L’intolleranza verso gli intolleranti

Anch’io, qui dal blog, che è la mia “casa” sul web ben più di qualsiasi social, nella mia condizione culturale e intellettuale di individuo libero – ovvero libero pure da qualsiasi appartenenza ideologico-politica di sorta – dichiaro di essere indiscutibilmente ed energicamente intollerante verso gli intolleranti.

Ognuno può sostenere qualsivoglia idea, opinione, considerazione, di ogni genere e sorta e anche la più dura, radicale e inflessibile ma nessuno nel fare ciò può e deve ledere i diritti fondamentali delle altre persone e il rispetto civico, sociale e culturale verso di esse – se non quando altre persone minaccino e ledano la reciproca libertà altrui e i relativi diritti. Faccio orgogliosamente mio il celebre paradosso della tolleranza di Karl Popper: “L‘intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa è la condizione necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società aperta”, ovvero l’indispensabile requisito grazie al quale una società può progredire piuttosto di regredire a stati di barbarie via via più gravi e pericolosi, che fin da subito non preservano affatto quella società ma la indeboliscono e la distruggono – alla faccia di chi pensa il contrario.

Per dichiarare ciò non uso, come potete constatare, immagini pubbliche che sono circolate negli ultimi tempi sul tema, e che inesorabilmente sono state strumentalizzate e sono diventato ulteriore motivo di stupide discussioni e contrapposizioni. Perché sono convinto che non sia una questione di ideologia politica o culturale, di provenienza geografica, di identità, di credo religioso né tanto meno di colore di pelle, etnia o razza – elemento inesistente, come dovrebbe sapere ogni società realmente avanzata: è una questione di umanità, e semmai di uomini più o meno intelligenti, più o meno cattivi, più o meno virtuosi o pericolosi, chiunque essi siano e dovunque siano nati, senza alcun altra distinzione. Ciò dunque comporta che qualsiasi individuo voglia invece sostenere ogni altra distinzione, in primis quella razziale (che scientificamente non ha alcun senso, appunto, e dunque ove sostenuta è palese dimostrazione di ignoranza e impotenza), facendone motivo di divisione, di scontro e di violenza sia verbale che fisica, non può essere tollerato e va perseguito penalmente ovvero in ogni altro modo. Punto e stop, discorso chiuso.

A riprova di ciò e visto che ieri, 1° di agosto, era la Festa Nazionale Svizzera che ho celebrato a mio modo nel blog (qui e qui) – voglio portare una bella testimonianza elvetica di intolleranza dell’intolleranza.

Riguarda Pascal Mancini, forte velocista della nazionale svizzera di atletica leggera (ritratto nell’emblematica foto che vedete qui sopra), che più volte sui social ha postato commenti di matrice xenofoba e razzista: in uno dei suoi ultimi post i calciatori della Nazionale francese di calcio, vincitrice dei Mondiali in Russia lo scorso luglio, venivano paragonati alle scimmie. Bene: Swiss Athletics, la federazione elvetica di atletica leggera, ha deciso di usare il pugno duro nei confronti di Mancini e lo ha escluso da qualsiasi gara dei prossimi Campionati Europei di atletica, che si terranno dal 6 al 12 agosto a Berlino.

Intolleranza dell’intolleranza appunto, ovvero intelligenza, senso civico, socialità, ordine. In una parola: civiltà. La Svizzera, ribadisco, nonostante le proprie luci e ombre (che d’altronde ogni luogo sul pianeta ha) è un paese civile. In Italia – ben altro paese, purtroppo – un personaggio del genere diventerebbe facilmente un leader politico oppure un influencer, ospite di infiniti talk show televisivi e osannato da centinaia di migliaia di “fan”. Ma quel paese, quella società, quell’opinione pubblica che lascia libertà d’azione all’intolleranza e agli intolleranti, è destinata a perire rapidamente di quella stessa “arma” letale, ben prima che periscano coloro contro cui viene diretta. Lo insegna la storia dell’umanità, quella “maestra che non ha scolari” soprattutto in certe società imbarbarite dal degrado socioculturale.

Punto e stop, discorso chiuso.

