A chi guida con lo smartphone in mano

Comunque, ci tengo a dire che auguro veramente di tutto cuore a quelli che guidano lungo le pubbliche strade con lo smartphone in mano* di fare un bell’incidente, sì, che si schiantino senza farsi assolutamente male – nemmeno un graffio, per carità! – ma che invece la loro auto dallo schianto ne esca completamente distrutta. Di più: che magari si schiantino contro un edificio o un monumento di particolare pregio artistico oppure una vettura d’epoca di gran valore – va bene anche una fuoriserie con un prezzo di listino da emiri arabi, sì – e che dunque a quelli con lo smartphone in mano mentre guidano tocchi di pagare pure tutti i danni arrecati.
Ma, ribadisco, senza che nessuno si faccia del male, assolutamente.
Ecco.

*: come il tizio che avevo davanti ieri sera lungo una strada extraurbana collinare al quale scorgevo il bagliore dello smartphone nella mano destra, procedente a 30 km/h e curvando l’auto a scatti.

P.S.: lo so bene che ci sono in vigore leggi punitive (troppo poco tali, forse) al riguardo, ma tanto qui quasi nessuno le rispetta e quasi nessuno le applica e le fa rispettare. Dunque, amen!

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“Può il consumismo mutare in fascismo?”


Richard Pearson, quarantaduenne pubblicitario, si reca a Brooklands, una cittadina come tante tra Londra e l’aeroporto di Heathrow, chiusa tra autostrade e strade di grande traffico. Alcune settimane prima suo padre, ex aviatore settantacinquenne, era rimasto fatalmente ferito da un cecchino in un enorme centro commerciale di Brooklands, il Metro-Centre, un complesso di magazzini, alberghi, piscine, centri sportivi con una propria televisione via cavo che trasmette pubblicità, dibattiti e partite di calcio, hockey e rugby. Sperando di capire qualcosa di più sulla tragedia, Richard incontra l’avvocato del padre e la giovane dottoressa Julia Goodwin che ha prestato le prime cure al padre dopo la sparatoria. Protetto da un’inquietante rete di omertà, il principale indiziato viene rapidamente rilasciato dai magistrati locali. Richard decide di trovare il vero colpevole. Al centro del mistero è il Metro-Centre. Questo è il tempio del consumismo più sfrenato che, a Brooklands, convive con una passione ossessiva per gli sport e un nazionalismo perverso e violento. Gli attacchi alle comunità d’immigrati sono all’ordine del giorno e gli incontri sportivi sembrano raduni politici.
Sotto l’impulso del Metro-Centre e delle sue campagne di marketing, il consumismo sembra sull’orlo di mutare in una brutta forma di fascismo suburbano. Richard si trova implicato in un piccolo gruppo di cospiratori decisi a fermare il fenomeno prima che si espanda. Ma come pubblicitario viene anche attratto dal potere del Metro-Centre e di come ha rinfrescato e ricaricato gli abitanti del sobborgo. Forse questo nuovo fascismo emerso dal consumismo è ciò di cui ha bisogno l’Inghilterra per rivitalizzarsi. La gente è annoiata dalla propria vita e ha bisogno di andare oltre il consumismo verso un mondo più vitale e drammatico. Club di tifosi marciano per le strade, sbandierando le loro bandiere e simboli, aspettando un nuovo leader che li guidi verso la terra promessa. Il leader non tarda ad arrivare e in maniera inaspettata. […]

(Questa è la descrizione, tratta direttamente dal sito di Feltrinelli, di Regno a venireKingdom come, nella versione originale – romanzo pubblicato nel 2006 dal grande scrittore britannico James Ballard, ultimo prima della sua morte.
Pare un commento scritto in questi giorni sulla situazione attuale, vero?
D’altro canto, Ballard è stato principalmente un autore di fantascienza: come a dire che è l’ennesima prova di come la realtà riesca sempre a superare la fantasia – e, quando si tratta di cose della “quotidianità”, troppo di frequente in peggio, purtroppo.)

In banca (Un… “racconto” inedito)

(È da tempo che la vorrei scrivere, un’opera umoristica “assoluta”, talmente comica da risultare pericolosa perché potrebbe far morire dal ridere chiunque la legga. Non so se ce la farò, anzi, in effetti spero di no, prima che mi accusino di strage! Però ci sto provando, la sto scrivendo: non sarà “assoluta” ma lì sto mirando, per quanto ne posso essere capace. Di seguito ne trovate un frammento. Buona lettura!)

