Silvia Romano e i fondamentalisti

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Alla fine, mi pare di poter dire, quello che è successo a Silvia Romano è di essere passata dalle mani di un gruppo di fondamentalisti alle “mani” di un altro gruppo di fondamentalisti.
Dacché cambiano le forme tra i due, certo, ma la sostanza alla fine è indubbiamente la stessa. Già.

 

Negare chi nega

[Foto di Ron Porter da Pixabay.]
Dunque, dall’ultimo “Rapporto Italia 2020” dell’Eurispes si evince che il 15,6% degli italiani nega la Shoah, lo sterminio della popolazione ebraica. Analizza tale dato ed altri ugualmente inquietanti del rapporto questo articolo di “Open”, evidenziando una cosa (tra tante) che parrebbe “non credibile” per tanto è assurda, e se non fosse basata su dati inoppugnabili: «Il numero è aumentato negli ultimi quindici anni in modo molto significativo, passando dal 2,7% del 2004 al 15,6% di quest’anno

In ogni caso il rapporto ha suscitato qualche dibattito ma non più di tanto, assuefatto com’è ormai il paese all’imbarbarimento sempre più profondo della sua opinione pubblica in preda a populismi, isterismi, fanatismi e numerosi altri –ismi dei peggiori, un mostro sempre più spaventoso che tuttavia, ogni volta che passa davanti a uno specchio, evidentemente si vede sempre più “bello”, negandosi la propria crescente bruttura.

D’altro canto, sono d’accordo pure io a non tirarla troppo per le lunghe e a perdere tempo in eccessive disquisizioni al riguardo. Si faccia così: la popolazione attualmente residente in Italia è pari a circa 60 milioni e 400mila persone; il 15,6% equivale a circa 9 milioni e 400mila persone, ok? Bene: l’ammontare totali dei residenti sia aggiornato a 51 milioni di persone. Quei 9 milioni e passa che pensano bestialità come quelle evidenziate dal rapporto Eurispes non possono avere il diritto di risiedere in un paese la cui società si voglia definire civile. Oppure se vogliono restare che restino, ma prive di ogni diritto civico. Sarebbe un’onta insostenibile per l’intero paese, altrimenti.
Ecco.

Qualcuno penserà che un tale metodo sia similare a quello che ha dato forma storica alla Shoah? Be’, ma tanto quelli non ci credono, dunque li si sottoporrà a una coercizione sostanzialmente inesistente. Che potrebbero dunque avere da protestare? Loro negano, noi neghiamo loro. Equità assoluta.

Bene, ho finito. E chiedo perdono per lo sfogo.

E poi, i giorni della smemoratezza

[Foto di Monfocus da Pixabay.]
Comunque, passato anche per quest’anno il Giorno della Memoria, e passate tutte le commemorazioni nonché le strumentalizzazioni (in bene o in male) relative, resta forte in me l’impressione che a buona parte delle persone di questi pur fondamentali temi non interessi pressoché nulla. Tali giornate annuali di commemorazione “una tantum” vengono e passano in modo ormai automatico – e anch’io al riguardo, in senso generale, ho espresso più volte il mio scetticismo – ma i temi, le realtà della storia, le verità, la memoria restano sempre: se vengono trascurate o ignorate non è certo colpa di ciò che tramandano ma di chi non vuole tramandare, per scelta consapevole o per mera ignavia intellettuale.

Troppe persone di fonte a tali temi di valore imperituro fanno spallucce, non li sentono roba loro, li credono parte di un passato ormai lontano, si dicono «ok, ma io che c’entro?» girandosi dalla parte opposta, tutt’al più pubblicando il copia/incolla d’una bella frase al riguardo sui social (il che è già qualcosa, rispetto al menefreghismo assoluto di tanti, ma denota quanto sia deprimente la situazione) e così sentendosi sgravati dal dovere d’attenzione e di riflessione, agevolati in tutto ciò dal degrado culturale diffuso in una società sempre più incapace di fare i conti con la storia – passata e recente – e dalla virtualizzazione ormai totale (e totalitaria) che i media, web e no, fanno di quasi tutta la realtà, che fa svanire e cancella la memoria così come rapidamente svaniscono e si cancellano i post sui social, nascosti da nuovi contenuti – sovente ben più vacui e non di rado deliberatamente, temo – che a loro volta durano lo spazio d’una lettura superficiale e poi subiscono la stessa sorte. Tuttavia, ribadisco, la memoria storica è sempre lì, non si cancella: è la mente di chi non la coglie più a cancellarsi, inesorabilmente.

Fanno spallucce, in troppi, incapaci di comprendere che questo loro comportamento è perfettamente complice e funzionale al male che i temi di fondo di circostanze come il Giorno del Ricordo (a prescindere dalla sua mera cadenza annuale) cercano di mantenere vividi e comprensibili, che il loro sostanziale disinteresse è l’ambiente mentale ideale per consentire a quel male di potersi ripresentare, e di poterlo fare molto prima di quanto si possa credere.

Così, quelli che pensano e credono di non c’entrare nulla e che i cattivi sono sempre gli altri, in verità sono i primi ad esserlo, i primi a farsi complici di tutto ciò. E (quasi) nessuno, me compreso, può sentirsi esente da tale evidenza.

