Land (&) Art #4

Sopra: Thomas Downing, Red, 1966. Fonte: observer.com.

Sotto: campi coltivati nel deserto della Contea di Eureka, Nevada, Stati Uniti. Fonte: Google Maps (immagine rielaborata da Luca).

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Philip Dröge, “Terra di nessuno”

Leggo il giorno stesso in cui scrivo queste mie parole una notizia assai curiosa: un contadino ha rischiato di far scoppiare un piccolo caso diplomatico tra Belgio e Francia dopo aver inavvertitamente spostato il confine tra le due nazioni, ingrandendo la prima e rimpicciolendo la seconda, seppur di un’inezia. In poche parole, un appassionato di storia locale si è accorto che la pietra che segna la frontiera tra i due stati era stata spostata di 2,29 metri. Si è così appurato che un tale “atto sovversivo” è stato opera di un agricoltore belga che, trovato il piccolo monolite (che stava in quel punto da oltre due secoli – riporta la data “1819”) sul cammino del suo trattore, lo ha spostato all’interno del territorio francese. Ora il contadino – conclude l’articolo che ho letto – dovrà rimettere a posto la pietra di confine: se non dovesse farlo rischierebbe un’accusa penale e che la vicenda finisca davanti alla commissione di frontiera franco-belga, che non è stata più interpellata dal 1930.

Per una coincidenza altrettanto curiosa presso un confine relativamente vicino, quello oggi posto tra Belgio e Germania, un tempo tra Paesi Bassi e Prussia, è andata in scena qualcosa di simile, solo su scala un po’ più grande (ma nemmeno troppo) e in forza di quel paradosso geografico, politico e soprattutto culturale intrinseco al concetto cartesiano di “confine” in uso nel nostro mondo da tre secoli circa a questa parte, quando i poteri dominanti del tempo stabilirono di determinare l’estensione dei propri regni o stati in base a criteri meramente politici, rendendo più identificati i relativi territori ma al contempo spezzando relazioni sociali, etniche e culturali vive in essi da secoli, pratica che di frequente è stata poi alla base di numerosi conflitti bellici. Quella vicenda è narrata dallo scrittore e giornalista olandese Philip Dröge in Terra di nessuno (Keller Editore, 2020, traduzione di Andrea Costa; orig. Moresnet, 2016) e racconta la storia del Moresnet neutrale, pseudo-staterello di nemmeno 4 km quadrati che nacque a seguito del riordino geopolitico europeo scaturito dal Congresso di Vienna del 1815 in forza, sostanzialmente di un errore []

[Il Moresnet Neutrale in una cartolina nel 1900. Fonte dell’immagine: qui.]
(Leggete la recensione completa di Terra di Nessuno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Scrivere è come viaggiare

[Foto di Christine Engelhardt da Pixabay.]

Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli.

Aveva ragione Emilio Salgari a sostenere questa cosa, d’altro canto è noto che il grande autore veronese scrisse i suoi romanzi d’avventura ambientati in Malesia e con protagonista il celeberrimo pirata Sandokan senza mai essere stato ne in Malesia ne tantomeno in India o nel Mar dei Caraibi, altre ambientazioni dei suoi romanzi, che invece conobbe e studiò attraverso le pagine di enciclopedie, riviste di viaggi e un gran numero di altre fonti cui attingeva nelle biblioteche delle città in cui visse.

Ma, a parte tali notevoli abilità salgariane, è vero che la pratica della scrittura letteraria ricorda molto quella del viaggio: si parte, da un luogo per la seconda e da una parola o una frase per la prima, si viaggia attraverso territori e fantasie, idee, geografie, intuizioni, storie, eventi, intanto i caratteri messi sul foglio (anche come stampa di un file) tracciano una rotta tra i suddetti elementi esattamente come il viaggiatore la traccia nel suo percorrere il mondo – in fondo è un mondo anche quello che l’autore crea con il suo scrivere, poco o tanto fantastico ma comunque reale e concreto, per il suo lavoro di scrittura: non a caso al riguardo si usa spesso la definizione di “mondi letterari”.

Così i due “viaggi”, quello letterario e quello geografico, interpretano similmente pagine e mappe seguendo visioni e indicazioni, attraversando mete intermedie come tanti capitoli del viaggio stesso, producendo esperienze potenti e utili, se non indispensabili, per il prosieguo del percorso – che potrà essere logico e determinato oppure istintivo e vagabondante, non importa, semmai importa che sia sempre consapevole e relazionato alla dimensione nella quale si viaggia, sia essa quella immateriale delle idee o quella materiale della geografia – esperienze che poi contribuiscono a generare paesaggi, mentali e letterari ovvero territoriali e ambientali che a loro volta diventano elementi identificanti – per la storia scritta o per i luoghi attraversati – e nei quali identificarsi – l’autore nella propria narrazione, il viaggiatore nel territorio che sta esplorando.