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Lui. (Il cialtrone perfetto)

Lui è il tipico cialtrone italiota, furbesco e meschino. È quello che arriva all’ultimo momento e si prende il merito del lavoro fatto da altri, ma è altrettanto prontissimo a scaricare sugli altri tutte le proprie colpe – perché in fondo non gli importa fare le cose per bene bensì accusare gli altri di farle male, e ovviamente peggio di come le farebbe lui se le facesse – ma tanto non le fa, anche se dice di saper fare tutto. Se tira un sasso contro un vetro e lo rompe, è colpa del vetro che non ha resistito; se piove e non ha l’ombrello, lo ruba a quello accanto e poi lo accusa di bagnarlo tutto, con quegli abiti inzuppati che si ritrova addosso; se esce di strada con l’auto e va addosso a un albero, è capacissimo di accusare l’albero del trovarsi proprio lì dove con la sua auto è finito, e poi pretende che tutti gli alberi della zona vengano abbattuti. È quello che si vanta di cose pindariche ma se osi chiedergli qualche dimostrazione di ciò che afferma ti dà subito del malfidente, di contro affermando boriosamente che è la fiducia ciò che conta, soprattutto conta quella verso di lui e dunque conta la sfiducia in chi gli è contro. È “generoso” con i soldi degli altri, ma se deve esserlo con i suoi ti accusa di volerlo derubare; dice di credere nell’amicizia ma abbandona all’istante qualsiasi “amico” che non gli serva più; è menefreghista alla massima potenza, almeno quanto pretende che tutti gli diano attenzione e gli portino rispetto.

Non si mette in evidenza per le proprie doti (che d’altro canto non ha) ma per biasimare continuamente altri di non averne, e nuovamente se gli osservi le sue mancanze ti dà subito del ciarlatano e dell’ipocrita, conscio del fatto che al giorno d’oggi viene creduta più vera una bugia urlata il più forte possibile che una verità solida e argomentata pacatamente. Così lui urla di continuo per non far parlare gli altri, ma se lo si interrompe ecco che subito accusa tutti di privarlo della libertà di parola. È scaltro, in ciò: in fondo sa che se non vuol essere accusato di una colpa che ha deve essere lui per primo ad accusare altri della stessa colpa, anche se è tutto falso, e poi di un’altra colpa e di un’altra ancora, così da non dare il tempo agli altri di ribattere e contando sulla memoria cortissima di chi gli crede – dei quali è senza dubbio più furbo, ma di quella furbizia che mira soltanto a fare terra bruciata attorno a sé, dacché pure di quei suoi seguaci non gli frega un bel niente, li usa per i propri fini e basta.

Quando è sul punto di cadere in disgrazia urla al complotto e fa la vittima, si atteggia a martire che fa le cose “buone” e “giuste” (per chi a parte lui non si sa) sostenendo che per questo viene preso di mira dai “malvagi” che non vogliono che faccia quelle sue cose “buone” e “giuste”. Nega sempre l’evidenza, anche la più lampante, ma appena gli conviene il contrario smentisce rabbiosamente di averla negata e accusa gli altri della stessa negazione. Se proprio si ritrova con le spalle al muro e non gli riesce di salvarsi, fugge via e sparisce – è pure parecchio codardo – ma di sicuro dopo un tot di tempo tornerà e ricomincerà tutto daccapo, ovviamente negando di voler ricominciare tutto daccapo. Alla fine sa benissimo che per i cialtroni come lui ci saranno sempre una via di fuga e di salvezza, perché a tanta, troppa gente piacerebbe essere cialtrona proprio come lui, solo che non riesce a essere così furbesca e meschina da imitarlo. A questa gente non resta dunque che essere sua seguace, in una drammatica competizione a chi dimostra più viltà e meschinità che inevitabilmente contagia ogni cosa che a lui, e a questo suo “mondo” non vi si opponga fermamente. Fermamente.

Il pensare appaga, ma non è pagato (Giorgio Gaber dixit)

“Il pensare”… sì, il pensiero in sé, senza farci niente di utile, che godimento. Peccato che non ti paga nessuno per pensare. «Ho pensato otto ore», e chi ti crede?

