C’è fiordo e fiordo

[Foto di bre, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org. Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]
Una suggestiva immagine di uno dei tanti fiordi della regione di Vestlandet, nella parte occidentale della Norveg… – e invece no! Non è un fiordo norvegese ma è il Fälensee, un lago alpino nella zona dell’Alpstein, cantone di Appenzello interno, Svizzera. Che a un fiordo scandinavo in effetti ci assomiglia parecchio – date un occhio a certe immagini del Nærøyfjord, ad esempio.

Al solito: la “verità” del paesaggio è innanzi tutto nella nostra mente ed è il frutto delle nostre percezioni tanto quanto della nostra cultura. Noi dobbiamo dare un senso obiettivo e realisticamente identificante al paesaggio; quando ciò avviene, il paesaggio dà un senso al luogo e offre un’identità a noi che lo viviamo, per poco tempo o per una vita intera.

P.S.: a proposito di paesaggi “inconfondibili” o forse no, ovvero per capire ancora meglio cosa voglio dire, cliccate qui.

Paesaggi inconfondibili. O forse no

Si usa dire che «la bellezza è negli occhi di chi la guarda» o come meglio scrisse David Hume, «La bellezza nelle cose esiste nella mente che le contempla». Ciò vale assolutamente anche per il paesaggio, e infatti quei detti trovano il loro pari al riguardo nelle parole del grande sociologo e urbanista svizzero Lucius Burckhardt (di lui ho già scritto qui), il quale osservò che «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori». Come a dire: il paesaggio è bello non tanto perché lo sia materialmente, ma perché così lo riconosciamo (lo dobbiamo riconoscere) immaterialmente, ovvero intellettualmente. I sensi vengono appagati dalla sua percezione, ma la mente e l’animo abbisognano anche della relativa interpretazione.

Così nelle teste degli osservatori non si forma solo l’estetica del paesaggio ma pure la sua identità e la conseguente identificabilità, che tuttavia senza un’adeguata consapevolezza culturale rischia di essere equivocata o confusa, rovinandone così anche il senso estetico oltre che la possibilità di intessere con il luogo una conscia e proficua relazione, quella che serve per farcelo vivere pienamente e per farci stare realmente bene in esso. In quel caso il paesaggio lo apprezziamo ma in modo superficiale e distorto oppure lo trascuriamo, non comprendendolo come meriterebbe.

Ad esempio, nella fotografia sopra riprodotta appare in tutta la sua scandinava bellezza invernale uno scorcio della Svezia del Nord – avrete certamente riconosciuto i luoghi, più o meno – con la neve abbondante che ricopre ogni cosa, le montagne tondeggianti e fittamente boscose sullo sfondo, le case semplici ricoperte di lamiera rossa per meglio proteggerle dalle intemperie del clima rigido di lassù, le basse conifere, le betulle accanto alla strada, la palpabile dimensione ambientale di gelo, quiete, silenzio… un’immagine che rappresenta quelle terre scandinave nel modo più tipicamente nordico, suggestivo e indentificante, vero?

E invece no: riprende un angolo della Sila, in Calabria. 4.500 km più a Sud, 500 km circa dall’Africa, nel bel mezzo del caldo Mar Mediterraneo. Ma che pare in tutto e per tutto un angolo della Scandinavia più classica.

Capite ora cosa intendo dire?

P.S.: grazie di cuore a Teresa Barberio per avermi concesso di arricchire questo post con la sua bellissima e così suggestiva immagine fotografica.

Camminate, per non lambiccarvi

[Hagforscontea di Värmland, Svezia. Foto di Pigoff PhotographY da Unsplash.]

Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta, mentre a letto si rimugina l’insolubile fino alla vertigine.

[Emil CioranAl culmine della disperazione, Adelphi, Milano, 1998, pag.12.]

Un paesaggio, in cielo

Ieri nel tardo pomeriggio, sopra di me, c’era quel tipo di cielo che io definisco “da arcipelago finlandese” – si veda l’immagine qui sopra.
Voi magari ora supporrete: perché un cielo così l’hai visto durante qualche tuo viaggio in Finlandia?
No, non l’ho visto lì. Ovvero, sì, ho visto lì qualcosa di molto simile: ma non in cielo, semmai dal cielo.
Già, perché l’osservazione di quel particolare cielo, ieri, con tutte quelle innumerevoli piccole nuvole distaccate l’una dall’altra e sperse nell’azzurro intenso di fondo, mi ha subito ricordato – da “buon” visionario quale sono – la peculiare veduta aerea delle innumerevoli piccole isole sperse nel blu del Mar Baltico presso il Parco Nazionale dell’Arcipelago Marino, nella Finlandia sudoccidentale:

Una visione simile a quella di talune altre zone lungo le coste scandinave (Finlandia e Svezia sono di gran lunga i paesi al mondo che hanno più isole: quasi 410.000 nel complesso!) ma comunque tipica di questa spettacolare parte del continente europeo.

D’altronde, il bello dello scoprire sempre nuovi paesaggi è che a volte non li si scova soltanto sulla Terra ma pure in cielo o altrove: e, a modo loro ovvero nella loro immaterialità, anch’essi sono “paesaggi” nel senso propriamente culturale del termine, anche se non li può raggiungere – o, forse, proprio in forza di ciò.

N.B.: l’immagine in alto è mia, quella in basso è tratta da Google Earth.

Ultrasuoni #22: The Hives

[Immagine tratta da thehives.com.]
Dunque… prendete un gruppo beat dei primi anni Sessanta; fatelo vestire da uno stilista di grido dell’epoca, poi infilatelo in una macchina del tempo e portatelo 30 e più anni avanti. Quindi fate bere ai suoi componenti una ventina di Red Bull® ciascuno, una dietro l’altra, di modo che risultino adeguatamente fuori di testa, poi portateli in un punk club e mandateli sul palco a suonare i propri pezzi: ecco, avete ottenuto i The Hives!

I cinque svedesi che all’inizio della carriera parevano una “punk boy band” dal look retrò studiatissimo e d’altro canto divenuto tratto peculiare della loro tipica immagine da hooligans-figli di papà, sono stati a fine anni Novanta e per gli anni zero del nuovo secolo una delle punk rock band più entusiasmanti in assoluto, con i primi tre album – Barely Legal, Veni Vidi Vicious e Tyrannosaurus Hives – ripieni di grandi brani e potenziali hit, di quelle che ti restano in testa fin dal primo ascolto o che ti portano irrefrenabilmente a saltellare e dimenare il capo ma al contempo rudi, grezzi, veloci, a tratti quasi hardcore, e dotati della capacità quasi sorprendente di mettere insieme atmosfere garage e suoni sixties, a volte persino raffinati, con un’attitudine e la rozza frenesia del primo punk (con alcune deviazioni anche verso il più classico rock’n’roll, lo ska, l’indie rock, il pop), il tutto nel solco del più sublime e insuperabile scandinavian rock style.

Per dire (e sentire), ecco un brano significativo per ciascuno di quei tre album:

Poi, forse, complice pure il grande successo, i The Hives hanno perso un po’ di smalto, riproponendo un cliché musicale ormai assodato seppur sempre divertente da ascoltare (ad esempio Tick Tick Boom); in ogni caso, ribadisco, di gruppi così energetici – cioè di Red Bull® bands, mi viene da dire! – e particolari come loro a tutt’oggi ce ne sono ben pochi in circolazione.

I The Hives ti mettono le aaali!

[Tour image 2021. Foto tratta da facebook.com/hives.]