Un paesaggio, in cielo

Ieri nel tardo pomeriggio, sopra di me, c’era quel tipo di cielo che io definisco “da arcipelago finlandese” – si veda l’immagine qui sopra.
Voi magari ora supporrete: perché un cielo così l’hai visto durante qualche tuo viaggio in Finlandia?
No, non l’ho visto lì. Ovvero, sì, ho visto lì qualcosa di molto simile: ma non in cielo, semmai dal cielo.
Già, perché l’osservazione di quel particolare cielo, ieri, con tutte quelle innumerevoli piccole nuvole distaccate l’una dall’altra e sperse nell’azzurro intenso di fondo, mi ha subito ricordato – da “buon” visionario quale sono – la peculiare veduta aerea delle innumerevoli piccole isole sperse nel blu del Mar Baltico presso il Parco Nazionale dell’Arcipelago Marino, nella Finlandia sudoccidentale:

Una visione simile a quella di talune altre zone lungo le coste scandinave (Finlandia e Svezia sono di gran lunga i paesi al mondo che hanno più isole: quasi 410.000 nel complesso!) ma comunque tipica di questa spettacolare parte del continente europeo.

D’altronde, il bello dello scoprire sempre nuovi paesaggi è che a volte non li si scova soltanto sulla Terra ma pure in cielo o altrove: e, a modo loro ovvero nella loro immaterialità, anch’essi sono “paesaggi” nel senso propriamente culturale del termine, anche se non li può raggiungere – o, forse, proprio in forza di ciò.

N.B.: l’immagine in alto è mia, quella in basso è tratta da Google Earth.

Land (&) Art #8

Sopra: Massimo Bernardi, Mosaico Astratto; courtesy Galleria il Melograno, Livorno.

Sotto: Favela di Rocinha, Rio de Janeiro, Brasile: immagine tratta da Google Maps.

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Le pietre che si muovono sui monti

Uno degli elementi geografico-geologici più singolari e affascinanti, oltre che premonitori, presenti sulle montagne è sicuramente il rock glacier, o ghiacciaio di pietre, un corpo detritico costituito da pietre a spigoli vivi legate in profondità da permafrost, nell’insieme caratterizzato da forma lobata o a lingua del tutto simile a quella dei ghiacciai, da numerose strutture di flusso sulla superficie nonché da fianchi e fronti molto ripide, e che non di rado conserva al suo fondo (ovvero a profondità di almeno 10 metri) un nucleo di ghiaccio vivo. Una definizione italiana del passato rende bene la particolarità e il fascino di questi corpi, ovvero pietraie semoventi: sì, perché proprio come i ghiacciai queste grandi masse di detriti, se ancora attive, si muovono verso valle a ritmi variabili dal centimetro al metro circa per anno in modi assimilabili a quelli dei ghiacciai.

Nelle montagne italiane si contano circa 1.500 rock glaciers sulle Alpi e una trentina sugli Appennini, dei quali circa un quinto attivo e dunque «semovente». Ed è in effetti parecchio emozionante trovarsi al cospetto di queste allungate lingue di pietra sapendo che, impercettibilmente ma incessantemente, da secoli o millenni si stiano muovendo, come enormi e placide creature litiche che conservino al loro interno un cuore di ghiaccio pulsante la propria geologica vitalità, in grado nel tempo di modificare l’aspetto di un territorio e al contempo di preservarne la memoria glaciale.

Il settore delle Alpi Retiche è particolarmente ricco di rock glaciers – l’alta Valtellina, ad esempio – ma numerosi territori alpini risultano ancora poco esplorati in tal senso. Una zona che personalmente conosco bene, peraltro tra le più interessanti per la sua esposizione a Sud, è quella della Cima di Malvedello, sovrastante la bassa Valtellina e Morbegno. Nella conca chiusa a Nord dall’irregolare costiera del monte ve ne sono diversi di apparati (si veda l’immagine qui sopra), dei quali uno assolutamente significativo: a passarci vicino, sul terreno, non risultano granché evidenti, sembrando più delle ordinarie gande o dei meri corpi franosi (fotografie qui sopra), ma se si sale verso le elevazioni circostanti ovvero ci si fa aiutare dalle immagini satellitari ricavabili sul web, diventano palesi, soprattutto la lunga lingua del rock glacier occidentale che pare proprio un ghiacciaio, nella forma e negli evidenti segni di movimento – i lobi arcuati in successione e le relative fronti, indicati nella mia elaborazione grafica qui sotto – soltanto fatto di pietre, ancorché ormai inattiva (ma forse ancora conservante del ghiaccio al suo interno, chissà).

