INTERVALLO – Ankara (Turchia), Biblioteca Pubblica di Çankaya

Una piccola biblioteca pubblica che evoca innumerevoli suggestioni come poche altre (anche quando ben più grandi e prestigiose) sanno fare, quella di Çankaya, città nei pressi della capitale turca Ankara. Qui, i netturbini locali hanno preso a recuperare e “salvare” i libri che trovavano tra i rifiuti raccolti quotidianamente, arrivando in breve tempo ad accumularne un numero cospicuo e a interessare alla loro iniziativa molti altri residenti, che a loro volta hanno donato libri propri ovvero ritrovati un po’ ovunque. Così, il 18 gennaio scorso, è stata inaugurata una biblioteca pubblica con ben 6.000 volumi ordinati nei suggestivi locali di una ex fabbrica di mattoni a sua volta abbandonata, realizzando un’iniziativa meravigliosa, di raro valore socio-culturale e, come detto, dalle molteplici suggestioni profondamente esemplari. Ad esempio dimostrando come i libri (e la cultura in genere) sappiano suscitare grandi cose e migliorare il mondo anche quando abbandonati o deprecabilmente gettati nella spazzatura.

Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per leggere un articolo al riguardo di CNN (in inglese).

P.S.: en passant, i libri non si buttano mai via, nemmeno quelli peggiori. Piuttosto si regalino a qualcuno o alla biblioteca più vicina. A chiunque li gettasse nella spazzatura comminerei svariati mesi di condanna ai servizi sociali, se ne avessi facoltà.

P.S.#2: grazie a Rossella Mauri che ha indirettamente ispirato questo articolo.

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Siria, oltre ai danni le “beffe”!

Oltre al (terrificante) danno, pure la (malvagia) beffa – se non la più bieca farsa, in Siria. Mentre il mondo assiste senza fare nulla ai massacri più tremendi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, tocca pure assistere alle sconcertanti messinscene delle potenze che, sulla pelle del popolo siriano, giocano a fare la guerra ma in realtà coltivano i propri interessi, sovente concordi e reciproci. Perché sembra evidente, per citare solo l’ultimo caso al riguardo e nonostante la propaganda mediatica internazionale intrisa di fake news, che l’attacco anglo-franco-americano di qualche giorno fa sia stato solo una missilistica sceneggiata, ben concordata tra gli attori sul palco (ma fortunatamente qualche organo di informazione che lo evidenzia c’è). Perché è altrettanto evidente che la guerra siriana, dopo 7 anni e quasi 500.000 morti, faccia comodo a tutti quegli “attori”, che la resistenza al potere di Bashar al-Assad, soprannominato non da ieri il “Macellaio di Damasco”, sia gradita a tanti in Occidente (e non solo – senza contare che nessun altro dei suddetti attori in scena è uno stinco di santo, russi/americani in primis), che la questione delle armi chimiche, per dirla alla Flaiano, è grave ma non seria – come se i civili, e i bambini in particolare, non muoiano per colpa delle armi tradizionali le quali invece a quanto pare vanno bene, sono conformi ai trattati internazionali, chiunque le può usare “legittimamente” contro qualsiasi persona inerme, già! – che il Medio Oriente, da decenni a questa parte e invariabilmente, continui a essere la “valvola di sfogo bellico” del mondo da non tappare mai, prima che l’eventuale pace in quella zona finisca per spostare le “guerre giuste” altrove!

Infine – ultima ma non ultima messinscena – non preoccupatevi, che non siamo affatto così vicini alla Terza Guerra Mondiale. Sì, è vero, l’Orologio dell’Apocalisse segna solo pochi minuti alla mezzanotte, ma ciò che per il momento ci può far stare tranquilli, a mio modo di vedere, è proprio la tanto (giustamente) vituperata globalizzazione: contano infatti molto di più e fanno maggiormente guadagnare (i potenti) i movimenti finanziari globali, per ora, che eventuali guerre altrettanto globali; oppure, di contro, possono far ben peggiori danni i primi che cannoni e bombe nonché consentire conquiste territoriali senza nemmeno muovere un soldato (Cina docet). Senza contare che, in fondo, hanno più potere geopolitico certe corporazioni multinazionali che molti governi.

