Il paesaggio non esiste (se non nella mente di chi lo “osserva”)

[Foto di Alessandro da Pixabay]

Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.

(Lucius Burckhardt)

Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello (ultra classico!) ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia belloPerché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.

E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noiè una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe di se stesso di essere “brutto” dentro?

Nella differenza culturale tra “territorio” e “paesaggio”, cioè tra ciò che vediamo intorno a noi e ciò che concepiamo da quella visione, nella relazione che si forma tra i due elementi e nella sua stortura (il più delle volte inconsapevole, in certi casi no), si può riscontrare sia la fortuna di essi, ovvero la loro frequentazione antropica armoniosa, sia la loro sfortuna, cioè l’origine dei danni che l’uomo con le sue attività vi compie. Comprendere che l’antropizzazione e la territorializzazione realizzate in armonia con lo spazio e l’ambiente naturale generano un altrettanto armonioso e bel paesaggio, nel quale ci si trova bene perché è bello starci, è fondamentale tanto quanto capire che la confusione tra i due elementi e il travisamento del loro valore, innanzi tutto da parte di chi opera e gestisce quegli spazi vissuti e antropizzati, è garanzia pressoché certa di danni e di degrado della bellezza peculiare dei luoghi, dunque conseguentemente anche della nostra relazione con essi, del nostro atteggiamento, della capacità di comprenderne e salvaguardarne il valore. Per questo il paesaggio deve necessariamente scaturire da una nostra elaborazione intellettuale e culturale: se ciò non accade, il territorio diventa come un dipinto dai colori bellissimi ma che non si capisce cosa rappresenti.

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GeographicArt #4

Cliccate qui, per capire meglio perché vi proponga carte geografiche.)

Questa notevole “mappa”, pubblicata in origine qui, illustra il continente europeo in base alle opere d’arte tra le più iconiche – ovvero considerabilmente tali – e celebri per ciascun paese. Oltre a rappresentare un divertente gioco per il quale indovinare i vari capolavori raffigurati, riesce in effetti a illustrare in modo tanto immediato quanto significativo (seppur ovviamente diacronico) anche i vari caratteri nazionali europei, che l’arte come forse nessun altra cosa umana ha saputo mettere in evidenza e a suo modo identificare nel tempo.

Qui potete saperne di più sulla mappa e su alcune delle opere d’arte che la compongono.

GeographicArt #3

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#3: Nicolaus Germanus, Cosmographia Claudii Ptolomaei Alexandrini, 1467.

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La cosmografia tolemaica dell’Italia elaborata dal cartografo tedesco Nicolaus Germanus (che per inciso fu il primo nella storia ad aver raffigurato la Terra come un globo), pubblicata nel 1467, è probabilmente una delle prima carte geografiche basate sul metodo di rappresentazione cartografica di Tolomeo che raffigurano l’Italia come unità geografica singola, separata dal resto del territorio europeo. Mappe come questa, dunque, hanno rappresentato un elemento solo apparentemente “scontato” e invero assai importante nella definizione dell’entità e dell’identità geopolitica italiana nel corso dei secoli.

GeographicArt #2

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#2: Frans van Haren, Lumen Historiarum per Occidentem, 1620~.

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Questa è una delle prime mappe dettagliate complete dell’Europa, elaborata da Frans van Haren (Franciscus Haraeus), teologo e storico olandese disegnatore di mappe geografiche, attivo dal 1615 al 1624 circa e dunque databile in tale periodo. Centrata sull’Italia, la mappa copre l’intera Europa occidentale dalla Spagna alla Grecia e dall’Inghilterra all’Africa settentrionale, raffigurando ancora il continente nel modo in cui era conosciuto dagli antichi tramite le originarie fonti greche e romane tra cui gli scritti di Plinio, Strabone, Virgilio, Cesare e altri. Nello stile dell’epoca, navi e mostri decorano i mari mentre nel quadrante inferiore sinistro compare un bel cartiglio decorativo barocco.

La mappa venne pubblicata per la prima volta nel 1657 nel volume VI dell’opera Novus Atlas, Sive Theatrum Orbis Terrarum: In quo Orbis Antiquus, Seu Geographia Vetus, Sacra & Profana exhibetur di Johannes Janssonius, cartografo, incisore e editore olandese.

Il meraviglioso Samivel

In questi giorni si ricordano i trent’anni dalla scomparsa di Samivel, pseudonimo di Paul Gayet-Tancrède, scrittore, regista, fotografo, esploratore, alpinista e, se posso dire soprattutto, uno dei più meravigliosi, raffinati, poetici, emozionanti illustratori delle montagne, i cui acquerelli ammiravo fin da piccolino su riviste e libri dedicati alle Alpi e all’alpinismo e mi affascinavano allora come oggi, non avendo perso nulla della loro bellezza e anzi accrescendola sempre di più, anche per il messaggio oltre modo prezioso che comunicano e che, appunto, diventa sempre più importante. Infatti Samivel fu anche un grande e appassionato difensore dell’ambiente naturale montano, riguardo il quale fin dalla metà del Novecento egli intuì i pericoli e i danni cagionati dall’eccessiva antropizzazione a fini turistici. Si oppose con forza a funivie, strade, installazioni in quota, denunciò già più di mezzo secolo fa che sulle Alpi era in corso una «catastrofe estetica», criticando gli «abili mercanti di montagna, che sanno parlare alla testa e alle tasche della gente», scrisse del «buon odore di gasolio portato dal vento» che regnerà sulle montagne se quei progetti fossero andati avanti, rivendicando per le montagne il «valore estetico, culturale e sociale».

A volte le sue battaglie, nelle quali sapeva coinvolgere molta parte dell’opinione pubblica – in primis francese – Samivel le vinse, altre volte no, ma è comunque diventato una figura imprescindibile dell’immaginario culturale alpino, molto amata, rispettata da tutti – incluso chi non la pensasse come lui – proprio anche per la mirabile bellezza che sapeva creare e offrire con i suoi disegni i quali sono diventati in molti casi il motivo migliore – senza bisogno di tante parole, dunque – per dimostrare la necessità della salvaguardia della Natura alpina. Alla sua morte, il 18 febbraio del 1992, il quotidiano “Le Monde” lo ricorderà come «disegnatore di picchi e di vette, cantore della montagna vergine e della natura inviolata, fustigatore degli inquinatori di tutti i tipi, inclusi gli sciatori che si fanno depositare in quota dagli elicotteri», anche così denotando quanto fosse capace di prevedere e comprendere certe pericolose devianze del turismo alpino. Sono passati trent’anni da quelle sue parole e ancora si sta cercando di difendere le Alpi dalla dissennata pratica dell’eliski… non serve dire altro.

Un bellissimo ricordo di Samivel lo trovate in questo articolo di “Montagna.tv (articolo quanto mai necessario, visto che in Italia Samivel non è così conosciuto: prova ne è che non abbia nemmeno una pagina su Wikipedia), dal quale ho tratto anche le citazioni che avete letto in questo mio post. Con l’augurio che la sua presenza, come la sua sublime arte, resti sempre a vegliare sulle montagne e sulla loro, e nostra, fondamentale bellezza.

(P.S.: le immagini della piccola galleria in testa al post sono tratte dal web. Se nel farlo avessi violato qualsivoglia diritto, sono ovviamente disponibile a rimuoverle.)