Io voglio ciò che devo

Povere creature che potreste vivere tanto felici soltanto a modo vostro e che invece dovete ballare al suono della musica di questi pedagoghi di orsi e produrvi in capriole artistiche che non vi verrebbe mai in mente di fare! E non vi ribellate mai, sebbene vi si intenda sempre in modo diverso da come vorreste voi. No, voi ripetete sempre meccanicamente a voi stessi la domanda che avete sentito porre: “A che cosa sono chiamato? Che cosa devo fare?”. Basta che vi poniate queste domante e vi farete dire e ordinare ciò che dovete fare, vi farete prescrivere la vostra vocazione oppure ve la ordinerete ed imporrete voi stessi secondo le direttive dello spirito. Ciò comporta, per quel che riguarda la volontà, questo atteggiamento: io voglio ciò che devo.

(Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, traduzione di Leonardo Amoroso, Adelphi, 1999.)

L’Unico di Stirner è uno dei quei rari libri così disturbanti, da leggere, che a non leggerli si resta inconsciamente e inevitabilmente disturbati. Per questo ancora oggi a suo carico vengono mosse dall’opinione pubblica, nel caso in cui se ne discuta, così tante accuse: perché probabilmente non è stato letto. Altrimenti di accuse ce ne sarebbero comunque, ma rivolte nella direzione opposta.
Per lo stesso motivo, quando mi chiedono quali siano stati i libri più importanti per me e la mia visione del mondo e della vita, L’Unico non manca mai. Di un sano e pur aspro disturbo culturale c’è sempre bisogno, già.

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I mal-viventi

Comunque, vorrei denotare che è pur comprensibile ma perfettamente inutile dare dei “fascisti” a chi di tale epiteto si vanta e se ne inorgoglisce o inneggia a dittatori sconfitti e seppelliti dalla storia e dal tempo, esattamente come era inutile dare dei “comunisti” a chi un tempo avrebbe voluto vedere l’Armata Rossa gironzolare per le italiche vie o credeva Stalin un liberatore dei popoli oppressi. Peraltro gli italiani hanno la memoria cortissima o nulla e non sanno fare – non hanno mai saputo fare – i conti con la storia, la propria in primis: anche per questo la contrapposizione destra/sinistra, per entrambe le parti post-ideologicizzatasi e totalmente deculturata, si è incastrata su un contraddittorio spaventosamente infantile e stupido, grazie alla cui nullità gli estremismi più biechi possono urlare sguaiatamente senza che nessuno sappia più zittirli.

Per cui, quelli che da una parte o dall’altra – alternativamente preponderanti, in Italia – calpestano la legge, la politica (quella vera), la democrazia (quella vera), il senso civico, la cultura, l’onestà intellettuale, l’intelligenza, la dignità, il futuro del paese e dei suoi abitanti (con buona pace di quelli sodali con i suddetti), li si chiamino frequentemente con termini ben più consoni e obiettivi: mal-viventi, ad esempio. Perché, letteralmente, vivono male essi per primi, così in balìa delle proprie devianze psicomentali, e di conseguenza fanno vivere male tutti gli altri; perché rendono il vivere qualcosa di attinente al male, quando dovrebbe sempre essere il contrario; perché, come da definizione, vivono al di là, ovvero fregandosene, delle leggi civili e ancor più morali, di contro pretendendo spesso di imporre loro morali ritenute indiscutibili ma in realtà totalmente distorte e degradanti; e perché, ultimo ma non ultimo, si comportano spesso da malviventi nel senso più diffuso del termine ovvero agevolano la malvivenza di altri innescando processi di “influenza” reciproca.
Ecco.