Il tutto, con buona pace della giustizia sociale e delle identità culturali, sacrificate sull’altare del (presunto) benessere globale consumista-mondialista; d’altra parte temo che l’uomo – che ancora continua a definirsi (homo) sapiens chissà su quali basi effettive, in troppi casi – finirebbe altrimenti per guerreggiare e annientarsi nel giro di breve tempo. E non è detto che non lo faccia comunque, prima o poi: magari quando quegli inimmaginabili flussi di denaro si interromperanno per decisione di qualcuno, o più banalmente quando una parte di mondo avrà degli smartphone meno avanzati dell’altra parte, ecco.

…E, sempre a proposito di “guerra genetica”…

Nel frattempo, mentre un po’ ovunque nel mondo l’individuo medio legge sui media le notizie circa i venti di guerra – apparentemente mondiale – in Siria, se ne fa terrorizzare o s’indigna, le posta sui social network per rivelare i propri timori, rimarcare la follia dei potenti belligeranti e le spaventose brutture della guerra (in Siria, e di qualsiasi altra) ovvero invocando pace e fratellanza tra i popoli, su quegli stessi media, insieme alle suddette notizie (e non casualmente, in molti casi), passano mirabolanti pubblicità di giochi on line come questo:

…Nei quali lo scopo principale è fare guerra, combattere, uccidere, distruggere, annientare. Ecco.
Però si gioca gratis.

“Benvenuti” sul pianeta Terra, eh!

Freud e la guerra “genetica”

Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggior forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse realizzarla. Presto la forza muscolare è accresciuta o sostituita dall’uso di certi strumenti; vince chi possiede le armi migliori o chi le adopera con maggior destrezza. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle proprie forze, è costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni o opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l’avversario definitivamente, cioè lo uccide.

(Sigmund FreudLe ragioni profonde della guerra in Lettera a Einstein, settembre 1932, in Opere, Torino, Boringhieri, 1966-1978, vol. XI, pp. 293 e sgg.)

Nel 1931 il Comitato sull’Arte e Letteratura della Lega delle Nazioni propose ai più noti intellettuali dell’epoca di iniziare una corrispondenza epistolare su diversi temi; fra di essi, Sigmund Freud e Albert Einstein discussero intorno al tema della guerra. Gli scritti di Freud, che comunque riprendono concetti già espressi in sue opere precedenti, vennero poi raccolti in Perché la guerra? e sono considerati in gran parte premonitori della successiva ascesa del nazismo in Germania e degli eventi della Seconda Guerra MondialeFreud, al contrario di Einstein, affermò l’impossibilità della fine delle guerre, in quanto l’aggressività, fondamento di ogni guerra, è radicata nell’uomo.

Per cui, se così si può dire, non è dunque la guerra il problema – Freud docet. Dobbiamo farcene una ragione o quanto meno meditarci sopra per bene, e sotto ogni punto di vista.

Siria, 7 anni (e più)

Oggi, sono sette anni di guerra in Siria.

Sette anni. 481.612 morti totali, 7.600.000 sfollati interni, 5.116.097 rifugiati all’estero.
Decine di migliaia di bambini uccisi e mutilati, città distrutte, ospedali bombardati, uso di armi chimiche, persistenti e inaudite violazioni dei diritti umani. Nessun progetto di risoluzione del conflitto.

Il pianeta Terra, la “civiltà” umana, l’evoluzione, la storia, il progresso intellettuale e culturale, il futuro.
La “pace”, la “fratellanza”, l’amore universale, la “giustizia”, “dio”, bla bla bla bla.

Serve dire altro?