100 secondi all’Apocalisse (meritata)

L’Orologio dell’Apocalisse segna solo 100 secondi alla mezzanotte. Già, secondo gli scienziati dell’Università di Chicago che gestiscono il Doomsday Clock, l’orologio metaforico che misura il pericolo di un’ipotetica fine del mondo a cui l’umanità è sottoposta, la realtà geopolitica e ambientale in corso ci pone vicini come non mai al disastro finale.

Il che poi non sarebbe una cosa tanto tragica, se coinvolgesse il solo genere umano, anzi: temo che la notizia della sparizione dell’umanità verrebbe accolta con grande favore dal resto dell’Universo. D’altronde mi ritrovo sempre più costretto a ritenere che se la razza umana è talmente stolta e autodistruttiva, la responsabilità inesorabilmente ricade su ogni suo membro, anche su quelli più irreprensibili: puntare il dito contro altri perché “noi” siamo quelli bravi e loro quelli malvagi può essere formalmente giusto ma mi pare comunque moralmente ipocrita oltre che concretamente inutile. Se la nostra “civiltà” è diventata così letale in primis verso se stessa è un problema che non può non riguardarci tutti, nonostante le innumerevoli cose belle che tanti uomini hanno saputo fare nei secoli – ma sono conscio che un dibattito filosofico del genere potrebbe andare avanti a lungo e, forse, sterilmente.

[Foto di Karsten Würth da Unsplash.]
In verità, ciò che personalmente trovo spaventoso non è tanto che l’umanità abbia concepito variegate modalità – soprattutto belliche e nucleari – di autodistruzione (addirittura stipando nei propri arsenali armi sufficienti a distruggere più volte il pianeta, cosa che mi pare veramente un apice di idiozia assoluto e definitivo), ma che trascuri tranquillamente il fatto che la propria autodistruzione arrecherebbe danni devastanti all’insuperabile bellezza che ci offre il mondo che abitiamo, a luoghi e paesaggi come quello lì sopra ritratto (scelto a caso, uno per tutti; per la cronaca, è uno scorcio dell’Altopiano del Renon). Il che, in fondo, è la dimostrazione di come l’Homo Sapiens in realtà sia tanto stupido e arrogante da credersi il centro del mondo anche nell’atto della sua distruzione, come se l’unica cosa che contasse al mondo fosse solo se stesso e non ci fosse null’altro degno di vivere e tanto meno di detenere diritti.

Ecco perché se le lancette del Doomsday Clock prima o poi segnassero la mezzanotte per l’umanità (e purtroppo la questione non è se accadrà ma quando), non sarebbe poi una cosa così negativa. Il problema è che la segnerebbero per ogni altra cosa che dà vita (in senso biologico come in ogni altro) al mondo e, per tale motivo, ci tocca sperare che la mezzanotte non giunga mai. Ipocritamente, al solito, come solo gli umani sanno essere.

GeographicArt #4

Cliccate qui, per capire meglio perché vi proponga carte geografiche.)

Questa notevole “mappa”, pubblicata in origine qui, illustra il continente europeo in base alle opere d’arte tra le più iconiche – ovvero considerabilmente tali – e celebri per ciascun paese. Oltre a rappresentare un divertente gioco per il quale indovinare i vari capolavori raffigurati, riesce in effetti a illustrare in modo tanto immediato quanto significativo (seppur ovviamente diacronico) anche i vari caratteri nazionali europei, che l’arte come forse nessun altra cosa umana ha saputo mettere in evidenza e a suo modo identificare nel tempo.

Qui potete saperne di più sulla mappa e su alcune delle opere d’arte che la compongono.

GeographicArt #2

(Cliccate qui, per capire meglio perché vi proponga carte geografiche.)

#2: Frans van Haren, Lumen Historiarum per Occidentem, 1620~.

[Per ingrandire l’immagine, cliccateci sopra.]
Questa è una delle prime mappe dettagliate complete dell’Europa, elaborata da Frans van Haren (Franciscus Haraeus), teologo e storico olandese disegnatore di mappe geografiche, attivo dal 1615 al 1624 circa e dunque databile in tale periodo. Centrata sull’Italia, la mappa copre l’intera Europa occidentale dalla Spagna alla Grecia e dall’Inghilterra all’Africa settentrionale, raffigurando ancora il continente nel modo in cui era conosciuto dagli antichi tramite le originarie fonti greche e romane tra cui gli scritti di Plinio, Strabone, Virgilio, Cesare e altri. Nello stile dell’epoca, navi e mostri decorano i mari mentre nel quadrante inferiore sinistro compare un bel cartiglio decorativo barocco.

La mappa venne pubblicata per la prima volta nel 1657 nel volume VI dell’opera Novus Atlas, Sive Theatrum Orbis Terrarum: In quo Orbis Antiquus, Seu Geographia Vetus, Sacra & Profana exhibetur di Johannes Janssonius, cartografo, incisore e editore olandese.

Albione sull’orlo di una crisi di nervi

[Immagine tratta da qui.]
Mi si fa sempre più vivida l’impressione che la Gran Bretagna, dopo la Brexit, stia andando incontro a una generale crisi di nervi.