In banca

Esco dall’ortolano e incrocio il mio amico Robezio. Mi dice che deve andare in banca, una cosa veloce, se lo accompagno poi possiamo andare a berci una birra insieme. Ok, gli dico, non ho altro da fare, lo accompagno.
Entriamo nella filiale, ci mettiamo in fila allo sportello e, dopo qualche attimo, un individuo col volto coperto da un passamontagna si fionda dentro, brandendo una pistola e urlando: «Fermi tutti! Questa è una rapina!»
Tutti i presenti restano impietriti, il terrore negli occhi. Cala un silenzio di tomba.
«Sì, avete capito bene. Questa è una rapina!» ripete il ladro.
«Aehm…» faccio io.
Ladro: «Che vuoi, tu?»
Tizio: «Veramente quella è una pistola.»
Ladro: «Uh?»
Tizio: «Sì… quella che ha in mano… si chiama pistola, non “rapina”.»
Robezio: «Uff… il tuo solito vizio di correggere le persone quando sbagliano qualche parola!»
Tizio: «Lo sai che ci tengo.»
Robezio: «Magari s’è solo confuso.»
Ladro: «Piantatela subito, voi due!»
Tizio: «Ok, ok. Ma sa, lo dico anche per lei. Ecco, guardi…» (Frugo nella borsa della spesa.)
Ladro: «Che cazzo stai facendo?»
Tizio: «Tranquillo, niente paura… un attimo che… ah, ecco qui. Questa, semmai, può essere definitiva una rapina
Robezio: «Ah, hai comprato le rape, lì dall’ortolano? A me non piacciono molto.»
Tizio: «Voglio provare a farci un risotto. Mi hanno detto che è buono, soprattutto se ci aggiungi del pecorino oppure del…»
Ladro: «Piantatela, stronzi! O vi faccio saltare le cervella!»
Robezio: «Oh, ecco, quelle mi piacciono. Saltate in padella o fritte, ancora meglio!»
Tizio: «Ma no, per carità! Mi fanno impressione, non le mangerei mai.»
Robezio: «Bah, basta cambiare il nome del piatto, nemmeno te ne accorgi.»
Tizio: «Un po’ come chiamare “rapina” una pistola, no?»
Robezio: «Ahahah, già!»
Ladro: «Bastaaaaa!!! Lo volete capire?! Questa è una rapina!»
Tizio: «Ancora? No, mi scusi… adesso le spiego meglio. Uhm… Ehi, guardate laggiù!»
Robezio: «Cosa?»
Ladro: «Eh?!»
(Sfluff!)
Tizio: «Ecco qui!»
Ladro: «Ehi! Ridammi subito il mio portafoglio!»
Tizio: «Appunto. Questa è una rapina.»
Ladro: «Bastardo d’un ladro!»
Tizio: «Uh-oh, senti chi parla!»
Robezio: «Comunque sarebbe più un furto con destrezza, che una “rapina”.»
Tizio: «Ah, e poi sarei io quello col vizio di correggere gli altri?»
Ladro: «Ora basta! Mi sono stufato di voi! Per chi m’avete preso, per un pivello del crimine? Ho fatto colpi sensazionali, io. Spazzolando un sacco di soldi.»
Da dietro lo sportello spunta un tipo in doppiopetto, grassottello, che con fare servile e giungendo le mani come se pregasse dice: «Aaah, be’, ma se la mettiamo così… mi perdoni, signore, in qualità di direttore di questa filiale le potrei proporre la custodia delle sue ingenti sostanze presso la nostra banca, a condizioni assolutamente vantaggiose.»
Tizio: «Per carità! Mi ascolti…» sussurro al ladro, «non si fidi dei banchieri, questi sì che possono essere dei gran ladri!»
Ladro: «Quali condizioni, scusi?»
Direttore: «Uhm… potrei concederle l’1% sui depositi su un conto corrente con movimenti gratuiti… e, beh, al costo mensile di soli 200 Euro.»
Ladro: «Cosa?! Ma questa è una rapina!»
Robezio: «Un furto bello e buono!»
Tizio: «Visto, che le dicevo? Sono dei ladri, i banchieri.»
D’improvviso fa irruzione nella filiale un gruppo di agenti delle Forze dell’Ordine, uno dei quali intima: «Signori, restate tutti quanti fermi! Siamo stati chiamati in base alla segnalazione di una rapina in corso in questa banca… chi è il ladro?»
Ladro, Tizio, Robezio: «LUI!»
Direttore: «Uh?! Io? Ma che dite? No, aspettate… c’è un equivoco…»
Tizio: «Equivoco? No, guardi, quelle vostre condizioni sono veramente inequivocabili
Direttore: «No, aspettate… aspettate!» Gli agenti ammanettano e portano via il direttore della filiale nel mentre che, tra il sollievo generale dei presenti e nella conseguente confusa distensione, il ladro fugge via.
Tizio: «Ehi! Aspetti! Ho qui ancora il suo portafoglio!»
Robezio: «Gli hai fregato il portafoglio? Sei un ladro!»
Tizio: «Io? Che vuoi da me? Era solo una dimostrazione del significato di… di come… bah, lascia stare. Forza, andiamo a consegnare il portafoglio alla Polizia. Anzi, un attimo… e quello che dovevi fare qui?»
Robezio: «Mmm… fa nulla. Credo che cambierò banca.»
Tizio: «Ah, ok. Ti capisco. Magari cambi pure idea sulle rape.»
Robezio: «E tu sulle cervella fritte.»
Tizio: «Sticazzi! Mi fanno schifo, inesorabilmente.»
Robezio: «Tsk, non capisci nulla.»
Tizio: «Mappiantala!»