Leggere Claudio Vercelli

[…] L’essere cittadini implica senz’altro il chiedere di venire riconosciuti come persone, con la propria specificità, ma anche l’accettare di essere leali nei confronti delle norme e delle regole che garantiscono la vita insieme. Tra di esse, la fedeltà alle istituzioni. Ma bisogna poi vedere quali siano, e cosa comportino, queste regole. Soprattutto, da chi vengano dettate e con quali obiettivi. Poiché non sono il prodotto di qualcosa di astratto, ma di concreti rapporti di forza. Non sempre la legalità, infatti, corrisponde alla legittimità. È legale ciò che è conforme alle regole vigenti; è legittimo ciò che risponde ad imperativi morali non sindacabili.
La questione del potere, ossia di chi ha la forza di decidere e di imporre sugli altri la propria volontà, è allora strategica. In una democrazia liberale e sociale i centri di potere, non a caso, sono molti. Principalmente per evitare che troppa forza si concentri in poche mani. Quando questo invece avviene, le minoranze quasi sempre sono a rischio. Non per capriccio del potente di turno, autocrate, despota, dittatore o capo che sia (anche il “popolo” può essere dispotico, se vogliamo ragionare in questi termini), ma per l’ossessione che si crea rispetto a chi non è omologabile agli interessi e agli obiettivi di una maggioranza che viene completamente schiacciata su un conformismo che è funzionale al potere medesimo. Chi non aderisce a tale principio di “fede” è da subito messo ai margini. Per non dire di peggio. […]

Claudio Vercelli, autore del brano qui sopra – tratto da qui – è uno storico (e intellettuale, uno dei pochi che io riesca a definire tale) che trovo imprescindibile per chiunque voglia analizzare e (cercare di) comprendere la realtà contemporanea, le sue origini storiche – soprattutto moderne – nonché il futuro che probabilmente ci aspetta. Per questo spesso mi trovo a citarlo, qui sul blog, e ugualmente per questo, ovvero per quanto ho appena scritto, voglio segnalare l’uscita, proprio oggi, di un altro suo volume che io credo molto importante: Neofascismi, per le Edizioni del Capricorno (cliccate sulla copertina qui accanto per saperne di più).

Un libro in fondo importante da leggere in primis proprio per chi si dica “di destra”, per capire che se il pensiero e la cultura di destra contemporanei non sanno/sapranno far altro che identificarsi in mere forme di neofascismo (sia pure post ideologico e deculturato come quello attualmente più votato, in Italia), non fanno e faranno altro che firmare la propria autocondanna a morte. Cosa del tutto deleteria, a mio modo di vedere, ma d’altro canto in perfetta par condicio funerea con la parte ideologica (o presuntamente tale/post tale) opposta, peraltro.

Il biotestamento, e il bioterrorismo

Ben venga l’approvazione parlamentare definitiva della legge sul biotestamento. Il quale non è argomento politico di parte (semmai lo è nel senso originario del termine) né ideologico o dottrinale o che altro, e – mi viene da dire – non è nemmeno una “vittoria”, come (comprensibilmente) viene definita ma, più semplicemente tanto quanto essenzialmente, la presa d’atto giuridica d’un diritto e d’una libertà fondamentale. Una libertà profondamente umana, intimamente legata allo stesso senso della vita (e del vivere in modo intelligente, consapevole, dignitoso) che va ben oltre il valore o la bontà d’una legge, e fortunatamente ancor più va oltre il terrorismo integralista e anticulturale di chi vi si oppone con (pseudo)argomentazioni prive di qualsiasi logica e degne d’un regime retrivo e oscurantista, che si vorrebbe fossero imposte coercitivamente a tutti ma in verità ben lontane da qualsiasi dignità civica nonché da qualsiasi autentica libertà, appunto. Non casualmente, d’altro canto: non si può e non si sa garantire alcuna libertà (dunque, inevitabilmente, alcuna dignità) quando non si è persone libere; e se non si è persone libere, non si è nemmeno persone veramente vive. In fondo, dunque, la legge appena approvata (al di là della sua poca o tanta bontà, ribadisco) è un bene anche per esse, ed è anche questo, io credo, uno dei suoi più significativi valori.