Senza umanità la vita è violenza (Charlie Chaplin dixit)

La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà. La scienza ci ha trasformato in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza e tutto è perduto.

(Charlie Chaplin alias “il Barbiere Ebreo” ne Il Grande Dittatore, 1940.)

Mi viene da aggiungere: più che un futuro, ci serve un presente, costruito su ciò che il passato insegna e in grado a sua volta di fare da solida fondamenta per un buon futuro. Un presente vero, non un’eterna sospensione come quella che viviamo, nella quale ci illudiamo di saperci “protendere” verso il futuro (solo immaginandolo, senza costruirlo concretamente) senza più bisogno del passato (dimenticando del tutto la storia, anzi) ma in realtà ci stiamo solo arrotando attorno a noi stessi e alle nostre ipocrisie: il carburante perfetto per perderci nella più barbara violenza – quella che già Chaplin denunciava nei tempi bui in cui uscì la sua celeberrima opera filmica. E se oggi abbiamo più luce di allora, vediamo di non lasciarla spegnere di nuovo, come se non peggio di allora.

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La più equa tolleranza

Il miglior modo di coltivare la tolleranza è quello di non tollerare gli intolleranti.

Non è affatto una contraddizione o un’incoerenza, tutt’altro, e per un logicissimo motivo: tollerare ciò che ha come obiettivo sostanziale l’eliminazione della tolleranza è, esso per primo, un paradossale esercizio di assoluta intolleranza, per giunta autoimposta. La cosa più illogica possibile, insomma, oltre che vile.

Dunque, qualsiasi sviluppo di una proficua condizione di tolleranza, individuale o collettiva, deve prima di tutto prevedere l’eliminazione di qualsiasi forma di intolleranza, e agire in tal senso con logica e ineludibile determinazione. Una realtà di segno opposto sarebbe del tutto intollerabile, appunto!

La saggezza dell’Asino, nel 1907!

Ecco perché i preti strillano contro la scuola laica: l’alfabeto uccide il clericalismo.

L’ Asino fu una rivista settimanale satirica fondata nel 1892 da Guido Podrecca (che scriveva con lo pseudonimo di Goliardo), giornalista, e da Gabriele Galantara (che si firmava con l’anagramma Rata Langa), disegnatore, entrambi di idee carducciane e socialiste. Il motto della rivista era “L’asino è il popolo, utile, paziente, bastonato”, ricavato da un’opera dello scrittore risorgimentale Domenico Guerrazzi.

La rivista riscosse fin da subito un enorme successo: dalla sua fondazione fino al 1901 ogni numero vendette più di 100.000 copie ed ebbe circa 300.000 lettori assidui. Celeberrime furono le campagne satiriche del giornale contro il capo del governo Giovanni Giolitti, contro gli scandali politici di quegli anni, la corruzione, le brutalità poliziesche, quindi contro il clero e il Vaticano, bersaglio di vignette in cui venivano descritte la corruzione della Chiesa nonché l’atteggiamento aggressivo e superstizioso dei preti, le quali crebbero il successo de L’Asino fra la popolazione e permisero un aumento ulteriore della tiratura.

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e un periodo di interruzione delle pubblicazioni, nel 1921 il giornale riaprì guidato dal solo Galantara perché Podrecca nel frattempo aveva aderito al Partito Fascista e si disse non più interessato a scrivere contro il potere.
L’Asino divenne dunque un coraggioso baluardo dell’antifascismo, opponendosi apertamente al regime e a Mussolini. Dopo numerose minacce, nel 1925 un gruppo di squadristi in camicia nera assaltò e distrusse la redazione del giornale, che fu costretto a chiudere definitivamente. Galantara finì agli arresti domiciliari; dopo la sua scarcerazione continuò a collaborare in forma anonima con altre riviste satiriche e, di conseguenza, a subire diffide, minacce e incarcerazioni.

Oggi L’Asino, nonostante ben pochi ricordino la sua esperienza editoriale e letteraria, rappresenta una fonte storica assai importante per ricostruire il sentore popolare diffuso in ampia parte della società italiana nei primi venti anni del Novecento nonché l’atmosfera sociopolitica del periodo precedente e coevo all’ascesa egemonica del Fascismo al potere.

Tuttavia, mi viene inesorabilmente da pensare, sarebbe una pubblicazione assai saggia e proficua anche oggi, a più di un secolo dalla copertina lì sopra raffigurata!

La “Topographie des Terrors” di Berlino e i conti con la storia della Germania (e non dell’Italia)

Se un giorno visiterete Berlino, o se ci siete già stati e vi manca quanto sto per dirvi, non potete esimervi dal visitare la Topographie des Terrors, il centro di documentazione sul terrore messo in atto e sui crimini perpetrati dalla dittatura nazista sorto proprio ove, dal 1933 al 1945, avevano sede i maggiori poteri politici e militari del nazismo, peraltro proprio di fronte a uno dei rari tratti del muro che divideva Berlino tra Ovest e Est rimasti in piedi (a sua volta altro storico esempio di follia criminale).
La visita della Topographie des Terrors (gratuita, chiaramente), con la sua esposizione interna oltre che esterna a ridosso delle rovine di quelle che erano le celle in cui la Gestapo rinchiudeva e torturava i prigionieri politici, è bellissima tanto quanto inquietante, sappiatelo, ma assolutamente necessaria, ancor più in questo nostro presente che per un drammatico paradosso pare aver già scordato la gran parte di quel periodo terrificante, preparandosi a commettere gli stessi spaventosi errori.