Raffigurazione 3D (da Google Earth) della conca sottostante la Cima del Malvedello e del ben visibile rock glacier occidentale.
Evidenziazione del flusso di colata del rock glacier occidentale di Malvedello.
Dettaglio di alcuni dei numerosi lobi di colata, che indicano il movimento del rock glacier.

Ecco: i rock glaciers non sono soltanto elementi interessanti e affascinanti dal punto di vista geomorfologico ma, materialmente, ci stanno mostrando oggi come potrebbero diventare le nostre montagne domani, una volta che la maggior parte dei ghiacciai si sarà estinta in forza dei cambiamenti climatici in corso – ecco perché all’inizio di questo testo ho scritto che sono anche elementi “premonitori”. Nonostante la loro origine sia legata alle caratteristiche climatiche degli ambienti periglaciali, dunque freddi, la trasformazione che stanno subendo i territori alpini oltre una certa quota, con le variazioni del clima e la deglaciazione in corso sta probabilmente creando le condizioni per la metamorfosi delle zone ex glaciali in aree ospitanti rock glaciers. Dunque, l’aspetto che presenta oggi un territorio come quello sottostante la citata Cima del Malvedello e il paesaggio che ne possiamo elaborare, facilmente rappresentano il futuro – visivo, estetico, geografico, culturale, eccetera – di numerose altre aree montane in quota con il quale le prossime generazioni dovranno convivere e creare una nuova (ovvero diversa da quella odierna) relazione antropologica.

Per saperne di più, sulle affascinanti ed emblematiche «pietraie semoventi», oltre alle nozioni principali che trovate sulle solite enciclopedie on line potete consultare questi documenti: Pompeo Casati, I ghiacciai di pietre (rock glaciers), e Mauro Guglielmin, Rock glaciers ed altre forme periglaciali. Oltre che, naturalmente, andare a scoprirli e vederli in loco, nel loro così particolare ambiente montano.

P.S.: le immagini fotografiche presenti nell’articolo sono ricavate dal sempre interessante sito web “Paesi di Valtellina”, curato da Massimo Dei Cas. Cliccateci sopra per visitare la fonte originale.

Land (&) Art, #2

Qualche post fa citavo Honoré de Balzac il quale, nelle Illusioni perdute, scrive «Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.» e intorno a tale affermazione riflettevo su come, intendendo il rapporto tra “arte” e Natura come il risultato dell’opera di trasformazione antropica virtuosa del territorio naturale, le parole di Balzac siano interpretabili anche in relazione a quell’attività umana che, a suo modo, può essere considerata un’opera d’arte la quale, come l’arte propriamente detta, parimenti soddisfa la nostra ricerca del “bello” e ci fa stare bene nell’ambito dal quale si effonde, cioè proprio nel paesaggio naturale. Una sorta di land art funzionale e territorializzante, insomma, che conserva pure elementi estetici quantunque non espressamente ricercati – ma per certi versi inevitabilmente conseguiti, proprio in forza dell’armoniosità di quell’opera.

Ma le parole di Balzac valgono anche nel senso opposto, ovvero nei casi in cui l’arte diventa “natura concentrata” dacché condensa, in elaborati di matrice e valore artistici opera dell’ingegno e della manualità umana, quanto si può riscontrare di supremo nello spazio naturale. Ed è veramente divertente ricercare e alquanto sorprendente riscontrare, sulle mappe satellitari on line, la notevole somiglianza non solo di territori modificati dal lavoro dell’uomo ma pure di alcuni luoghi naturali – dunque privi di interventi umani – con certe opere d’arte, massime espressioni del lavoro dell’uomo. O forse potrei scrivere anche il contrario: riguardo quanto certe opere d’arte assomiglino e raffigurino, in modi non di rado casuali, luoghi naturali. La cosa è reciproca, in effetti. Date un occhio qui, ad esempio (e ne proporrò altri, nei prossimi giorni):

