Piero Terracina, 1928-2019

La memoria non è il ricordo; il ricordo si esaurisce con la fine della persona che ricorda il suo vissuto. La memoria è come un filo che lega il passato al presente, è proiettata nel futuro e lo condiziona.

(Piero Terracina, 1928-2019)

È assai significativo che una figura della memoria così importante come Piero Terracina leghi, non solo metaforicamente, il passato con il futuro, facendo di questo una proiezione del primo. Significativo dacché il nostro presente pare voler dimenticare pervicacemente il passato, negandone la memoria o quanto meno ignorandola, così soffocando sul nascere qualsiasi proiezione verso il futuro ovvero qualsiasi programmazione, progettazione, invenzione di un buon futuro. Si vive in un eterno presente come se “ieri” fosse già preistoria e come se “domani” non dovesse mai arrivare: una condizione di smemorato immobilismo culturale, e di conseguenza sociale, politico, antropologico, che alla fine si trasforma in una sostanziale privazione di libertà.

Forse anche per questo che Piero Terracina ha saputo pronunciare parole emblematiche come quelle citate – che ho tratto da qui. La foto è invece tratta da “Moked”: cliccandoci sopra potrete leggere un articolo a ricordo di Terracina tratto dal portale.

Consigli di lettura

Una cosa che faccio troppo raramente, qui sul blog, e che invece dovrei fare con maggior frequenza è quella di consigliare libri che so per certo – ovvero per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – interessanti e importanti da conoscere per capire meglio il mondo in cui viviamo.

Comincio qui con Arte e politica in Italia. Tra fascismo e Repubblica, uscito nel 2018 per Donzelli Editore e firmato da una delle voci più limpide e autorevoli della critica artistico-culturale in circolazione, Michele Dantini, il quale nei suoi ultimi lavori si sta impegnando nell’analisi delle relazioni fondamentali tra la produzione artistica e la pratica politica nel nostro tempo – e non sono io a dover rimarcare quanto l’arte sia uno dei migliori strumenti da sempre di rappresentazione e rivelazione del tempo in cui viene prodotta e della sua realtà oggettiva, ben al di là dei suoi meri confini espressivi e mediatici. In Arte e politica in Italia, come evidenzia il sottotitolo si sofferma in modo ampio e dettagliato su alcune figure di artisti, critici, intellettuali che sembrano trovarsi ideologicamente agli antipodi nel corso degli anni venti e trenta: Edoardo Persico, Giuseppe Bottai, Marinetti, Carli, Gobetti, Suckert-Malaparte, Soffici, Croce, un poeta come Montale, studiosi come Lionello Venturi o il giovane Argan e pure artisti considerati «minori» come Tullio Garbari. Ma Dantini pone anche le premesse per una comprensione più diramata e molteplice di Lucio Fontana, cruciale trait-d’union tra le due metà del secolo se considerato dal punto di vista dell’«arte sacra» e del suo rinnovamento nonché, anche questo è inutile rimarcarlo, figura culturale il cui retaggio risulta fondamentale ancora oggi.

Insomma: un ottimo strumento culturale, questo libro, anche in relazione all’analisi del rapporto che c’è, o ci può essere, tra cultura e politica ovvero delle criticità piuttosto palesi in esso presenti nel panorama italiano che nel periodo preso in esame dal libro trovano molta parte della loro genesi.

Cliccate sull’immagine della copertina del libro per saperne di più.

INTERVALLO – Cortona (Arezzo), Villa Morra di Lavriano, studiolo

Questo è lo studiolo di Umberto Morra di Lavriano nella sua villa di Cortona, ove egli – antifascista convinto – si autoesiliò durante gli anni della dittatura mussoliniana e nel qual studiolo, un vero e proprio scrigno di cultura materiale e immateriale, a dir poco affascinante nella sua raccolta intimità protetta dagli scaffali ricolmi di libri, si ritrovava con personaggi del calibro di Bernard Berenson, Alberto Moravia, Guglielmo Alberti, Renato Guttuso, Aldo Capitini e molti altri giganti della cultura e del pensiero italiani.