Il formalismo nell’etica (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): è un racconto, il seguente, al momento ancora inedito, che tuttavia farà presto parte di una raccolta molto – e dico moooooolto – particolare di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e può essere che a breve ne saprete di più. Per intanto… buona lettura!)

L’uomo cammina verso casa intabarrato nello scuro impermeabile, lo sguardo sul marciapiede, la ventiquattrore nella mano destra, la sinistra nella tasca. E’ tardi, la riunione in ufficio si è protratta più del previsto – per fortuna è riuscito a prendere l’ultimo bus – e fa freddo; la bruma autunnale avvolge il viale che si insinua tra i palazzoni di periferia punteggiati di macchie luminose.
D’un tratto il suo sguardo viene attratto da un libro, lì sul marciapiede; probabilmente qualcuno l’ha perso, egli pensa. Lo raccoglie, guarda la copertina: Max Scheler, Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori. Un libro di filosofia, e pure di quella piuttosto ostica, suppone. Lo sfoglia un attimo, nota sulle pagine diverse sottolineature e appunti. Riprende a camminare verso casa col libro aperto tra le mani, pensando ancora che una tale lettura non possa che essere per qualche persona parecchio colta, e cerca di immaginarsi chi, tra i vicini, possa esserne il potenziale proprietario. In verità, così su due piedi non gli viene in mente nessuno.
Giunge all’angolo tra il viale e una strada secondaria, e qui il suo sguardo è invece attratto da una forte luminosità blu, inequivocabile. Tre auto della Polizia sono ferme sulla strada, gli agenti stanno procedendo a portare via alcune prostitute, non senza focose resistenze e scurrilità varie. L’uomo si ferma un attimo a osservare, il tutto avviene a pochi metri da lui. D’improvviso una delle prostitute, tenuta a braccio da due agenti che la spingono verso le volanti, gli punta gli occhi addosso. Indossa una voluminosa pelliccia e un paio di sandali argentati, per il resto si direbbe nuda.
“Ehi! Stronzo! Quello è il mio libro!” si mette a urlare con foga. “Ridammi il mio libro, ladro bastardo!” L’uomo non sa che fare.
Un agente lo guarda, poi lascia il gruppo e gli si avvicina.
“Lei… senta. Conosce quella donna, lei?” gli chiede.
“Io? N-no, assolutamente no!”
“E perché allora ha in mano un suo libro?” Dietro, la prostituta continua a reclamare coloritamente il volume.
“Beh, io… l’ho appena trovato, lì sul marciapiede del viale… era in terra.”
L’agente squadra l’uomo, poi osserva il libro, poi la donna.
“Beh, mi dia i suoi documenti, e venga un attimo alla volante.”
“Ma… scusi, io stavo solo passando sul viale e…”
“Venga, forza!” Lo sguardo dell’agente è eloquente; l’uomo, mestamente, si avvicina alla volante, il libro ancora tra le mani, la copertina fredda.

E se i migliori “alleati” dell’ISIS fossimo proprio noi?

