La distanza dalla realtà

Nel link qui sopra alla pagina Facebook dell’Associated Press, potete vedere uno dei più impressionanti (in tutti i sensi, purtroppo anche in quelli più negativi) reportage dall’Ucraina, precisamente da Mariupol, già definita da molti la «città-martire» di queste prime settimane di conflitto russo-ucraino. Nell’osservare tali immagini, così inequivocabili e emblematiche, una delle prime domande che mi pongo è: quanto ci sembrano distanti ovvero, per meglio dire, quanto ci sentiamo distanti da esse e da ciò che mostrano?

Qualche giorno fa pubblicavo un post nel quale, disquisendo in chiave simbolica (ma non troppo), denotavo che la distanza geografica tra i confini dell’Italia e quelli dell’Ucraina è molto inferiore rispetto alle distanze italiane interne – tra Nord e Sud, ad esempio – tuttavia, come accade sempre e d’altronde comprensibilmente, per certi versi, la realtà mediata dagli organi di informazione e non vissuta o testimoniata direttamente si palesa su distanze virtuali ben maggiori di quelle effettive. Ma la geografia, che alla base rappresenta la realtà in modo fisico e su principi di causa-effetto indipendenti dalle soggettività che ne fanno parte, diventa umana (e umanistica, e culturale in senso complesso), come viene scientificamente concepita oggi, solo quando sa rappresentare quelle distanze fisiche e al contempo riesce ad annullare le distanze sociali, antropologiche e, appunto, culturali. Allora sì che riesce a rappresentare in modo completo, esaustivo e scientifico il mondo che tutti viviamo – tutti insieme, sia chiaro. Le testimonianze che, a loro modo, assumono valore di dato geoumanistico, come le fotografie dei reporter, sono importanti e indispensabili proprio perché sanno accorciare, se non annullare, le distanze fisiche, facendoci capire che siamo tutti parte di un’unica realtà che si chiama “mondo” e di una rete di relazioni per la quale la distanza geografica è solo un elemento numerico per molti versi “secondario”, la cui percezione fondamentale deve avvenire nella nostra mente e nel nostro animo – dove di “distanze” non ne esistono – prima che in forza di un mero dato fisico e numerico. Dal mio punto di vista, sentirci lontani dalle immagini dell’Associated Press e degli altri fotoreporter che stanno documentando la tragedia bellica in corso (mettendo a rischio la propria vita: chapeau!), nonché in generale dalla (dalle) realtà che testimoniano, serve solo a autoemarginarci dal presente e dall’oggettività delle cose nonché, indirettamente ma non troppo, a renderci complici delle “cause” e dei relativi soggetti che provocano la realtà documentata e il dramma spaventoso che rappresenta.

Funziona un po’ come con le mappe che possono anche rappresentare ampie parti del mondo ma poi, una volta ripiegate, si possono tenere in una tasca della propria giacca, con tutta la parte di mondo piccola o grande che contengono: ecco, per molti versi la realtà funziona allo stesso modo, può essere fatta di elementi distanti e diversi ma poi, in fin dei conti, quelle distanze in noi, nel nostro essere (sostantivo e verbo), si annullano, devono annullarsi del tutto. Altrimenti ci allontaniamo drammaticamente dal mondo, dalla sua realtà, dallo spazio e dal tempo in cui si manifesta nonché, sostanzialmente, da noi stessi.

La distanza tra Italia e Ucraina

Credo che agli appassionati di geografia e cartografia come me, quando sentono qualcuno disquisire degli eventi bellici in corso in Ucraina cogliendo nelle parole proferite una sensazione di distanza fisica da essi anche più che di distacco culturale, come se l’Ucraina fosse un paese ben lontano da noi, venga da riflettere un attimo. Dunque, se pur quella sensazione sotto certi versi può essere comprensibile – ma per ragioni storiche e storiografiche più che geografiche – (mi) sorge la curiosità di verificare quanto siamo realmente ovvero materialmente distanti da quella guerra e dalla geografia politica e umana che sta subendo e subirà le conseguenze future del conflitto.