Ma un’altra cosa fondamentale va detta, riguardo la Topographie des Terrors: il centro dimostra come la Germania abbia saputo fare i conti con il proprio passato più oscuro (un passato di 70 anni fa, poi, mica di secoli addietro) e di averlo fatto con grande e schietto approfondimento, mettendosi di fronte allo specchio della storia, guardandosi dritto negli occhi per penetrare con lo sguardo fin nel più profondo del cuore e dell’animo e assolutamente togliendo di torno qualsiasi possibile scusante.
Un’azione culturale, politica, antropologia e sociologica fondamentale che, appunto, la Germania ha attuato e portato a compimento mentre l’Italia, con la sua coeva e altrettanto oscura storia, non ha mai veramente saputo compiere. Mai. Abbiamo preferito tralasciare, noi italiani, contando ingenuamente (ovvero stupidamente) che, come sovente accade, il tempo medicasse ogni ferita, ogni lacerazione anche ove incancrenita e non intuendo invece che “lesioni” del genere non guariscono affatto, nel giro di solo qualche decennio.

Posto ciò, non c’è affatto da sorprendersi nel leggere i dati che sanciscono l’Italia come uno dei paesi più xenofobi d’Europa, con percentuali quasi triple rispetto proprio alla Germania (cliccate sui link per accedere alle fonti dei dati suddetti). Posto ciò, non c’è ugualmente da stupirsi se la gran parte del dibattito politico, ideologico e a volte pure culturale presente nell’opinione pubblica italiana è quasi sempre basato sullo scontro e sulla più prepotente discriminazione vicendevole delle idee e quasi mai sul dialogo, sul confronto, sulla civiltà che un paese avanzato dovrebbe dimostrare di default. Di conseguenza, non è per un mero caso se la Germania, oggi e nonostante il suo terribile passato, possieda una società realmente civile, ovvero un senso di comunità nazionale, pur con tutti i distinguo del caso, che l’Italia mai ha avuto e tanto meno nel presente. Per di più con una sorte futura pressoché segnata dacché, posta tale italica situazione, ben difficilmente essa potrà migliorare. La memoria, una volta cancellata, non la si recupera più.

P.S.: cliccate sulle immagini per visitare il sito della Topographie des Terrors (in tedesco e inglese).

Il fiammifero apologetico, e la casa senza estintori (culturali)

Ora che sulla questione “Legge Fiano – apologia di fascismo” la solita caciara all’italiana è passata, come sempre senza che ne sia uscito qualcosa di costruttivo (a parte che in rarissimi casi), non sarò certo io a elucubrarci sopra con approfondimenti che probabilmente risulterebbero fin troppo elaborati – e non certo per merito mio, semmai per la sostanza effettiva della questione.

A rifletterci anche solo un poco, tuttavia, un’osservazione mi sorge pressoché spontanea: al di là dell’inevitabile constatazione di quanto possa essere vago ed elastico il confine tra la libertà di espressione e l’apologia perseguibile giuridicamente (di qualsiasi cosa essa sia), credo che i più tangibili limiti della questione, interni ed esterni, nonché il valore effettivo di essa, non siano posti tanto dalla stessa quanto dal panorama socioculturale d’intorno, dal suo stato di fatto intellettuale, dalla sua “sanità” politica e istituzionale, dalle sue più o meno presenti doti di vivacità filosofica. Insomma, in parole povere: tanto più una società civile è messa in un certo modo, quanto più essa definisce l’apologia determinandone il peso e la gravità. In una comunità sociale povera di strumenti politico-culturali, dunque poco o nulla in grado di “autoregolamentare” eventuali devianze di genere apologetico o comunque antidemocratico, le stesse appaiono come un fenomeno di base più grave che altrove e di potenziale maggior pericolo; di contro, una società culturalmente avanzata e dotata alle fondamenta di solidi e riconosciuti principi democratici rende i fenomeni di apologia certamente preoccupanti ma più contenibili, e direttamente da parte della stessa comunità sociale. Ciò, ribadisco, non ne elimina la pericolosità: ma è come accendere un fuoco in una casa di legno con un buon impianto antincendio piuttosto che in una con solo qualche vecchio estintore e, tutt’al più, qualche secchio d’acqua.

Per quanto mi riguarda, riportando tali osservazioni sul caso italiano, credo che ne acuiscano la gravità, nonostante la sua realtà oggettiva sfiori spesso e volentieri il ridicolo, in un senso e nell’altro. Credo inoltre che, se pur delle buone leggi possano essere necessarie, in senso generale (ma non assoluto), il vero e migliore sistema di governo d’una società debba sempre scaturire dalla società stessa, la quale di contro debba anche continuamente sviluppare i propri strumenti culturali che quel sistema possano migliorare costantemente. In una condizione del genere, l’apologia potrebbe pure manifestarsi ma fin da subito verrebbe pressoché svuotata d’ogni valore, diventando sostanzialmente un fenomeno sovversivo comune e privo di autentica forza propria – quale d’altro canto è, di fondo: una dimostrazione di debolezza intellettuale e culturale, soprattutto. La quale, tuttavia, pur fiammifero che possa essere, può certamente arrivare a dare fuoco a una casa, se in essa non ci si sia adeguatamente preparati al pericolo d’incendio, convinti magari che il legno non possa bruciare.

P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post, potete leggere il testo della legge italiana contro “l’apologia di fascismo” attualmente in vigore (cosiddetta Legge Scelba).