Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti” (Feltrinelli)

cop_leggenda-monti-navigantiMonti che navigano, già. Ciò che di primo acchito parrebbe cosa del tutto antitetica, nel concetto, all’elemento fondamentale per la navigazione, ovvero il mare, può invece navigare a sua volta. E tanto, e su rotte tanto logiche quanto sorprendenti: rotte fatte di geografia e di storia, di genti d’ogni sorta, di soldati, esploratori, alpinisti, braccianti, donne, madri, padri, figli e generazioni intere e di tutte le loro vite oltre che di rocce, ghiaccio, boschi, prati, animali, uccelli, cieli, nubi, venti, nevi e piogge… E di una cultura, una civiltà, anzi, che è pienamente tale dentro quell’altra civiltà principale, la nostra propriamente detta, che annebbiata dalle sue innumerevoli futilità quotidiane sovente si dimentica della prima e non capisce quanto sbagli a manifestare tale dimenticanza…
Paolo Rumiz, giornalista assai noto e capace ma non solo tale, per come il suo racconto giornalistico ovvero letterario sia fatto in primis di viaggi e visioni di viaggio, ci porta con sé in un lungo viaggio diviso in due parti lungo Alpi e Appennini, le principali catene montuose italiche, del quale scaturisce La leggenda dei monti naviganti (Feltrinelli, 1° ediz. collana “I Narratori”, 2007), sorta di diario (ma il termine non è del tutto consono) del suo peregrinare tra monti, vette, passi, valli, villaggi e, in primis, genti di montagna. Perché come disse il grande Walter Bonatti (personaggio che Rumiz incontra e racconta, peraltro, nelle pagine del libro), le montagne sono solo un cumulo di sassi senza l’uomo che le sale, e se allarghiamo il concetto originariamente alpinistico di tale affermazione potremmo pure dire che le montagne sono comunque tali senza l’uomo che le abita e vi cerca/trova un’armonia vitale – come navi senza un equipaggio, per tornare alla metafora del titolo: bellissime, maestose, imponenti ma sostanzialmente inutili.
Rumiz, in fondo, con questo libro cerca proprio di raccontarci come quei cumuli di sassi a volte ricoperti di ghiaccio che si spingono verso il cielo siano invece assolutamente e possentemente vivi, pullulanti di vitalità fremente anche se a volte repressa o ignorata: una vitalità preziosa come nessun altra per il mondo intero, e in particolare per quello “basso”, del piano fin troppo urbanizzato e troppe volte violentato dalla miope frenesia antropizzatrice. Nel 2003, per la prima parte del suo viaggio sui monti italici, egli prende le mosse dal suo Friuli per percorrere la catena alpina da Est a Ovest cercando ovunque storie di vita: ma non quelle storie da rotocalco o da docu-reality oggi (ben romanzate e rese artificiose) tanto di moda, semmai annota sul suo taccuino di viaggio i racconti narrati dalla gente che incontra i quali sono la vita, l’esperienza e la memoria della montagna stessa, ovvero quelle nozioni e cognizioni a volte semplici, altre volte profondissime, che formano e intessono l’essenza della vita quotidiana della gente dei monti. Nel 2006 invece affronta la spina dorsale italica, gli Appennini, e lo fa a bordo di una vecchia Topolino: perché per cercare e trovare l’armonia con l’ambiente montano occorre tempo, lentezza, un movimento che non disturbi troppo il ritmo naturale dei luoghi, anzi, che vi entri in sintonia. E anche sulla catena appenninica Rumiz resta ben lontano dalle direttrici più trafficate e sulle quali più si condensano i conformismi umani quotidiani: cerca vecchie osterie di montagna, abbazie, eremi, villaggi del tutto spopolati o quasi, luoghi dimenticati dal progresso e dai media – fortunatamente, in molti casi – e nei quali si conserva ancora un autentico spirito italico, quello conformato nei secoli da tutti i popoli che sui monti salivano dacché al tempo sacri, prima che venissero invece considerati luoghi maledetti. “In montagna si fa fatica, e non a caso la montagna è un luogo divino. Solo la cultura cristiana, negli anni, bui, l’ha letta come il territorio dei demoni. In Oriente, invece, trovi il dio Shiva, o il Padre dei Ghiacci, il Muztagh Ata…” racconta a Rumiz l’alpinista Fausto De Stefani nell’incontro messo per iscritto nel libro (pag.114).
Ecco, pare sovente che la montagna italiana si porti appresso quello stigma infamante affibbiatogli dall’oscurantismo culturale che per lunghi secoli (e in certa parte ancora oggi) ha imperversato in Italia. E i monti, oltre che territorio infestato da demoni, sono sempre stati considerati ostacoli alle ambizioni dell’uomo moderno e quindi inevitabili confini per le sue mire di controllo territoriale e politico, quando viceversa, prima di queste storture culturali, sono sempre stati un collante per le genti che abitavano gli opposti versanti, e che hanno sempre coltivato l’impulso e la volontà di valicarli per conoscere cosa vi fosse oltre, e possibilmente per fare affari, amicizie, alleanze con i propri dirimpettai alpestri.
Quello stigma, poi, col tempo si è sedimentato incancrenendosi, trasformandosi in una sorta di maledizione per la montagna italiana che, nell’epoca moderna e contemporanea, è stata depauperata delle sue più preziose forze, risorse, saggezze e quant’altro di simile per diventare o un banalissimo divertimentificio turistico, oppure un territorio da considerare sterile e da dimenticare. Anche sotto questa chiave di lettura La leggenda dei monti naviganti si rivela un libro notevole e illuminante: Rumiz ci narra proprio come la montagna abbia subito una sorta di violenza istituzionale, come se i governi che nei decenni si sono succeduti nel paese avessero scelto per precisa strategia politica di ridurre il territorio italiano alle zone piane, meglio sfruttabili, più edificabili, più facili da gestire e da controllare, nelle quali meglio applicare poteri e influenze d’ogni sorta. Mauro Corona – altro personaggio il cui incontro Rumiz narra nel libro – lo denuncia da tanti anni così come lo fanno altri; ma se le istituzioni risultano sorde a tali richiami – e nemmeno si rendono conto di quanto letale sia, tale loro sordità – alcuni cittadini invece rispondono, si mettono all’opera, tornano sui monti o non fuggono da essi. La montagna, per ora, non può che affidarsi ad essi, e alla speranza che essi riescono ancora ad alimentare. E deve affidarsi anche a testimonianze come quella che Rumiz ha fissato nel libro, con stile fluido e accattivante ancorché forse più di natura giornalistica che letteraria – ma è un appunto che da buon sofistico faccio io, opinabile quanto volete e in ogni caso ininfluente sul valore del libro.
Ogni italiano che debba e possa dirsi tale non può ignorare la montagna: l’Italia è tra i pochi paesi europei nei cui orizzonti ovunque si possono vedere, vicini o lontani, dei monti, dunque conservare un’ignoranza sul merito è cosa, mi viene da dire, culturalmente, socialmente e identitariamente invalidante. La leggenda dei monti naviganti è un libro che, grazie anche alla sua piacevolezza di lettura, può aiutare chiunque a ritrovare o rinfrescare la cognizione del valore che la montagna possiede e può offrire a tutti noi. E non sappiamo nemmeno quanto di essa avremmo bisogno…

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4 pensieri su “Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti” (Feltrinelli)”

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