Infine, entrambi questi “viaggi” raggiungono una meta – il punto finale che chiude il testo, il luogo nel quale si voleva giungere – che tuttavia non è mai la fine del viaggio, ma il punto di giunzione tra l’arrivo ormai conseguito e una nuova partenza da attuare, dacché mai per l’autore letterario la fine di un testo rappresenta fine della scrittura tout court e mai per il viaggiatore l’arrivo ad una meta comporta la fine del proprio viaggiare.

Non è un caso, d’altronde, che i grandi scrittori sono sempre anche grandi viaggiatori e i grandi viaggiatori, se non sono autori ma vogliono provare a descrivere i proprio viaggi, lo sanno fare in forza di un “talento” coltivato proprio attraverso il viaggiare, pratica che si manifesta come un serbatoio privilegiato e pressoché illimitato di idee, intuizioni, spunti, illuminazioni, visioni e fantasie per lo scrittore. Insomma: ciò che si dice un autentico circolo virtuoso tra scrivere e viaggiare, nel quale (e dal quale) è sempre bellissimo lasciarsi “volteggiare”: tra le parole, i libri, le idee, i territori, i luoghi e le rispettive, affini meraviglie di questo mondo così sorprendentemente uguale, all’apparenza differente e invece assolutamente unico.

Mappe senza confini

Ho letto un articolo, qualche giorno fa su “Il Post” (cliccate qui sopra per leggerlo anche voi), nel quale, illustrando la “strana” questione cartografica, derivante da quella geopolitica analoga, della rappresentazione dei territori contesi da India, Pakistan e Cina, viene messa nuovamente in luce l’imperituro valore della mappa geografica quale strumento di rappresentazione fondamentale del nostro mondo e, di conseguenza, di noi che lo abitiamo e lo conformiamo (nel bene e nel male) in funzione dell’abitarlo.

Pensateci bene: ben prima di qualsiasi testo scritto, è stata una mappa a generare comunicazioni e messaggi tra esseri umani – in fondo le primitive incisioni rupestri spesso erano proprio rappresentazioni del territorio umanizzato e delle attività svolte in esso – e ancora oggi non c’è forse nulla come una mappa, anche in versione digitale e web, che sappia fornire all’istante una gran quantità di informazioni a chi la sappia leggere e interpretare. Ciò perché, ribadisco, una mappa geografica non rappresenta soltanto la forma del mondo abitato ma anche, se non soprattutto, come è abitato (o non abitato, ovviamente) quel pezzo di mondo raffigurato: è come uno specchio nel quale possiamo osservarci, identificarci, identificare ciò che abbiamo intorno, riconoscere quelle che vi si trova dentro e riconoscerci in esso. Uno strumento insuperabile, appunto, nonostante risalga alla notte dei tempi e in quelle forme primordiali, sostanzialmente, sia ancora prodotto; non a caso è stato asservito da sempre al potere politico, che attraverso le mappe poteva evidenziare la propria forza dominante e, di contro, mantenere il controllo consapevole dei territori dominati.

Per tutto questo tante volte ho disquisito di mappe e carte geografiche qui sul blog, e una delle cose di cui sono più orgoglioso, nel mio piccolo, è l’appartenenza a un gruppo di lavoro cartografico che collabora con uno dei principali editori di cartoguide (nel mio sito trovate le mappe al momento pubblicate). In fondo, saper leggere una mappa significa non solo poter conoscere meglio un territorio e, naturalmente, non perdersi in esso: significa anche ri-conoscere meglio se stessi ovvero noi tutti e la nostra fondamentale relazione con il mondo in cui viviamo. Una relazione, non mi stancherò mai di ricordarlo, indispensabile per abitare al meglio e nella maniera più armoniosa il nostro pianeta – che è poi un modo ulteriore per rimarcare nuovamente l’importanza delle mappe.

Per quanto riguarda nello specifico la questione geopolitica tratta dall’articolo de “Il Post”, poi, be’: consiglierei a indiani, pakistani e cinesi di leggersi il grande Élisée Reclus, geografo tra i più grandi e rivoluzionari di sempre, padre della moderna geografia umana, che aveva capito bene come, su una mappa geografica vera, i confini geopolitici sono l’ultima cosa che servono. Già.

La geografia ci salverà

[Foto di piviso da Pixabay ]
Stavo chiacchierando telefonicamente, oggi, con un amico cartografo con il quale collaboro in vari progetti di quell’ambito, e il parlare con lui di cose varie al riguardo mi ha fatto riflettere su una cosa – un’altra cosa che può scaturire, forse, da questo periodo così strano e difficile. Una cosa magari paradossale eppure indispensabile, anche perché proprio ora così evidente.

