ThIS IS America!

Strage in una chiesa del Texas. Killer uccide 26 persone urlando «God save America!»
Gli USA rivendicano: «È un nostro soldato

“Ironia”? Niente affatto. America, 2017: questo è. Nulla di ironico; molto, moltissimo di spaventoso. E spaventosamente assonante. ThIS IS America, guys!

(P.S.: cliccate sull’immagine per leggere dei fatti a cui mi sto riferendo.)

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Trump, l’UNESCO e la politica del “f**k off!”

Penso che l’uscita dell’America dell’attuale Presidente Trump dall’UNESCO sia una bellissima notizia.

Per l’UNESCO, già. La quale ha certamente fatto sbagli e preso decisioni discutibili, ma che proprio scrollandosi di dosso un paese che, con la presidenza in carica, si manifesta ogni giorno di più come un elemento avverso e nocivo a qualsiasi promozione “della pace e della comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione per promuovere il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali” (come recita l’atto costituivo), oltre che un potere antitetico a ogni intelligenza politica (sostituita ormai del tutto da un borioso e triviale infantilismo, rilevabile nello stesso rapporto tra USA e UNESCO negli anni scorsi e sancito pure da alcuni personaggi dell’entourage presidenziale), può riaffermare con forza il proprio valore e il ruolo culturale fondamentale a livello planetario, soprattutto di questi tempi.

D’altro canto, sfido chiunque ad associare in modo logico e giustificato “Trump” a “cultura”. L’imperante “America first” trumpiano, piuttosto di sancire rafforzare la leadership mondiale americana, tra mille fanfaronate (inclusa quest’ultima) sta soltanto producendo un isolazionismo assai simile a quello di certi stati dittatoriali che proprio gli USA si dilettano ad avversare militarmente. America last, semmai, sempre di più – con buona pace di quella pur considerevole parte del paese che di cultura ne produce, e d’alto livello, ma evidentemente non è capace di farne elemento fondante della realtà sociopolitica nazionale contemporanea.

La Rabbia Saudita

Oggi i media internazionali (ma non quelli italiani se non in rarissimi casi, e poi capirete il perché) riportano la notizia che

La coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita è stata inserita nella lista nera dell’ONU [dei paesi che violano i diritti umani in particolare dell’infanzia], anche se le viene riconosciuto di aver messo in atto misure per migliorare la protezione dei bambini.

E’ un fatto assolutamente emblematico di come giri il mondo contemporaneo, a mio modo di vedere. E, per la cronaca, non gira affatto dritto.

Infatti, se la suddetta lista nera dell’ONU sancisce uno stato di fatto risaputo riguardo la “cura” (ovvero la repressione) dei diritti umani in Arabia Saudita – al punto da “costringere” molti a salutare come una “vittoria” la recente concessione alle donne di guidare autovetture, che a me invece pare tanto una sonora e ipocrita presa per i fondelli – nel sentire stamani la notizia nelle rassegne stampa internazionali non ho potuto istantaneamente pensare ad alcuni elementi assai significativi al riguardo, appunto:

  • In primis la carica di Faisal bin Hassan Thad, ambasciatore dell’Arabia Saudita presso le Nazioni Unite, come presidente del comitato consultivo del Consiglio Onu dei Diritti Umani, l’organismo tecnico delle Nazioni Unite ha il compito di indicare buone pratiche e indirizzi agli esperti di difesa delle libertà umane fondamentali. Un’assurdità bella e buona, palesemente.
  • Il fatto che l’Arabia Saudita era e resta il Paese arabo che nell’ultimo anno solare ha speso di più in armi.Non solo. Riyad, impegnata militarmente contro i ribelli Houthi (sciiti)  in Yemen, in  questa poco onorevole classifica si piazza al quarto posto nel mondo con un budget per la Difesa di 62,7 miliardi di dollari (il più imponente della regione). È quanto riporta l’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Leggete qui maggiori dettagli al riguardo oppure qui.

  • E chi ha notevolmente aumentato il volume della vendita di armi all’Arabia Saudita? L’ItaGlia, esatto. Il che, io credo, spiega almeno in parte perché la notizia citata all’inizio di questo post è pressoché assente sui media italioti. Complimenti come sempre alla meschina nonché viscida furberia nazionale, eh!
  • Ma in fondo, a comportarsi in questo modo non è certamente sola, l’ItaGlia. Non serve infatti rimarcare come l’Arabia Saudita sia da tempo considerata uno dei migliori alleati in senso assoluto dell’Occidente. Un’alleanza assolutamente riconfermata di recente dall’attuale Presidente USA, al quale proprio in queste ore si è accodato il Presidente russo in carica.

Ecco. Questo è il pianeta Terra, anno 2017. O meglio: questa è la “civiltà” umana, quella formata dagli esseri più “intelligenti” e “avanzati” del pianeta – per autoproclamazione. Fate voi!

P.S.: l’immagine in testa al post è © Mohammed Huwais, Afp.

“God bless America”, oppure “God damn America”?

Inutile sconcertarsi per l’ennesima volta. L’America è questa: quella che ha portato il primo uomo sulla Luna e quella di Nixon e Trump, quella del rock’n’roll, di Harvard e della Silicon Valley ma pure di quasi ogni guerra combattuta sul pianeta negli ultimi settant’anni, quella del chewing gum, dei panini finti di McDonald’s e delle continue stragi nelle scuole e luoghi pubblici. È quella del massacro di Las Vegas e della gente che ad esso reagisce follemente acquistando ancora più armi per paura di restrizioni alla vendita (che non arrivano mai). Tra qualche tempo gli USA probabilmente porteranno un uomo su Marte o ci regaleranno qualche nuovo e fenomenale status symbol tecnologico ma, per ora, il “sogno” americano sta diventando sempre più paradossale e folle.

Dunque, God bless America? No. Semmai God damn America*.

*: damn, “dannare”, “maledire”. Peraltro, sulla vera origine e sul senso ben poco nobile e tanto meno devozionale di quanto si pensi della celebre e abusata (negli USA) espressione “God bless America”, date un occhio qui.

Troppo da scrivere!

E così, Twitter consentirà a breve di scrivere messaggi di 280 caratteri, il doppio degli attuali. Temo due cose, al riguardo: che ciò farà credere a tanti (altri) utenti di poter diventare dei “grandi scrittori”, e che la notizia abbia viceversa messo in crisi l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, noto utilizzatore seriale del social. «Duecentottanta caratteri? E come ca**o si fa a scrivere così tanto?!» suppongo avrà esclamato.