Così, con una accuratezza non estrema ma accettabile per come è quella offerta dalle mappe on line, si evince facilmente che distano quasi meno i confini orientali italiani (che ho identificato, anche per ragioni viabilistiche, nel valico di Coccau) da quelli occidentali ucraini rispetto a quanto distano Torino e Napoli, e la distanza diventa ancora inferiore se calcolata in linea d’aria (cliccate sulle immagini per ingrandirle):

Insomma: ciò per rimarcare, simbolicamente ma non troppo, che quanto sta accadendo in Ucraina non può essere considerato troppo distante da noi nemmeno dal punto di vista geografico, figuriamoci da quello storico, politico, culturale, umano.

Si salvi la Russia (e il mondo) da Putin!

[Immagine tratta da http://www.bradburne.org/.]

Questa guerra è illegittima e senza giustificazione, ma non penso che la strategia sia tagliare i contatti con la Russia, anzi, dobbiamo sostenere i russi che resistono: i russi non sono nostri nemici, il nostro nemico è Putin. Non bisogna permettere a nessuno di promuovere una politica di aggressione, ma dobbiamo ricordare che vari direttori di teatri russi hanno dato le loro dimissioni. Se vogliamo lavorare con qualcuno dobbiamo chiedere la sua posizione, ma non possiamo punire un intero popolo. Ciascun istituto può mostrare il suo sostegno come crede e non giudico le altrui posizioni, ma penso che ognuno nelle sue scelte debba utilizzare una bussola morale fissa basata sui diritti umani e le leggi internazionali. Una repressione simile a quella che si vede oggi in Russia non c’era nemmeno negli anni ’80: in tanti vanno in prigione perché manifestano contro Putin. Ieri vari bimbi sono stati fermati per aver espresso solidarietà al popolo ucraino portando dei fiori all’ambasciata.

Ecco, mi pare che le parole espresse ieri all’Ansa (qui sopra propongo alcuni estratti) da James Bradburne, direttore generale della Pinacoteca di Brera e dell’annessa Biblioteca Braidense a Milano, siano assolutamente equilibrate e condivisibili, peraltro armoniche a quanto nel mio piccolo ho scritto in questo post del 1 marzo.

Si stanno leggendo sui media notizie su censure e intolleranze verso chi o cosa sia russo veramente assurde e scriteriate: chi si comporta in questi modi dà ragione alle falsità della propaganda del Cremlino che vorrebbe far credere che in Russia il consenso verso Putin e le sue decisioni è ampio e convinto. Non è affatto così: bisogna sostenere l’Ucraina affinché respinga l’infame aggressione dell’esercito russo e, parimenti, bisogna salvare il popolo russo dall’assoggettamento al criminale nazista Vladimir Putin e al suo potere, il quale non è il popolo russo, non lo rappresenta se non per una minima parte, questa sì da osteggiare in ogni modo possibile.

Sono ormai quasi ottomila, ad oggi, i cittadini russi arrestati per aver protestato contro la guerra in Ucraina, a volte solo per aver pronunciato pubblicamente la parola “guerra”, nel mentre che la censura e la repressione dei media indipendenti e di ogni altra forma di dissenso è ormai totale. Quegli ottomila cittadini russi sono soltanto la punta di un iceberg di libertà e democrazia che va fatto cozzare contro il Cremlino e i suoi occupanti. Putin è il nemico, Putin va eliminato quanto prima: per il bene del mondo e, ancor più, per il bene e il futuro della Russia.