Viviamo giorni, appunto, nei quali siamo costretti, salvo rari casi, a restare al chiuso delle nostre case, in spazi domestici più o meno ampi ma certamente che nulla sono rispetto al territorio che abbiamo intorno, sia esso urbano o naturale. In pratica, siamo in un momento di – se così posso definirlo – negazione quotidiana della geografia personale: la nostra “mappa temporanea” è fatta di qualche decina di metri quadri o poco più, priva di coordinate che non siano quelle funzionali all’ambito domestico e di riferimenti che ci possano risultare necessari per renderci consapevoli di dove siamo e dove andiamo. Non ci serve saperlo, in fondo, conosciamo bene la nostra casa e i suoi spazi, sappiamo dove dobbiamo andare per muoverci in essa e in che punto della casa stiamo in ogni momento, senza bisogno di mappe, bussole o che altro. E tuttavia, ribadisco, così siamo in una condizione non geografica, in uno stato di “assenza referenziale”: un po’ come se fossimo ritornati alla notte dei tempi, quando i nostri antenati vivevano nelle caverne e non si muovevano da questi loro ripari che per brevi tratti e in forza di mere necessità sopravvivenziali, unico interesse concreto per farlo.

Ma l’uomo primitivo ha potuto diventare Sapiens anche nel momento in cui ha deciso di vincere i propri timori ancestrali e rispondere alle domande sempre più pressanti dell’intelletto in formazione, decidendo di allontanarsi dalla propria “tana” e conoscere spazi sempre più ampi del mondo che aveva intorno. Ciò non solo per poter acquisire maggiori risorse vitali ma, in forza della matrice intellettuale di tale atto “rivoluzionario”, per conoscere il mondo attorno a sé, per riconoscerne forme, elementi, territori, ambienti, “paesaggi” e dunque per saperli identificare e per identificarsi in essi. È stato un processo culturale fondamentale, questo, che per molti aspetti ha contribuito a sancire la superiorità della razza umana rispetto alle altre sul pianeta, permettendo all’uomo di annettere culturalmente lo spazio che aveva intorno e quindi di adattarlo alle proprie esigenze evolutive, in senso materiale ma pure, in senso immateriale, di acquisire la coscienza costante, crescente e razionale della propria presenza nel mondo, con la conseguente certezza di saper sempre bene in quale direzione andare – non soltanto metaforicamente. In un certo senso questo processo rappresenta la “nascita” della geografia o, direi meglio, della consapevole percezione geografica del mondo nonché, di rimando, dell’uomo nel mondo. Una percezione fondamentale, se vogliamo continuare ad affermare noi stessi nello spazio in cui viviamo, abitiamo, viaggiamo, lavoriamo, ci muoviamo per qualsiasi motivo, e per non ritornare a quello stato cavernicolo dei primordi della civiltà umana che tuttavia, come ho detto, per certi versi siamo costretti a subire e vivere per colpa dell’emergenza in corso ma che alcuni già manifestavano prima, da tempo, proprio per la mancanza di consapevolezza o per indifferenza geografica, nelle forme di dissonanze cognitive, stati di alienazione, spaesamenti, confusione identitaria, eccetera.

Ecco: ora che siamo rinchiusi nelle nostre case e comunque impossibilitati a muoverci se non su distanze minime e necessarie, e nel mentre che da qualche anno le discipline geografiche sono state sempre più ritenute secondarie e trascurabili, non solo nell’ambito scolastico, potrebbe invece essere il momento buono per riscoprire, riconsiderare, ridare valore e comprendere nuovamente la fondamentale, indispensabile, imprescindibile conoscenza della geografia. Anche nel modo più elementare e didascalico, inizialmente, ma comunque importante a metterci nel posto giusto al mondo e darci coscienza costante di dove siamo e cosa abbiamo intorno. Questo maledetto coronavirus ci fa sentire “smarriti” di fronte all’ignoto che così paurosamente rappresenta: be’, è un po’ ciò che accade al viandante che smarrisce la strada e la propria posizione geografica e non ha a disposizione mappe, strumenti e soprattutto quelle nozioni grazie alle quali saprebbe ritrovare la giusta via o quanto meno capire dove si trova con accettabile approssimazione, sapendo così pure la direzione da riprendere per continuare il viaggio. Senza contare che, banalmente ma nemmeno tanto, poi, una certa sensibilità verso la geografia e le sue cose consentirebbe di sentirci molto meno “in gabbia”, chiusi in casa come siamo, e di poter viaggiare con la mente e il pensiero – che d’altro canto è l’espressione di più totale libertà che noi umani avremmo a disposizione – verso qualsiasi territorio, luogo, spazio, tempo, e verso le conoscenze che da ciò potrebbero venire. Con il privilegio, ribadisco ancora, di sapere sempre dove siamo e cosa abbiamo intorno, cioè di identificare il mondo e identificarci nel mondo (è un’affermazione di unicità individuale in effetti, no?), di marcare il nostro posto in esso – e solo nostro, appunto, – con la massima consapevolezza del caso. Il che, a mio modo di vedere, è d’altro canto una delle conquiste intellettuali e culturali più grandi che da sempre l’Homo Sapiens può conseguire.

Insomma, credo proprio sia un buon momento per fare tutto ciò, questo. O vogliamo ritornare allo stato di uomini di Neanderthal e restare acquattati nelle nostre caverne, seppur oggi dotate di banda larga, smart TV e aria condizionata? Non credo che sia il caso, visti i già tanti problemi che il genere umano sa cagionarsi di suo. Ecco.