante solo perché “funzionale” a certi agi umani. In effetti pure con le idee, che conformano lo sguardo con il quale osserviamo e concepiamo il paesaggio (formando il relativo immaginario condiviso) si può provocare un danno e un abbruttimento del paesaggio, il quale molto presto, ormai sdoganato concettualmente e introdotto a forza nell’immaginario suddetto con la giustificazione di chissà quali “convenienze”, presto si materializzerà nel territorio, con relativi e ancor più pesanti danni.

Insomma: in molti casi, forse, non riusciamo a cogliere la bellezza autentica e “naturale” che c’è sui monti non perché non la vediamo con gli occhi, ma perché non la “vediamo” con la mente, non sappiamo (più) percepirla, la mente non riesce a comprenderla e ciò non per mancanza di sensibilità, semmai per la presenza ingombrante nella mente di idee, concezioni e immaginari fuorvianti, che sovente non c’entrano nulla con la nostra relazione col paesaggio ma ne inficiano il valore e l’essenza, diventano poi elementi di giustificazione assai biechi di eventuali danni. Provare a “disantropizzare” la mente, per così dire, da quelle idee e immaginari generati dal nostro “dominio” sul paesaggio e sovente così perniciosi per esso, potrebbe essere un passo importante per saper cogliere, considerare e godere la bellezza in esso presente. Un esercizio – in tal senso sì – profondamente antropico ovvero umano, senza dubbio.

Camminare sulle parole #4

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono qui, qui e qui.)

Ciò che Barry Lopez sostiene, in questo passaggio tratto da Una geografia profonda (è alle pagine 34-35) è una di quelle cose così chiare ed evidenti ovvero “ordinarie”, nella nostra relazione di esseri umani e creature viventi con il paesaggio, da finire per essere trascurate e ignorate, paradossalmente. Eppure è una cosa assolutamente fondamentale: il paesaggio esteriore che noi “vediamo”, cioè che concepiamo e definiamo come elemento culturale, si riflette sempre, inevitabilmente, dentro di noi, generandoci un relativo paesaggio interiore che, in pratica, racchiude forma, sostanza e senso della nostra presenza nel luogo dal quale si genera il paesaggio in questione. Conseguentemente, da un lato si genera e definisce ogni elaborazione di quel paesaggio, il suo valore culturale e antropologico, la sua identità, e dall’altro lato si genera la nostra identità in relazione ad esso: riconosciamo il luogo e riconosciamo noi stessi in esso, non sentendoci smarriti in quel luogo e tanto meno dentro di noi.

Posto ciò, e dato che anche la concezione e la determinazione del valore estetico (o quello presumibilmente tale) è uno degli elementi del processo appena descritto, per lo stesso principio non si può definire un paesaggio come “bello” oppure “brutto” senza prima considerare che il paesaggio siamo noi a crearlo, è frutto in buona parte della nostra relazione, esteriore e interiore, con ciò che abbiamo intorno, della nostra sensibilità più intima e del bagaglio culturale che ciascuno possiede: tutti elementi con i quali interpretiamo ciò che colgono i nostri sensi – e questo accade anche inconsciamente, sia chiaro.

Quindi, prima di stabilire il valore estetico del paesaggio, dovremmo prima interrogarci, ovvero metterci in dubbio, la capacità personale di “creazione” del paesaggio, e ciò lo possiamo fare solo quando siamo in grado, almeno minimamente, di comprendere cosa i nostri sensi colgono di ciò che c’è intorno a noi così come, ugualmente, quanto di ciò che abbiamo intorno influenza la nostra percezione e la nostra sensibilità al riguardo – un ambito che oggi viene praticato dalla cosiddetta psicogeografia, disciplina tanto sperimentale quanto di importanza potenzialmente concreta.

Tuttavia, è bene rimarcare che quanto afferma Lopez all’inizio della sua citazione, in relazione alla conoscenza geografica del paesaggio, è comunque qualcosa di importante per entrare in relazione con esso, anzi, è la competenza materiale basilare da affiancare alla cognizione immateriale ovvero un’ottima chiave per aprire le porte verso un rapporto più profondo e consapevole con il mondo che abbiamo intorno. In fondo, e per citare il precedente protagonista di questo cammino letterario, Davide Sapienza, «La mappa è il ricordo più antico che può essere scritto nel codice umano» cioè, sotto molti aspetti, la geografia esteriore, con tutti gli elementi che vi afferiscono, dà forma anche alla nostra geografia interiore, arricchendola del senso e del valore culturale di quei suoi elementi. Alla fine, ribadisco, conoscere il paesaggio in questo modo significa non solo sapersi non smarrire in esso ma, ancor più, saper non smarrirsi cioè ritrovarsi in se stessi, generando un’armonia tra paesaggi esteriori e interiori essenziale e profondamente vitale.