[Alberto Burri, Grande Cretto di Gibellina, 1984-2015. Immagine tratta da Google Maps.]
[Ghiacciaio del Morteratsch, Cantone dei Grigioni, Svizzera. Immagine tratta da Google Maps.]
Alla fine, tornando a Balzac, viene da pensare che l’arte sia tale, nel suo valore assoluto per la cultura umana e per la sua civiltà, proprio perché opera umana in qualche modo scaturente dalla Natura e capace di concentrarne il valore assoluto sovrumano che noi tutti abbiamo a disposizione. Parimenti, quando l’opera umana sa concentrare i modelli virtuosi che possiamo riscontrare in Natura, diventa a sua volta arte. Nel senso più pieno e importante del termine – dacché rilevante per tutti noi che della Natura siamo ineludibile parte.

N.B.: se volete cimentarvi anche voi, nella ricerca sul web di luoghi piò o meno antropizzati che assomiglino a opere d’arte, siete più che benvenuti!

Mappe senza confini

Ho letto un articolo, qualche giorno fa su “Il Post” (cliccate qui sopra per leggerlo anche voi), nel quale, illustrando la “strana” questione cartografica, derivante da quella geopolitica analoga, della rappresentazione dei territori contesi da India, Pakistan e Cina, viene messa nuovamente in luce l’imperituro valore della mappa geografica quale strumento di rappresentazione fondamentale del nostro mondo e, di conseguenza, di noi che lo abitiamo e lo conformiamo (nel bene e nel male) in funzione dell’abitarlo.

Pensateci bene: ben prima di qualsiasi testo scritto, è stata una mappa a generare comunicazioni e messaggi tra esseri umani – in fondo le primitive incisioni rupestri spesso erano proprio rappresentazioni del territorio umanizzato e delle attività svolte in esso – e ancora oggi non c’è forse nulla come una mappa, anche in versione digitale e web, che sappia fornire all’istante una gran quantità di informazioni a chi la sappia leggere e interpretare. Ciò perché, ribadisco, una mappa geografica non rappresenta soltanto la forma del mondo abitato ma anche, se non soprattutto, come è abitato (o non abitato, ovviamente) quel pezzo di mondo raffigurato: è come uno specchio nel quale possiamo osservarci, identificarci, identificare ciò che abbiamo intorno, riconoscere quelle che vi si trova dentro e riconoscerci in esso. Uno strumento insuperabile, appunto, nonostante risalga alla notte dei tempi e in quelle forme primordiali, sostanzialmente, sia ancora prodotto; non a caso è stato asservito da sempre al potere politico, che attraverso le mappe poteva evidenziare la propria forza dominante e, di contro, mantenere il controllo consapevole dei territori dominati.

Per tutto questo tante volte ho disquisito di mappe e carte geografiche qui sul blog, e una delle cose di cui sono più orgoglioso, nel mio piccolo, è l’appartenenza a un gruppo di lavoro cartografico che collabora con uno dei principali editori di cartoguide (nel mio sito trovate le mappe al momento pubblicate). In fondo, saper leggere una mappa significa non solo poter conoscere meglio un territorio e, naturalmente, non perdersi in esso: significa anche ri-conoscere meglio se stessi ovvero noi tutti e la nostra fondamentale relazione con il mondo in cui viviamo. Una relazione, non mi stancherò mai di ricordarlo, indispensabile per abitare al meglio e nella maniera più armoniosa il nostro pianeta – che è poi un modo ulteriore per rimarcare nuovamente l’importanza delle mappe.

Per quanto riguarda nello specifico la questione geopolitica tratta dall’articolo de “Il Post”, poi, be’: consiglierei a indiani, pakistani e cinesi di leggersi il grande Élisée Reclus, geografo tra i più grandi e rivoluzionari di sempre, padre della moderna geografia umana, che aveva capito bene come, su una mappa geografica vera, i confini geopolitici sono l’ultima cosa che servono. Già.