Un personaggio poco noto ai più, Umberto Morra di Lavriano, che merita ben maggior considerazione e notorietà. Al suo riguardo si può leggere, su Wikipedia:
«Racconta Norberto Bobbio (Norberto Bobbio e Maurizio ViroliDialogo intorno alla repubblica, Laterza) che nel 1934, in occasione del plebiscito quinquennale, dato che si votava sì o no (le schede del sì erano tricolori e si vedeva dal di fuori che erano diverse), Morra chiese la scheda del “no” e la mise tranquillamente nell’urna, al che con molto imbarazzo gli dissero che forse si era sbagliato. “No” – rispose Morra – “siete voi che vi state sbagliando”. Segnalato dal Segretario federale di Arezzo, il 5 aprile 1934 l’incidente fu riferito al capo della Polizia dal segretario del PNF Achille Starace: “Al Segretario del Fascio locale che gli aveva fatto osservare l’errore il Morra replicava di non essersi affatto sbagliato” (Archivio Centrale dello Stato, Roma, fascicoli Umberto Morra di Lavriano, cit. in Alfonso Bellando, Umberto Morra di Lavriano, Firenze, Passigli, 1990, p. 133).»

P.S.: l’immagine e l’input per questo post li ricavo dalla pagina Twitter di Michele Dantini, che ringrazio (pur indirettamente) per tale evidenza.

Una cosa sempre e comunque inammissibile

È passato un paio di settimane e il cittadino medio se n’è già sostanzialmente dimenticato – sapete quanto molte persone abbiano la memoria corta se non cortissima, da queste parti – mentre io (e spero tanti altri) più passano i giorni e più mi diventa sconcertante e imbestialente che oggi, anno 2019, in Italia, paese che si considera tra i più “avanzati” del pianeta, vi siano individui, cittadini comuni e persone “normali”, di quelli che ti puoi trovare al fianco al bar la mattina o davanti a te in coda alle Poste, che apostrofano altri con espressioni come «ebreo di merda» e cose del genere.
E che lo possano fare senza minimamente subire conseguenze – ne loro e nemmeno quelli che gli ispirano comportamenti di questa risma.
Sconcertante. Spaventoso. Inammissibile. Almeno finché il paese voglia definirsi “civile” – sempre che, appunto, non sia che una vuota definizione, ormai.

L’avessero fatto in Germania, paese dalla storia totalitaristica recente e paragonabile a quella italiana, avrebbero passato guai serissimi. Qui invece, nonostante esistano delle norme giuridiche al riguardo con relative pene, ovviamente ci si gira dall’altra parte e si fa finta di nulla o quasi, salvo qualche solidarietà a chi quelle ingiurie le subisce che, nel concreto, valgono come il due di picche.

Io, a quei “cittadini comuni”, comminerei dieci anni di servizi sociali. D-i-e-c-i, non uno di meno. E a chi per essi rappresenti un palese ispiratore, decreterei l’interdizioni perenne dai pubblici uffici.
Perché va bene tutto, è diritto di chiunque manifestare il proprio dissenso a chicchessia anche in maniera dura ma sempre logica, educata, civile. Se tali condizioni elementari e basilari non vengono rispettate, se addirittura il loro riferimento ideologico più diretto è considerato un crimine punito dalla legge, si è nell’ambito della più alta pericolosità sociale: un pericolo che va eliminato nel modo più rapido e netto possibile prima che i danni cagionati diventino irreversibili.
Punto.

(L’immagine in testa all’articolo è tratta da https://www.ilpost.it/2019/09/15/gad-lerner-insultato-pontida-lega/)

Uomini-demoni

Come sappiamo fin troppo bene, non molto tempo fa, gli ebrei erano sistematicamente definiti esseri non-umani. E la cosa va avanti: la caratteristica comune ai massacri e ai genocidi, in Ruanda, Cambogia, Iugoslavia e altrove, è che sono sempre preceduti da un periodo di denigrazione e di disumanizzazione del nemico da sterminare. Il razzismo a oltranza, da qualsiasi parte provenga, con il suo rifiuto o divieto di riprodursi tra “razze”, è dello stesso ordine. Sembrerebbe una costante del male nell’uomo. Bisogna quindi stare molto in guardia, quando qualcuno comincia a parlare di altri uomini – che siano bianchi, neri, immigrati, omosessuali o semplicemente stranieri o diversi – come di non-umani. E’ il primo passo per poterli in seguito trattare, con buona coscienza, da cose o da bestie. In realtà sono inumani coloro che predicano e praticano la disumanizzazione o la demonizzazione degli altri, non il contrario.

(Björn Larsson, Bisogno di libertàIperborea, Milano, 2007, pag.164-165.)