Ciò in base a molteplici evidenze: in primis dal punto di vista economico e sociale, per come la Brexit stia mettendo in crisi molti settori produttivi e, di conseguenza, un’ampia parte della popolazione ad essi collegata, nel mentre che, di contro, l’entrata nel Regno Unito dei cittadini europei per poter lavorare – dal momento che certe filiere produttive sono andate in difficoltà anche per la mancanza di mano d’opera – è ora diventata parecchio difficile, in base alle restrizione imposte dall’uscita dalla UE. Circostanze difficili previste, queste, ma che ora si comincia a ritenere più gravi di quanto ipotizzato. Quindi dal punto di vista socioculturale, per come la Brexit abbia non solo messo in evidenza ma stia rendendo sempre più drammatiche le fratture esistenti nella società civile britannica, presenti anche prima dell’uscita dall’Europa del paese ma ben più latenti e sottotraccia, mentre ora le condizioni politico-culturali generate dall’autoisolamento post-Brexit – oltre che da leaderships politiche francamente piuttosto discutibili, e non mi riferisco solo a quelle al potere – sembra le stia acutizzando in maniera vieppiù deleteria: un esempio in tal senso, forse “banale” eppure a mio modo di vedere emblematico, è quanto accaduto dopo la sconfitta della nazionale inglese nei recenti campionati europei di calcio. Inoltre temo vi sarà pure una crisi di nervi istituzionale, con le pulsioni separatiste della Scozia sempre più forti, una ben maggior irrequietudine nell’Irlanda del Nord rispetto agli ultimi anni tanto che, al riguardo, si sono manifestati nuovamente fatti violenti tipici del tempo dei Troubles e, soprattutto, con la concreta incertezza su cosa accadrà dopo la dipartita di Elisabetta II, comunque un simbolo e un’icona identitaria per il Regno Unito alla quale non si può che augurare ancora una lunghissima vita ma, con tutto il rispetto del caso, la sua bella età ce l’ha mentre alle sue spalle una figura di simile carisma non c’è proprio, almeno al momento.

Ho sempre pensato alla Brexit come a una grande stupidaggine ma ne ho “compreso” l’attuazione riconoscendo la realtà peculiare della Gran Bretagna e la sua unicità, per tanti motivi, rispetto al resto dell’Europa; tuttavia, ripeto, mi pare che le più fosche previsioni riguardo il dopo Brexit si stiano realizzando – pensando a quelle socioculturali come le peggiori, più che quelle economiche. Mi auguro che qualche suddito di Sua Maestà particolarmente saggio e illuminato sappia rimettere in sesto la situazione generale del paese placando la crescente e sempre più irosa inquietudine ma, ora come ora, stando alla realtà dei fatti e alle figure istituzionali in gioco, questa possibilità mi sembra si stia allontanando ogni giorno di più.

P.S.: per la cronaca, il titolo di questo articolo richiama quello del celebre film di Pedro Almodovar, mentre l’Albione citato è l’antico nome della Gran Bretagna.

Ultrasuoni #22: The Hives

[Immagine tratta da thehives.com.]
Dunque… prendete un gruppo beat dei primi anni Sessanta; fatelo vestire da uno stilista di grido dell’epoca, poi infilatelo in una macchina del tempo e portatelo 30 e più anni avanti. Quindi fate bere ai suoi componenti una ventina di Red Bull® ciascuno, una dietro l’altra, di modo che risultino adeguatamente fuori di testa, poi portateli in un punk club e mandateli sul palco a suonare i propri pezzi: ecco, avete ottenuto i The Hives!

I cinque svedesi che all’inizio della carriera parevano una “punk boy band” dal look retrò studiatissimo e d’altro canto divenuto tratto peculiare della loro tipica immagine da hooligans-figli di papà, sono stati a fine anni Novanta e per gli anni zero del nuovo secolo una delle punk rock band più entusiasmanti in assoluto, con i primi tre album – Barely Legal, Veni Vidi Vicious e Tyrannosaurus Hives – ripieni di grandi brani e potenziali hit, di quelle che ti restano in testa fin dal primo ascolto o che ti portano irrefrenabilmente a saltellare e dimenare il capo ma al contempo rudi, grezzi, veloci, a tratti quasi hardcore, e dotati della capacità quasi sorprendente di mettere insieme atmosfere garage e suoni sixties, a volte persino raffinati, con un’attitudine e la rozza frenesia del primo punk (con alcune deviazioni anche verso il più classico rock’n’roll, lo ska, l’indie rock, il pop), il tutto nel solco del più sublime e insuperabile scandinavian rock style.

Per dire (e sentire), ecco un brano significativo per ciascuno di quei tre album:

Poi, forse, complice pure il grande successo, i The Hives hanno perso un po’ di smalto, riproponendo un cliché musicale ormai assodato seppur sempre divertente da ascoltare (ad esempio Tick Tick Boom); in ogni caso, ribadisco, di gruppi così energetici – cioè di Red Bull® bands, mi viene da dire! – e particolari come loro a tutt’oggi ce ne sono ben pochi in circolazione.

I The Hives ti mettono le aaali!

[Tour image 2021. Foto tratta da facebook.com/hives.]