(Giorgio Gaber, Il Grigio, atto I, quadro IV)

Gaber, “sinonimo” di pensiero. Nel senso più alto del vocabolo, più intenso e sagace. Perché il pensiero tanto più è “alto e “sagace” quanto più è libero, e Gaber è stato tra i pensatori più liberi in assoluto. Anche per questo uno come lui manca tremendamente, in quest’epoca di pensiero non solo sempre meno libero ma pure sempre più soffocato.

L’emergenza “invasione” – ma al contrario!

Sì, è vero: c’è una “invasione” in corso, dalle nostre parti. Ma al contrario.

Mentre i politicanti nostrani (tutti, eh!) continuano a blaterare scempiaggini colorite e pure colorate (rosse da una parte, gialloverdi tendenti al nero dall’altra) oltre che totalmente sconclusionate – se non a intasare la testa delle persone che ancora stanno a sentirli – il Sole24Ore segnala, in questo articolo datato 6 luglio, come siano molti di più gli italiani che se ne vanno dal paese rispetto ai migranti che vi giungono: 250.000 all’anno, quasi come nell’immediato dopoguerra, quando l’Italia era in gran parte ridotta a un misero cumulo di macerie.

Questa sì, è una drammatica emergenza. Causata da una precedente e ancor più grave emergenza: l’ormai cronica incapacità della classe politica e dirigente di costruire una prospettiva di futuro. Di fare ricerca, innovazione, di sfruttare la celebre (forse troppo?) creatività italica, di profittare dei suoi tesori culturali rendendoli pure patrimoni didattici e civici, di rappresentare per il mondo quella guida intellettuale (nel senso più generale del termine) che potrebbe e dovrebbe essere.
Invece no, pare di essere in un asilo di bambinoni mentecatti che fanno a gara a chi urla più forte e la spara più grossa. Una situazione sempre più insopportabile, come la crescente quantità di fuggitivi dimostra bene, preferendo andarsene altrove dove un buon futuro – di lavoro e di vita – lo si possa trovare.

Tuttavia, come vedete bene, nessuno o quasi vi dirà più di tanto di questa fuga di massa in corso, nessun politicante andrà in TV a promettere di risolverla, nemmeno vi farà cenno, visto che rappresenta (anche) una totale sconfitta del potere nostrano, nessun partito di maggioranza o di opposizione (due facce della stessa medaglia) ne disquisirà nel proprio programma elettorale, nessun leader si farà forte di questa autentica – essa sì – emergenza.

Perdonatemi la durezza e la crudezza, ma ad aver ormai preso l’abitudine a sguazzare nella merda ci si rende conto di esserci finiti solo quando si va completamente a fondo.

Un pallone da calcio gonfio di idiozie

Comunque, a mio parere, tutto questo sovraccaricare il giuoco del pallone, anche nella sua recente veste mondiale – anzi, al contrario: nonostante la sua recente veste mondiale e dunque olimpicamente sportiva come non mai, nel senso autentico e più alto del termine –  di strumentalizzazioni pseudo-politiche e ideologiche d’ogni genere e sorta, di nazionalismi più o meno spinti assai diversi dal tifo ordinario, di speculazioni sovraniste e mondialiste, razziali e razziste, di ulteriori stupidaggini ben lontane dai classici sfottò e che non c’entrino nulla col fatto che, molto semplicemente, ci siano solo giocatori (e squadre) forti dunque vincenti e giocatori (squadre) meno forti ovvero perdenti – unica distinzione possibile, in una competizione sportiva (eppoi, come se il calcio non fosse già tremendamente strumentalizzato e deviato dal suo dover essere solo un gioco sportivo!) – credo renda molto bene l’idea della drammatica regressione culturale che in certi ambiti sta subendo la società in cui tutti quanti viviamo.

Non è la prima volta che accade: già in altre circostanze lo sport è stato utilizzato per cretinerie (non) politiche del genere; ed è pure accaduto che quelle circostanze fossero prodromiche a cose ben peggiori. Poi uno pensa: beh, siamo nel 2018, mica potranno accadere ancora quelle cose!
Già, ma per gli idioti il tempo va spesso al contrario, purtroppo.