 

27 gennaio, giorno della memoria

Prigionieri ebrei a Buchenwald. Foto: United States Holocaust Memorial Museum, Fotografia #10105, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2533534.

Vidi non lontano da me un vecchio che si trascinava carponi. Si era appena svincolato dalla mischia. Portò una mano al cuore. Prima credetti che avesse ricevuto un colpo al petto, poi capii: teneva sotto la giacca un pezzo di pane. Con una rapidità straordinaria lo tirò fuori, lo portò alla bocca. Gli occhi gli brillarono, un sorriso simile a una smorfia gli illuminò il volto morto e si spense subito. Un’ombra si era appena allungata accanto a lui, e quell’ombra gli si gettò addosso. Carico di botte, ubriaco di colpi, il vecchio gridava: – Meir, mio piccolo Meir! Non mi riconosci? Sono tuo padre… mi fai male… stai assassinando tuo padre… ho del pane… anche per te… anche per te…
Crollò. Aveva ancora nel pugno chiuso un pezzetto di pane. Volle portarlo alla bocca, ma l’altro si gettò su di lui e glielo prese. Il vecchio mormorò qualcosa, emise un rantolo, e morì nell’indifferenza generale. Suo figlio lo frugò, prese il pezzetto di pane e cominciò a divorarlo, ma non potè andare lontano: due uomini lo avevano visto e si precipitarono su di lui. Altri se ne aggiunsero. Quando se ne andarono c’erano vicino a me due morti: padre e figlio. Io avevo quindici anni.

(Elie Wiesel, La notte, traduzione di Daniel Vogelmann, Giuntina, 2007, pag.98. Per saperne di più sul libro, cliccate qui. Sul Giorno della Memoria invece cliccate qui.)

Buchenwald, 1945. Elie Wiesel è nella seconda fila a partire dal basso, il settimo da sinistra. Foto di: Private H. Miller. (Army) – Quest’opera multimediale è disponibile nel catalogo della National Archives and Records Administration con codice di identificazione ARC (National Archives Identifier) 535561., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2204433.

25 aprile: Leopoldo Gasparotto

Qualche anno fa, per rimarcare a mio modo il valore imprescindibile di una celebrazione come il 25 Aprile, scrissi (vedi qui) di Riccardo Cassin, uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, e della sua attività partigiana tra le fila dei volontari combattenti per la liberazione dall’oppressione nazifascista nella sua Lecco.

Alla stessa maniera, “torno sui monti” anche stavolta per incontrare un’altra figura di grande alpinista e uomo libero: Leopoldo Gasparotto, nato a Milano il 30 dicembre 1902, ucciso dai nazifascisti a Fossoli (Modena) il 22 giugno 1944.
Avvocato, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, esperto alpinista e accademico del Club Alpino Italiano (molte le sue “prime” sul Monte Rosa, nel Caucaso e in Groenlandia), Gasparotto era stato – come tenente di complemento – istruttore presso la Scuola militare di Aosta. Dopo l’8 settembre 1943, avendo bene assimilato l’educazione alla democrazia e alla libertà impartitagli dal padre Luigi, con lui e con altri antifascisti milanesi cercò vanamente di organizzare la difesa di Milano. Capitolato il comando militare della piazza, Gasparotto salì sul Pian del Tivano, dando impulso alle prime formazioni partigiane Giustizia e Libertà.
Nella motivazione della Medaglia al valore è così condensato il suo impegno per la libertà: “Avversario da antica data del regime fascista, già prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943 organizzava il movimento partigiano nella Lombardia. Nominato successivamente comandante militare delle formazioni lombarde «Giustizia e Libertà», dava impulso all’iniziativa, esempio a tutti per freddo e sereno coraggio, dimostrato nei momenti più difficili della lotta. Caduto in agguato tesogli per vile delazione, sopportava il carcere di San Vittore subendo con superbo stoicismo le più atroci sevizie, che non valsero a strappargli alcuna rivelazione. Trasportato nel campo di concentramento di Fossoli per essere deportato in Germania, proseguiva imperterrito a lottare per la causa e tentava di organizzare la fuga e l’attacco ad una tradotta tedesca per salvare i deportati avviati al freddo esilio e alla lenta morte. Sospettato per la sua nobile attività, veniva vilmente trucidato dalla ferocia nazista”.
A ricordo di Leopoldo Gasparotto sono state intitolate strade a Milano, a Varese, a Tremosine, a Sacile e a Fossoli. Porta il suo nome anche un istituto scolastico di Carpi.

Su Gasparotto vi consiglio la lettura di un pregevole volume che narra della sua vita sui monti, prima come valente scalatore e poi come combattente per la libertà d’Italia: Leopoldo Gasparotto. Alpinista e partigiano, di Ruggero Meles, edito da Hoepli.
Il testo di questo articolo l’ho invece tratto dal sito dell’ANPI, lo trovate in originale qui.

In fondo, quella del 25 aprile non è tanto, e non solo, la celebrazione di una ricorrenza (fin troppo strumentalizzata, ça va sans dire) ma, ancor più, lo è delle donne e degli uomini che l’hanno resa possibile, e che oggi permettono agli italiani di celebrarla. O non celebrarla, già.