Essere ambiente

[Lago di Tovel, Trentino. Foto di Pietro De Grandi da Unsplash.]
Comunque ci tengo a dire che, nonostante i temi e il tono di molti post che pubblico, io non sono un “ambientalista” ovvero non credo proprio di esserlo. Semmai sono uno a cui l’ipocrisia e la mancanza di buon senso generano un’incazzatura tremenda, e ciò che colgo in molte idee e iniziative che vengono realizzate in montagna ovvero nel paesaggio montano – ambito del pianeta che resta il mio riferimento principale – sono proprio ipocrisia e mancanza di buon senso. Allora ne scrivo, e se chi legge poi pensa che io sia un ambientalista, allora lo sono; se altri leggono e non lo pensano, non lo sono. D’altro canto a volte colgo quelle cose anche in certo “ambientalismo”, e la reazione è ovviamente la stessa.

In verità, prima che salvaguardare l’ambiente credo che si debba salvaguardare l’intelligenza umana: se non c’è la seconda cosa non c’è nemmeno la prima, se c’è la prima è perché probabilmente c’è pure la seconda. La banalizzazione, il degrado, lo svilimento e la distruzione del paesaggio sono innanzi tutto un problema culturale: diventa anche un problema politico, tecnico, ecologico, ambientale quando la cultura del paesaggio che ci dovrebbe essere alla base viene ignorata, rifiutata o calpestata.

Dunque, ciò che conta non è tanto essere o meno ambientalisti ma essere (oppure no) ambiente, cioè parte integrante e benefica di quella rete ecosistemica che, per farla breve, è la vita del pianeta sul quale tutti stiamo: «la natura, come luogo più o meno circoscritto in cui si svolge la vita dell’uomo, degli animali, delle piante, con i suoi aspetti di paesaggio, le sue risorse, i suoi equilibrî, considerata sia in sé stessa sia nelle trasformazioni operate dall’uomo e nei nuovi equilibrî che ne sono risultati, e come patrimonio da conservare proteggendolo dalla distruzione, dalla degradazione, dall’inquinamento» (voce “ambiente”, Vocabolario Treccani). Da ciò si può dedurre che chi non è ambiente, cioè chi per sue idee, comportamenti, azioni antitetiche a tale definizione se ne tira fuori, finisce per diventare antitetico alla sfera vitale che anima il pianeta: è praticamente fuori dal mondo, fuori dalla realtà. Espressioni che, guarda caso, vengono in mente quando si constatano certi interventi i quali palesemente dimostrano ipocrisia e mancanza di buon senso, in montagna e non solo lì. Ecco, cerchio chiuso.

Individui (tra i più) spregevoli

Il seguente articolo potrebbe sembrare un off topic, come si dice oggi, rispetto ai temi abitualmente dissertati qui sul blog. Può esserlo, lo capisco, ma ci tengo a dirvi che per me che ve lo propongo non lo è.

Apprendo da una persona della quale ho una stima infinita, di famiglia ebraica con predecessori deportati e uccisi nei lager nazisti, che qualche giorno fa s’è trovata ad assistere a una conversazione tra alcune persone normali, “bravi e onesti” cittadini magari dalle loro parti pure “stimati” – non mi sorprenderebbe affatto – una delle quali ha tranquillamente proferito che «gli ebrei son tutti bastardi» e le altre presenti, altrettanto tranquillamente, le hanno dato ragione.

Sono circostanze, queste, che mi ripugnano tanto quanto mi lasciano sconcertato, ingenuamente forse, per come non riesca a capacitarmi che possano accadere ancora, in modo così normale, nella più ordinaria quotidianità. Tuttavia devo ammettere che per certi versi chi mi ripugna di più non è colui che si permetta di proferire parole come quelle citate – chiaramente un individuo mentalmente malato che come tale andrebbe interdetto dalla società e adeguatamente curato – ma tutti gli altri, quelli che in tali casi gli danno ragione, gli tengono bordone, non contestano le sue affermazioni: per meschinità, per pusillanimità, perché privi di nerbo, buon senso, intelligenza, perché ignoranti… non importa il motivo, non ce n’è nessuno che li possa giustificare in alcun modo, al pari dei primi. Anzi, per certi versi sono anche maggiormente pericolosi di quelli, che almeno dimostrano pubblicamente ovvero palesemente la loro pericolosa devianza mentale; questi no, si nascondo viscidamente dietro consensi appena accennati, dietro risatine compiacenti, facendosi forza nell’unione con i loro simili e nel disinteresse della nostra società riguardo questi temi. Oppure sono anch’essi come i primi, pericolosi malati di mente e, in tal caso, si torna a quanto ho osservato poco sopra.

Ma la società che garantisce il diritto di espressione a tutti senza far nulla contro le parole – e le idee alla base – che ne minano il senso alle fondamenta, non è democratica e progredita, è ipocrita e retriva oltre che stupida: perché si crede fautrice di democrazia ma lo è solo fittiziamente e, anzi, di questo passo a breve non lo sarà proprio più, per nulla. Non ci possono essere mezzi termini oppure possibili compromessi, in questi casi: o quegli individui, o un’autentica società civile. Tutte due le cose insieme no, ribadisco, è impossibile.