La Russia non è Putin

[Foto di Ehimetalor Akhere Unuabona da Unsplash.]
Dal punto di vista occidentale che guarda verso la scellerata guerra scatenata all’Ucraina da Vladimir Putin, la compattezza della reazione e delle azioni di isolamento della Russia è ammirevole e per molti versi sorprendente (basti pensare al caso della Svizzera). D’altro canto, c’è il pericolo che una tale reazione danneggi non solo e non tanto il potere quanto più la popolazione russa che non è affatto concorde con le azioni del suo presidente, in questi giorni così come nel passato. Da anni la propaganda del Cremlino, che pare ormai tornata ai tempi dell’URSS, vuole far credere che Putin goda di un ampio consenso tra i russi: non è affatto così, anzi, la crescente natura dittatoriale del potere è anche conseguenza del distacco esistente con la maggioranza dei cittadini russi, il cui dissenso resta per gran parte inesorabilmente silente proprio in forza della repressione attuata. Con le sue azioni l’Occidente punta, come è ovvio, a ottenere l’effetto collaterale (ma non troppo) della caduta di Putin per sollevazione popolare o per un rovesciamento interno al sistema di potere; di contro il “pericolo nel pericolo” è che la disperazione e l’istinto di sopravvivenza compatti la popolazione attorno a un leader sgradito ma di fatto inevitabile riferimento politico per il paese, in aggiunta alla rimonta di un nazionalismo estremizzato che peggiorerebbe ancor più lo stato delle cose.

In ogni caso, al di là di tali considerazioni, mi auguro che quella grande parte di società civile russa dissenziente rispetto al suo presidente non venga danneggiata troppo e tanto meno emarginata dalla restante parte di mondo democratico e avanzato: non se lo merita (anzi, meriterebbe ben più supporto da parte occidentale in contrasto alla deriva dittatoriale putinista), sarebbe una tragedia ulteriore e un danno tremendo, in primis per l’Europa e la sua storia futura.

 

Il monofascismo erboso

Trovo parecchio sconcertante (e irritante, ma non dovrei dirlo) l’atteggiamento di molte persone che, nei pubblici dibattiti sulle piccole o grandi realtà del mondo, siano esse importanti o meno, identificano arbitrariamente e rigidamente i propri interlocutori in categorie pressoché indiscutibili, facendo «di tutta l’erba un fascio», come dice il noto detto popolare. Monofascismo erboso, appunto – e tale mia definizione ritenetela ironica ma non troppo.

Per fare un esempio attuale (purtroppo), in questi giorni quelli che come me sostengono la causa dell’Ucraina contro l’attacco russo al paese ordinato dal presidente Putin, per molti sono “sicuramente” filoamericani e servi della propaganda USA. Oppure, per fare un altro esempio: ci si pone in modo critico nei confronti di qualche manufatto turistico in ambiente naturale? Si è “ambientalisti da salotto” o addirittura – come un tizio scrisse rivolto a me – «uno che vorrebbe che in montagna non si toccasse nemmeno un sasso». Eh, proprio!
Tuttavia, ribadisco, è un atteggiamento che non nasce oggi e che i social amplificano a dismisura ma non hanno affatto inventato, visto che si rifà direttamente ad un pensiero di stampo manicheista tipico di certa “cultura” nostrana.

A quanto pare, questi individui non conoscono per nulla cosa sia la libertà di pensiero e l’indipendenza di opinione (forse, nemmeno la libertà in senso generale), concetti che non sanno cogliere ed elaborare – tanto più che solitamente non conoscono nemmeno le persone che etichettano in quei modi. Accusano quelli che non la pensano come loro di essere “servi” quando, con il proprio comportamento palesano senza alcun dubbio come siano essi quelli sottomessi a una tale forma mentis deviata e così degradante la loro libertà intellettuale – non a caso si esprimono spesso per slogan presi direttamente dai media o dal web. Dimostrando in tutto ciò pure una malcelata insolenza, per giunta.

Trovo veramente sconcertante e triste constatare questi atteggiamenti. Proprio triste. Ma, d’altro canto, è buona cosa non curarsi di loro ma guardare e passare avanti, ecco.