Qualche giorno fa è successo un episodio che, personalmente, trovo assai interessante e significativo, mentre i nostri media lo hanno considerato molto meno tale e sostanzialmente ignorato, ovvero non analizzato come poteva meritare.

Lo scorso 17 giugno una giovane agente della polizia israeliana è stata uccisa in un attentato compiuto da un commando di tre terroristi a Gerusalemme. Dopo qualche ora, in base al solito copione ormai ben noto anche in Europa, l’ISIS ha rivendicato l’azione, affermando che è stata compiuta da tre suoi “soldati”; tuttavia, dopo un’altra manciata di ore, Hamas ha smentito l’ISIS e rivendicato l’attentato come roba sua. «Le affermazioni dell’ISIS sono un tentativo di confondere le acque. L’attacco è stato condotto da due palestinesi del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina e un membro della nostra organizzazione» ha dichiarato un portavoce di Hamas, corroborato poi da analoghe conferme del citato Fronte.

Bene, ora: è cosa ormai storicamente risaputa che la nostra società si poggia su meccanismi ideologici e politici alquanto manichei, per reggere i quali c’è sempre bisogno di una parte buona e di una controparte cattiva. Quest’ultima, col tempo, è stata sempre più “simbolicizzata” e “dematerializzata” al fine di andare il più possibile oltre la sua effettiva consistenza e creare l’effigie di un “nemico” che fosse il più possibile pauroso e agghiacciante. Basta pensare a ciò che ha rappresentato per buona parte del secondo Novecento il comunismo di stampo sovietico – e, di contro, dell’imperialismo a guida americana -, oppure, più recentemente, Al Qaeda e ora, appunto, l’ISIS. “Nemici” terrificanti tanto quanto assolutamente funzionali ai sistemi di potere del nostro mondo occidentale, grazie ai quali giustificare azioni straordinarie – guerre, relativi stanziamenti economici, stati di emergenza, legislazioni particolari, restrizioni delle libertà personali, eccetera – inesorabilmente sostenute da battage mediatici a dir poco martellanti con cui convincere i cittadini della pericolosità di quei nemici nonché la conseguente paura: una “strategia” che venne in qualche modo “istituzionalizzata” dalle presidenze USA di George W. Bush post 11 settembre 2001. Strategia invero estremamente semplice: più la gente comune ha paura, più chiede alle autorità di essere protetta, quindi più è portata ad accettare e giustificare azioni straordinarie per la sua (presunta) protezione – o, meglio, al fine di sentirsi protetta: in fondo, paradossalmente, pure qui non conta più la realtà effettiva delle cose ma la sua immagine percepita (e funzionalmente costruita).

Con l’ascesa nella considerazione delle cronache quotidiane dell’ISIS, questo modus operandi mediatico è divenuto ancora più evidente. Sia chiaro, a scanso di qualsiasi equivoco: non è in discussione la pericolosità dei terroristi che si rifanno al sedicente stato islamico e la necessità di eliminare tale fenomeno estremistico di stampo integralista al più presto e in modo assai drastico. Tuttavia ho da tempo l’impressione che l’azione dei media, e la loro tambureggiante diffusione dell’effigie-ISIS quale “male assoluto” di cui non si può non avere paura, abbia alla fine ottenuto un effetto contrario rispetto a quello fatto credere, ovvero l’ingigantimento del “fenomeno ISIS” ben più della sua portata effettiva. Il che ha peraltro fornito una propaganda ai miliziani del sedicente stato islamico tanto insperata quanto comoda: basta fomentare qualche povero idiota che forse fino a qualche giorno prima nemmeno sapeva cosa fosse realmente, l’ISIS, mandarlo al massacro (suo e di tanti poveri innocenti) e poi diffondere una bella rivendicazione, subito ripresa e diffusa con il massimo clamore dai media – nemmeno fossero agenzie di stampa sussidiarie dell’organizzazione terroristica, dacché loro malgrado così si riducono a essere. C’è un esercito di terroristi in azione? Non esattamente: c’è, nella maggior parte dei casi, una banda di disperati senza nulla da perdere a cui i media offrono una buona scusa per uscire di testa del tutto, e un manipolo di folli a cui basta scrivere una mail con una bandiera nera nell’intestazione per ottenere risultati che altrimenti non potrebbe mai conseguire, “appoggiata” in ciò da media e politici che sulle fobie diffuse poggiano la propria propaganda, Bush Jr. docet . Il tutto senza tuttavia fornire uno straccio di soluzione alla questione, badate bene, e per di più intralciando non poco il lavoro di forze dell’ordine e intelligence impegnati nelle indagini e nelle azioni preventive.

