La qualità del paesaggio è la qualità della vita in esso

[Foto di Marcel da Pixabay.]

I paesaggi alpini entrano in stretta connessione con la qualità della vita nei luoghi: non solo contenitori di elementi materiali e immateriali ma spazi connessi alla vivibilità del territorio per i singoli e per le comunità. In questo legame con la vivibilità «tutto fa paesaggio»: le competenze di autogoverno del territorio, le modalità di gestione delle risorse naturali, le pratiche di tutela dei patrimoni così come il costruire e l’abitare, il coltivare e l’allevare. È l’uomo a «fare paesaggio», ed è in esso che possiamo cogliere la fecondazione della natura da parte della cultura. Il governo del territorio, del paesaggio e dell’ambiente necessita di una prassi responsabile, attenta all’uso delle risorse, cosciente del valore del limite e fondata sul senso di appartenenza e sulla partecipazione come unica strada per trasformare lo spazio alpino in termini di una buona vivibilità. Così intese, qualità del paesaggio e qualità della vita appaiono oggi come questioni complementari.

[Gianluca Cipollaro e Alessandro De Bertolini, prefazione a Annibale SalsaI paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pag.XIII.]

Ribadisco: «Il governo del territorio, del paesaggio e dell’ambiente necessita di una prassi responsabile, attenta all’uso delle risorse, cosciente del valore del limite» eccetera. Capito, cari amministratori pubblici dei territori di montagna? Competenza e responsabilità: due doti (o due doveri), peraltro, che alcuni amministratori pensano – apparentemente almeno, per come si esprimono sui media – di detenere ma che in verità non sono e non possono essere mai sufficienti, quando si ha l’onere e l’onore di gestire territori di così grande bellezza, valore, fascino e altrettanta delicatezza e fragilità. Dunque, qual è lo strumento migliore per equilibrare tutto quanto? È proprio la coscienza del senso e del valore del limite, in relazione al paesaggio – che lo manifesta – nel quale si vive e si opera: una coscienza che dovrebbe essere il prodotto di competenze e responsabilità attive e autentiche, d’altro canto, e che non si può più trascurare.

Nelle città circondate da montagne la qualità della vita è più alta (almeno così si direbbe!)

[Lecco. Immagine tratta da https://leccotourism.it.]
Nelle classifiche della qualità della vita per fasce d’età che misurano rispettivamente il benessere di anziani, giovani e bambini sul territorio italiano, pubblicate di recente dal “Sole 24 Ore” delle classifiche, balza rapidamente all’occhio (a chi ha un certo occhio montano) la presenza nelle prime posizioni di città poste in territori montani o molto prossime ad essi e comunque circondate da monti più o meno elevati.

[Cliccate sull’immagine per leggere tutte le classifiche nel dettaglio.]
Nella classifica relativa ai bambini (0-14 anni) ci sono Lecco, Aosta e Trento, che le montagne le hanno praticamente “dentro” la città; in quella per i giovani (18-35 anni) ci sono Bolzano e Cuneo – ma anche Gorizia e Trieste hanno da sempre un legame speciale con le loro montagne più prossime; nella classifica riferita agli anziani (oltre i 65 anni) ci sono Bolzano, Trento e Como, ma pure Treviso ha un certo legame con i monti a settentrione della città.

[Bolzano. Immagine tratta da www.elle.com.]
Le classifiche del “Sole 24 Ore” hanno ricavato i propri punteggi dalla valutazione di 12 indicatori di natura prettamente pratica legata ai servizi di base dei quali la popolazione può usufruire nelle varie città. Tuttavia, siccome è cosa certa che il paesaggio influisce sulla vita delle persone e sulla loro relazione con il territorio abitato e la qualità della vita in esso, dunque agisce in qualche modo anche su come le persone vivono le città in cui abitano usufruendo dei loro servizi, mi viene da pensare – forse con troppa superficialità, forse no – che in quale modo anche l’orizzonte montano particolarmente bello e potente di cui godono le città citate abbia influito sulla posizione così alta raggiunta nelle rispettive classifiche.

Forse a riprova di quanto appena rimarcato, in tutte le tre classifiche elaborate le grandi città metropolitane italiane, che anche quando hanno montagne non troppo distanti quasi sempre le nascondono dietro i loro palazzoni di cemento e i grandi centri commerciali, si piazzano nelle posizione medio-basse, non di rado prossime al fondo.

[Trento. Immagine tratta da www.retecittadellacultura.it.]
D’altro canto, se tale mio pensiero appare certamente speculativo, sarebbe una bella e concreta cosa se gli amministratori delle “città montane” veramente sapessero trarre un’ispirazione e un’energia concrete dai monti che le circondano al fine di farne un ulteriore valore aggiunto alla qualità della vita dei residenti e una spinta a migliorarla costantemente. Non per vincere chissà quale competizione – in effetti queste classifiche sono senza dubbio indicative circa la realtà delle cose ma vanno analizzate e interpretate oltre le mere graduatorie, anche perché in tutte le città “vincenti” di problemi da risolvere, anche gravi, ce ne sono eccome – ma, appunto, per garantire agli abitanti delle città la migliore quotidianità possibile, ben sapendo che un grande aiuto a ciò lo offriranno sempre le montagne che le circondano e sovrastano.

Non “Zone 30” in città ma “Zone 0”!

[Foto di Pexels da Pixabay.]
Nelle città in cui viviamo, posta la realtà di fatto che presentano e ciò che ci aspetta nei prossimi anni, tra nuove strade per velocizzare il traffico veicolare e “Zone 30” per rallentarlo, tra la libertà dell’auto privata e il privilegio dei trasporti pubblici, tra un passato che vuol farsi futuro e un futuro che vuol tornare al passato, tra slogan che dicono cose e altri slogan che dicono cose opposte, io credo che per la salvezza delle città e di chiunque le abiti e le frequenti, stanzialmente o saltuariamente, la soluzione sia una sola:

Cioè niente auto, già.

Solo mobilità dolce e trasporti pubblici capillari e efficienti.

La città costruita attorno alle strade e ai mezzi che le percorrono è un controsenso assoluto, un paradosso derivato da uno sviluppo distorto – più o meno conscio, più o meno dettato da affarismi vari e assortiti – delle aree metropolitane. La città va camminata e va pedalata per poterla dire viva così come altrettanto vivi i suoi abitanti in relazione ad essa. Di contro il traffico motorizzato non solo ne ammorba l’aria ma pure l’anima urbana: pensare ancora, oggi, che possa essere l’auto il mezzo principale per attraversarla è una delle più grandi stupidaggini della nostra epoca ed è inquietante che così tanti amministratori pubblici se ne facciano megafono (per giunta definendola assurdamente una “libertà”).

Le “Zone 30” non sono soluzioni ma solo palliativi, utili al momento e solo se si punta rapidamente allo step successivo: la “Zona 0” appunto. Finché le vie urbane non torneranno a poter essere completamente camminabili e dunque vivibili da chiunque, i cittadini in primis, le nostre città saranno solo delle sceneggiate di urbanesimo e dei simulacri di civicità. Diventeranno preda da un lato della gentrificazione più bieca e dall’altro di una slumizzazione degradante. Un mega nonluogo destinato a decadere presto, inevitabilmente.