Xenofobia e sfascio sociale

Comunque, vorrei ricordare che i fenomeni di xenofobia, intolleranza politica, religiosa, etnica, razzismo, sono tipici delle società in rapida decadenza sociale, culturale e identitaria, prossime alla rovina e allo sfascio, la storia lo insegna in modo indubitabile. È paradossale – o forse non lo è affatto ma emblematico – che a caratterizzarsi da quei fenomeni siano le parti dichiaratamente nazionaliste, sovraniste, neo o postfasciste, ovvero quelle che si impongono come baluardo della cultura e dell’identità delle società in cui si muovono quando invece di tali elementi rappresentano il degrado e l’inesorabile declino. Gli stessi effetti, in fondo, causati all’opposto dalla globalizzazione più cieca e spinta, quella che pretende di assoggettare a sé qualsiasi patrimonio identitario culturale comune pur strutturatosi nel tempo, dimostrando con ciò una consueta e perniciosa situazione: le due facce della stessa medaglia – a sancire un identico, inevitabile declino civile.

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“La Stella di Andra e Tati”, la memoria affidata ai più giovani

Presentato il 13 aprile 2018 in anteprima a Torino nell’ambito del Festival Cartoons on the Bay, il cartoon La Stella di Andra e Tatidedicato alla deportazione delle sorelle Bucci ad Auschwitz, è il primo film di animazione europeo sull’Olocausto.

Per celebrare – nel piccolissimo che può fare il blog, e altrettanto farò anche domani, in Radio Thule – il Giorno della Memoria, trovo assai importante e significativo segnalare un’opera come questa, rivolta specificatamente al pubblico più giovane – la prima in ambito europeo, appunto, a colmare finalmente una lacuna non poco sconcertante. Credo infatti che il valore della memoria e del ricordo possa diventare tanto inestimabile quanto fondamentale (nel senso più pieno di tale termine e della sua origine, fondamento) in primis tra i più giovani, gli uomini di domani, coloro i quali hanno tra le mani il destino del mondo, la costruzione (anche su tali fondamenta, appunto) del suo futuro e la responsabilità di non commettere più gli errori del passato. A loro, ne sono certo, ci si deve affidare e non solo per quanto appena ho affermato ma pure perché, purtroppo, noi adulti abbiamo più volte dimostrato di non aver imparato molto, se non nulla, da tragedie pur tanto spaventose – basti considerare, per dirne una, l’aumento dei fenomeni di antisemitismo in tutta Europa, in Italia monitorati e studiati dall’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – CDEC Onlus di Milano.
Affinché finalmente la domanda (retorica) posta da Primo Levi, «Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?» possa finalmente trovare una risposta definitiva.

P.S.: se siete registrati al portale RaiPlay (è gratuito, nel caso), potete vedere in podcast La stella di Andra e Tati qui.

La “celeste” delatrice

Devo nuovamente “ringraziare” quei ladruncoli fascistoidi che a Roma, lo scorso mese di dicembre, hanno divelto e rubato le pietre d’inciampo delle famiglie ebree Consiglio e Di Castro, che ne ricordavano la deportazione e la morte per mano di fascisti e nazisti nella Roma occupata del 1944 – ne ho scritto qui. Pietre che qualche giorno fa sono state finalmente riposizionate ove vennero trafugate, in Via della Madonna dei Monti.

Li “ringrazio” perché, come già dicevo nel precedente post sul tema, grazie ad essi e al loro “impulso” ho voluto approfondire la conoscenza di alcune assai emblematiche vicende di quel periodo oscurissimo della storia italiana. Così, cercando maggiori notizie su chi furono i delatori della famiglia Consiglio, mi sono imbattuto in un’altra sconcertante vicenda: la storia di Celeste Di Porto, ragazza alta, slanciata, affascinante, bellissima – al punto da essere soprannominata “la stella di Piazza Giudìa” – ma, soprattutto, delatrice di almeno una trentina di ebrei romani poi deportati nei campi di concentramento nazisti o fucilati alle Fosse Ardeatine – sì che la fascinosa Celeste venne risoprannominata “la pantera nera”, nonostante fosse lei stessa ebrea. Il tutto per mero e bieco denaro: un ebreo maschio in età da lavoro valeva 5000 lire, una donna 3000, un bambino 1500.