Voglio porvi qualche provocatoria domanda, a tal punto: ma – al di là del sedicente califfato piazzatosi tra Siria e Iraq (nato poi chissà per quali oscuri motivi) e ormai sconfitto – l’ISIS esiste veramente? E i “terroristi” che agiscono in Occidente sono veramente suoi “miliziani”? Inoltre: e se buona parte della portata e della fama del fenomeno ISIS fosse generata da una “informazione” del tutto sbagliata da parte dei media e dalla propaganda dei politici – sia quelli che si vogliono far eleggere spacciandosi come “difensori” della nostra società, sia da quelli già eletti che con la buona scusa della “guerra al terrorismo” possono permettersi iniziative amministrative e legislative altrimenti ingiustificabili? Ovvero: e se di ISIS si parlasse molto meno, con toni meno urlati e con maggiore cognizione di causa, eliminando così la sua arma in fondo più importante cioè quella del terrore diffuso?

Per una significativa coincidenza (ma forse non così tale, in effetti), ieri anche Carlo Rovelli ha scritto un articolo sul tema pubblicato dal Corriere della Sera che in buona sostanza afferma ciò che ho scritto lì sopra.
In particolare Rovelli dice:

La realtà non è che politici, giornali e televisioni dedichino grande spazio al terrorismo perché questo ci inquieta personalmente; è il contrario: sentiamo il terrorismo toccarci personalmente perché politici e media gli dedicano estrema attenzione. In fondo, i morti per terrorismo sono notizia non perché siano comuni, ma perché sono rari. Dove i morti sono tanti, non fanno più notizia. Il risultato è paradossale: molti di noi hanno paura ad andare a Parigi perché temono una bomba, quando in Francia finiscono all’ospedale per lesioni gravi moltissime più persone morse da grossi cani che per bombe. Abbiamo paura ad andare a Londra temendo attentati, senza renderci conto che per un europeo a Londra il rischio di essere investito per aver guardato dalla parte sbagliata attraversando la strada è enormemente maggiore del rischio di trovarsi in un attentato. Ci sono stati negli ultimi anni mediamente dieci volte più morti per incidenti stradali che per terrorismo, a Londra. Questa diffusa percezione così esageratamente distorta del pericolo indica, io credo, che qualcosa nella comunicazione non è corretto. Finisce per fare danni anche la sola paura, come è successo a Torino. Credo allora che esista una ricetta semplice per sconfiggere il terrorismo: smorzare la parossistica reazione che gli accordiamo.

E aggiunge poco più avanti:

Vorrei che le persone ragionevoli sapessero vedere questo gioco di tanti politici, e sapessero dare fiducia invece ai politici seri che sanno pensare al bene comune e non usano paroloni sul terrorismo per farsi belli. Dichiarazioni altisonanti che la nostra intera civiltà è sotto attacco, che noi non cederemo, che non ci faremo piegare, e simili, non significano nulla, se non dare immenso peso politico a dei piccoli assassini.

Ecco, proprio così. Come Rovelli, anch’io dico che non bisogna affatto sottovalutare la questione ISIS/terrorismo e anzi, ripeto, risolverla drasticamente, ma non dobbiamo nemmeno fornire adeguati strumenti alla sua propaganda e una sostanziale bieca alleanza mediatico-politica! Inoltre, anche a me piacerebbe molto che la stessa urlata enfasi con cui i media parlano di ISIS venisse adoperata per fenomeni che, a me personalmente, fanno pure più paura nel principio, come la questione femminicidi, per dirne una. Che è un’altra cosa, lo so bene, ma che alla fine provoca lo stesso terribile risultato, la morte di persone innocenti. Una morte – tante morti, ahinoi – che, a quanto pare, non è funzionale a nessuna ideologia populista ovvero ad alcuna propaganda elettorale.

P.S.: in fondo, già nel novembre 2015 il magazine Controverso sosteneva cose simili a quanto avete letto fino a questo punto – o meglio, le sosteneva citando un illuminante testo di Waleed Ali, giornalista e presentatore televisivo australiano del canale Network Ten. QUI trovate tale articolo, significativamente intitolato “ISIS è debole”, da leggere e meditare senza alcun dubbio.