Per ribadire…

Beh… Ma veramente l’elettore italiano crede (o suo malgrado spera) che dal fango possa scaturire l’oro o, tutt’al più, dell’argento pur spurio? Oppure alla peggio del ferraccio che abbia almeno una minima concretezza?

Mmm… purtroppo temo non sia così. A fronte di qualsiasi tradizione alchemica storica, in questo caso e per l’ambito al quale mi sto riferendo l’alchimia da tempo funziona al contrario, trasmutando materiali un tempo (forse) più nobili in elementi via via sempre più infimi e pesanti che si cerca di spacciare, con crescente subdolerìa, per qualcosa di “prezioso”. E se così in tanti ancora c’abboccano, come pare, non posso che ribadire e riconfermare che veramente ogni popolo ha gli alchimisti che si merita e, inesorabilmente, relativa insulsa poltiglia giallastra al posto dell’oro promesso. Poltiglia nella quale, sia chiaro, non si può nuotare, non ci si riesce: ci si resta invischiati, tremendamente insozzati e rapidamente si va a fondo.

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Comandi

(Non so perché, ma stranamente questa vignetta del The New Yorker mi fa pensare alla politica italiana, ovvero al rapporto ordinario tra i “leader” politici nostrani e i loro seguaci e, più in generale, a una buona parte degli elettori.)

(Già, proprio strano. Chissà come mai mi fa sorgere certi bizzarri parallelismi!)

Chi va con lo zoppo…

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare – dice il noto proverbio, ed è verissimo.
Tuttavia, di questi tempi, a me pare che la situazione sia anche più complessa. E più grave, a dirla tutta.
Perché qui c’è uno zoppo che, a sostenere che zoppichi, si formula un gigantesco eufemismo, eppure tale zoppo ha il coraggio lui di sostenere che sono quelli che camminano in modo normale a essere azzoppati. Costoro, ai quali evidentemente non frega nulla di chiedersi come sia la loro andatura e quanto sia importante camminare al meglio per non farsi del male, ingenuamente abboccano alle frottole di quello zoppo e prendono a zoppicare pure loro, ormai convinti che l’andatura più ergonomica e più efficace, magari pure più estetica, sia proprio quella. Peraltro, non essendo essi zoppi in origine, se possibile zoppicano pure peggio dello zoppo “vero”, e incespicano ovunque, inciampano di continuo, cadono più e più volte ma nulla: piuttosto cambiano “modo” di zoppicare ma continuano imperterriti a farlo.
Ma c’è di più, perché a qualcuno, forse, almeno un poco sorge qualche dubbio sulla bontà di quella camminata, vuoi anche per le botte e i lividi provocati dalle tante cadute; dunque si guarda intorno per scoprire se ci sia qualche ortopedia che possa dargli una mano a capire la situazione e, magari, a risolvere il problema. E di ortopedie ce ne sono, in effetti: ma una dentro pare una porcilaia, un’altra è disordinata da far paura, un’altra ancora è chiusa per sciopero e in un’ennesima producono fasciature che nemmeno nei sarcofagi egizi se ne trovano di più sciupate. Finalmente una aperta e all’apparenza degna d’attenzione c’è: peccato che gli ortopedici che ci lavorano siano talmente incapaci da peggiorare ancor più quella già tanto sbilenca e sgraziata deambulazione.
Dunque? Dunque finisce che molti dissipano quei dubbi dacché incapaci di dar loro buone spiegazioni e consone risposte, accettando ormai dogmaticamente o quasi l’idea che sì, tutto sommato quello zoppo non cammina poi così male… certo, va a sbattere ovunque e si procura dei gran lividi ma, almeno, finché non trova un ostacolo troppo grosso da evitare e troppo solido per far che provochi solo pur violente botte, beh… forse va ancora bene.
D’altro canto, se si sceglie di andare con gli zoppi, appunto, mica si può pretendere che tutto possa sempre andare per il meglio, camminando. Solo, non ci si lamenti poi se non si riesce a stare al passo di quelli che sanno andare dritti e con passo certo. Se si conosce come si cammina in modo normale e si sceglie di disimpararlo – ovvero, di imparare a camminare zoppi e storti – la sorte sarà di sicuro quella, se non peggio. Inesorabilmente.

“Può il consumismo mutare in fascismo?”


Richard Pearson, quarantaduenne pubblicitario, si reca a Brooklands, una cittadina come tante tra Londra e l’aeroporto di Heathrow, chiusa tra autostrade e strade di grande traffico. Alcune settimane prima suo padre, ex aviatore settantacinquenne, era rimasto fatalmente ferito da un cecchino in un enorme centro commerciale di Brooklands, il Metro-Centre, un complesso di magazzini, alberghi, piscine, centri sportivi con una propria televisione via cavo che trasmette pubblicità, dibattiti e partite di calcio, hockey e rugby. Sperando di capire qualcosa di più sulla tragedia, Richard incontra l’avvocato del padre e la giovane dottoressa Julia Goodwin che ha prestato le prime cure al padre dopo la sparatoria. Protetto da un’inquietante rete di omertà, il principale indiziato viene rapidamente rilasciato dai magistrati locali. Richard decide di trovare il vero colpevole. Al centro del mistero è il Metro-Centre. Questo è il tempio del consumismo più sfrenato che, a Brooklands, convive con una passione ossessiva per gli sport e un nazionalismo perverso e violento. Gli attacchi alle comunità d’immigrati sono all’ordine del giorno e gli incontri sportivi sembrano raduni politici.
Sotto l’impulso del Metro-Centre e delle sue campagne di marketing, il consumismo sembra sull’orlo di mutare in una brutta forma di fascismo suburbano. Richard si trova implicato in un piccolo gruppo di cospiratori decisi a fermare il fenomeno prima che si espanda. Ma come pubblicitario viene anche attratto dal potere del Metro-Centre e di come ha rinfrescato e ricaricato gli abitanti del sobborgo. Forse questo nuovo fascismo emerso dal consumismo è ciò di cui ha bisogno l’Inghilterra per rivitalizzarsi. La gente è annoiata dalla propria vita e ha bisogno di andare oltre il consumismo verso un mondo più vitale e drammatico. Club di tifosi marciano per le strade, sbandierando le loro bandiere e simboli, aspettando un nuovo leader che li guidi verso la terra promessa. Il leader non tarda ad arrivare e in maniera inaspettata. […]

(Questa è la descrizione, tratta direttamente dal sito di Feltrinelli, di Regno a venireKingdom come, nella versione originale – romanzo pubblicato nel 2006 dal grande scrittore britannico James Ballard, ultimo prima della sua morte.
Pare un commento scritto in questi giorni sulla situazione attuale, vero?
D’altro canto, Ballard è stato principalmente un autore di fantascienza: come a dire che è l’ennesima prova di come la realtà riesca sempre a superare la fantasia – e, quando si tratta di cose della “quotidianità”, troppo di frequente in peggio, purtroppo.)

Il paese (sur)reale

Concordo con quanto sostengono molti: la situazione italiana attuale è talmente surreale che se André Breton, nel 1924, avesse avuto l’inopinata capacità di prevederla o la possibilità fantastica di viaggiare nel tempo e così constatarla, avrebbe maturato non poche remore riguardo la pubblicazione del suo celeberrimo Manifeste du surréalisme, quanto meno considerando cosa il termine “surreale” indichi,  nell’Italia di oggi. Ovvero qualcosa la cui accezione è sostanzialmente opposta a quella originaria riferita al mondo dei sogni, mentre qui siamo semmai pienamente addentro nel recesso degli incubi. Già.