Giusto ieri sono stati inaugurati i nuovi spazi del Memoriale della Shoah di Milano, città prossima ai presumibili luoghi di residenza di quegli individui citati dalla persona di mia conoscenza. Ecco, io porterei – anche a forza, se necessario – quei tizi al Memoriale e, oltre alla visita completa, farei leggere loro, più e più volte, i 774 nomi che riempiono il muro lì presente (lo vedete nella foto in testa al post), tutti individui partiti da Milano e deportati al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dei quali solo 27 sono tornati vivi. Più e più volte, sì, finché si rendano chiaramente conto che la responsabilità delle 747 vite cancellate citate sul muro del Memoriale è anche colpa loro, è ancora colpa loro. Una colpa che quelle loro parole rendono inesorabile, irrimediabile, imperitura.

I bambini durante l’Olocausto (per il Giorno della Memoria 2022)

[Alcuni sopravvissuti del “Blocco 66” di Buchenwald (un edificio destinato ad ospitare i bambini) fotografati poco dopo la liberazione. Germania, dopo l’11 aprile 1945. Fonte dell’immagine: https://encyclopedia.ushmm.org.]

I bambini erano a Birkenau come uccelli di passo: dopo pochi giorni, erano trasferiti al Block delle esperienze, o direttamente alle camere a gas.

(Primo LeviLa tregua, Einaudi, 2000, 1a ed. 1958, pag. 168.)

Il sito dello United States Holocaust Memorial Museum, ricchissimo di contenuti e di testimonianze sull’Olocausto, presenta anche numerosi contenuti in lingua italiana alcuni dei quali raccolti in una sezione – facente parte della “Enciclopedia dell’Olocausto” – intitolata I bambini durante l’Olocausto. Voglio dedicare il mio solito contributo al Giorno della Memoria 2022 proprio a loro, vittime ancor più innocenti dei crimini spaventosi della follia nazista, invitandovi a visitare le pagine del sito suddetto e in particolar modo quelle dedicate alla tragedia dei bambini durante quegli anni spaventosi, appunto, monito tra i più potenti e inevitabili per alimentare la speranza che mai più degli esseri umani, membri di una civiltà che ama definirsi la più avanzata del pianeta, possano commettere atrocità talmente terrificanti.

Così si può leggere nell’introduzione della sezione I bambini durante l’Olocausto:

Nazisti sostenevano che l’uccisione dei figli di persone ritenute “indesiderabili” o “pericolose” fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla “lotta di razza”, sia quella che considerava l’eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i Tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall’altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.
In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i 13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.
Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.
Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell’esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come “inutili bocche da sfamare”. Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi – insieme agli anziani, ai malati e ai disabili – per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni.

P.S.: altrettanto significativo sulla storia e la sorte dei bambini durante l’Olocausto è il Memoriale dei Bambini presso lo Yad Vashem di Gerusalemme, uno spazio commemorativo costruito in una caverna sotterranea per ricordare il milione e mezzo di ragazzini vittime dell’Olocausto. Durante la visita all’interno del Memoriale dei Bambini non si deve fare nulla, si può solo ascoltare: Moshe Safdie, l’architetto che ha progettato questo luogo, ha fatto realizzare un lungo percorso immerso nel buio, rischiarato solo da flebili candeline poste a diverse altezze che creano l’impressione di un piccolo firmamento, nel quale si procede nella penombra seguendo un corrimano. In sottofondo, voci registrate elencano nelle varie lingue i nomi delle piccole vittime: «...Eugene Sandor, 12 anni, Jugoslavia… Maritza Mermelstein, 8 anni, Cecoslovacchia…». Niente come un elenco riesce a dare al tempo stesso il senso dell’individualità e quello della totalità. Qui trovate alcune testimonianze audiovideo dell’interno del Memoriale (una la vedete lì sopra).

Sacrosante blasfemie

[Immagine tratta da open.online, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Qualcuno ne è rimasto urtato e indignato, comprensibilmente dal suo punto di vista (ma, mi sia consentito osservarlo, fanno il paio con quanti restano sovente urtati e indignati da certe “clericate” pubbliche offensive del buon senso), fatto sta che la campagna napoletana contro la censura religiosa è tanto pungente quanto sublime. Perché la causa dalla quale prende spunto è assai razionale e “naturale” (siamo nel 2021, giova ricordarlo: oggi quella censura serve, paradossalmente ma non troppo, proprio a preservare certe abitudini che qualcuno ritiene oltraggiose, non a eliminarle inducendo una diversa buona educazione) e perché, suvvia, dato che la blasfemia prevede sanzioni pecuniarie, lo Stato farebbe i miliardi soprattutto nelle zone ove la “morale” cattolica è più influente. Proprio così. E perché non lo fa? Perché la cosa farebbe ridere, in primis, e più seriamente perché sul fondo di tale questione e di altre simili c’è una abbondantissima dose di ipocrisia e di perbenismo deviato.