Racconta la sua inquietante storia questo articolo (vi arrivate anche cliccando sull’immagine in testa al post), dal quale traggo un passaggio oltre modo significativo del personaggio – e d’una certa predisposizione di mente e di spirito che quelli come lei manifestavano a supporto delle proprie terribili azioni criminali:

Nel 1944 con la liberazione di Roma da parte delle truppe anglo-americane, Celeste Di Porto cambia nome e diventa Stella Martinelli. Si trasferisce a Napoli per non destare sospetti e ricominciare una nuova vita ma due ebrei romani che si trovano nella città partenopea la riconoscono e la fanno arrestare. Il 5 marzo 1947 inizia il processo in un clima di tensione altissima. Celeste ha sempre lo sguardo fisso, puntato sui suoi accusatori; non lo abbassa mai neanche quando dall’aula le gridano «A morte!». Il Pubblico Ministero chiede per lei 30 anni di reclusione in un tribunale incandescente. Il 9 giugno 1947, dopo otto ore di camera di consiglio, il giudice la condanna a 12 anni ritenendola colpevole di sequestro di persona e di furto dei gioielli che aveva sottratto alle sue vittime. Grazie all’indulto concesso nel febbraio 1948, il 10 marzo dello stesso anno lascia il carcere di Perugia da donna libera ed il 15 abbraccia la fede cattolica battezzandosi. Lo sdegno da parte della comunità ebraica è unanime, contro di lei comincia a circolare lo slogan «De Gasperi l’ha graziata, il papa l’ha battezzata.»

 

Chi la fa(scista) l’aspetti!

Cliccate sull’immagine: potrete leggere una breve storia della famiglia Di Consiglio, le cui pietre d’inciampo sono state rubate a Roma qualche giorno fa.

In effetti, da par mio non posso che “ringraziare” quei ladruncoli fascistoidi: mi hanno dato occasione di conoscere la storia dei Di Consiglio e di diventare a mia volta uno strumento di diffusione e salvaguardia della memoria loro e di tutti gli altri uomini, donne e bambini, sterminati dalla follia antisemita.
Grazie, poveri fascistoidi cretini! Chi la fa l’aspetti! – sperando che l’aspettato sia molto, molto peggio di quanto è stato fatto, ecco.

“Anna Frank chi?”

Ma veramente c’è qualcuno capace di credere che dalla questione “ultrà/Anna Frank” ne uscirà una maggiore consapevolezza nazional-popolare verso certe meschinità in salsa antisemita (ovvero nazista o fascista ovvero comunista o stalinista, non è questo che conta e nemmeno conta il calcio e gli stadi, strumenti più che fonti della parte più escrementizia della GGente comune) e che finalmente la cosiddetta società civile saprà porre un freno a tali così biechi fenomeni con punizioni esemplari che ne infine provochino l’estinzione?

Povero illuso, quello, nel caso esista veramente! – ed esiste, lo so bene.

Il problema non è che tali fatti siano così frequenti da diventare ormai “normalità”, semmai che la normalità dell’italica “società civile” (virgolette quanto mai necessarie) li permetta senza batter ciglio (lasciamo stare le grottesche manfrine di queste ore che sono come polvere al vento, lo asserisce con encomiabile schiettezza Alessandro Piperno qui), come fossero dei classici “effetti collaterali” che ci possono essere e quando accadono amen! – “sono ragazzate”, “roba da tifosi scalmanati”, “opera di solo pochi teppisti” e domani è un altro giorno con in tavola serviti gli ennesimi piatti di tarallucci e vino. Perché domani o poco dopo, statene certi, di Anna Frank, del suo diario letto in campo come fosse un annuncio pubblicitario in mezzo a urla e schiamazzi, delle deposizioni corone di fiori più o meno “sceneggiate” e di quanto la (sempre tra virgolette) “società civile” italiana sia in sue ampie parti palesemente xenofoba e razzista – o geneticamente fascista, come sosteneva Giorgio Boccanon fregherà più nulla a nessuno o quasi. Nuovamente i potenziali anticorpi di civiltà e cultura saranno fagocitati dalla preponderante massa tumoral-sociale che sta debilitando sempre più la parte sana del paese e tutto sarà come prima, bell’e pronto per una nuova, ennesima dimostrazione di barbarie. Anzi no: non sarà come prima, sarà peggio di prima, perché una tale situazione di degrado culturale profondo non può che avvicinare sempre più il paese all’orlo del baratro finale. Meritatissimo, peraltro.

A meno di usare contro la suddetta massa tumoral-sociale gli stessi drastici mezzi – ovvero quelli dei suoi riferimenti “storico-culturali” – che essa invoca nei confronti dei suoi nemici, ecco. A costo di sentirsi epitetare degli stessi “titoli” di cui quella massa si fregia ma, come si usa dire (e qui, per me, parafrasare), occhio per occhio, merda per merda.