Mi torna in mente quel villaggio montano dalle mie parti, ad esempio, nel quale tempo fa assistetti incidentalmente a una scena meravigliosa: la partenza di una processione religiosa con la statua di un tal santo o forse della Madonna, ora non ricordo, con il catafalco caricato sulle spalle di alcuni rubizzi indigeni a forza di braccia e a colpi di bestemmie a causa dello sforzo ingente e delle difficoltà di assestamento iniziali (a tale scena spassosa feci già cenno qui). In effetti, se il paesaggio di un luogo è fatto anche di elementi immateriali come il lessico locale, sovente assai identitario e identificante (al di là della questione ora discussa parlerò presto di questo aspetto, qui sul blog), be’, in un contesto come quello montano nel quale la devozione religiosa popolare è radicata ben più che altrove, la blasfemia è da considerare un elemento presente e evidente, dunque identificante, almeno quanto le vette dei monti o lo scampanio delle mandrie al pascolo! Anzi, sarebbe da proteggere in qualità di patrimonio culturale popolare, visto il suo secolare radicamento (sì, sono ironico… anzi, nemmeno tanto: al riguardo, e come ulteriore prova a sostegno d’una proposta del genere, leggetevi l’editoriale di Beno del numero 57 de “Le Montagne Divertenti”, qui)!

D’altro canto, come ha detto il sempre acutissimo e illuminante Mark Twain: «Se siete arrabbiati, contate fino a quattro. Se siete molto arrabbiati, bestemmiate.» E pensateci, poi: non è la bestemmia, a ben vedere, una “manifestazione devozionale” ben più coerente di molte altre all’apparenza tanto pie ma nel concreto parecchio ipocrite (vedi sopra)?

Ecco. Semmai, cercate di non essere mai molto arrabbiati, eh!

Politica vs cultura

P.S. – Pre Scriptum: quando testi di qualche anno fa, riletti oggi, appaiono non solo ancora attuali ma se possibile più rappresentativi del presente rispetto a quando sono stati scritti, è segno che c’è qualcosa (fosse solo “qualcosa”, poi!) che non va nella realtà contemporanea e nella sua evoluzione nel tempo. Ecco, ad esempio il seguente articolo ha più di tre anni, eppure trovo che sia validissimo tutt’oggi. Con una sola differenza: a leggerlo si potrebbe pensare che quando lo scrissi qualche residuo barlume di fiducia nelle istituzioni politiche lo conservassi ancora, malgrado tutto; oggi, invece, quei barlumi si sono pressoché spenti, scomparsi in un buio dei più impenetrabili.

Da tempo sostengo con grande fermezza che qualsivoglia attività di natura “politica” (intendendo ciò nel suo senso contemporaneo più diffuso ovvero di gestione della cosa pubblica – anche se, a ben vedere: quale pubblica azione, in quanto tale, non assume sempre una valenza politica piccola o grande, quando attuata in un ambito sociale?) non può stare in piedi se non viene costruita su solide basi culturali – che “solide” diventano e si mantengono quando siano il più ampiamente condivise e comprese. In questo caso sì, il “gesto politico”, sia esso individuale o pubblico-istituzionale, gestisce veramente la polis e ne sviluppa concretamente la realtà; altrimenti resta un mero esercizio di stile oppure soltanto una sgarbata perdita di tempo. D’altro canto, posto proprio quanto ho denotato nella parentesi poco sopra, qualsiasi azione culturale anche più di tante altre è azione politica, anche perché “cosa pubblica” è sia il relativo patrimonio materiale (arti, mestieri, prodotti culturali nonché monumenti e opere di carattere affine) sia quello immateriale (saperi, conoscenze, nozioni, saggezze, dottrine di pensiero…), dunque ogni iniziativa che realizzi e/o attivi tali elementi con effetti diffusi, cioè pubblici/collettivi, è inevitabilmente (e fortunatamente, aggiungo) anche un’azione politica.

Sotto tali aspetti non posso dunque non imputare alla politica attuale altre gravi colpe (ennesime!), più di quanto si possano di contro imputare alla cultura (che non è senza peccato, senza dubbio, ma la cui storia non presenta certo la tremenda devianza che l’ambito politico ha subìto da parecchio tempo a questa parte). Due, le colpe suddette: la prima, di aver ormai scelto di non costruire più la propria iniziativa su basi culturali, preferendo invece la più bieca demagogia a meri fini oligarchici e/o sostanzialmente monocratici (nonché le “propagande” astratte ai fatti culturali concreti), come se l’azione politica non producesse (volente o nolente) cultura; la seconda, speculare alla prima, di aver negato qualsiasi proprio supporto “naturale” alle azioni culturali, come se la cultura non fosse una fondamenta imprescindibile di qualsiasi società civile ma, anzi, qualcosa di fastidioso, da togliere di mezzo il più rapidamente possibile.

C’è ormai, insomma, una profonda frattura tra cultura e politica: una cesura tanto netta quanto irrazionale e non so quanto sanabile, a tal punto, quale può essere quella di una madre con la propria figlia. La seconda rifiuta le saggezze e gli insegnamenti della prima per darsi alla “bella vita”, ma non capisce che la bellezza apparente è in verità profonda alienazione: di quelle che, superato un certo limite, divengono demenza definitiva.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.