Sul razzismo, a margine

[Foto di Melk Hagelslag da Pixabay.]
A margine delle varie discussioni in corso negli ultimi giorni sull’inginocchiarsi o meno per qualcosa o qualcos’altro, è bene ricordare che il razzismo non solo è un fenomeno sociale la cui manifestazione, anche più che discriminare altri individui, discrimina ovvero identifica perfettamente quali siano quelli più idioti, nella società suddetta, ma pure che è sostanzialmente basato sul nulla, dato che il presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente “superiori” e di altre “inferiori” è assolutamente arbitrario, preconcetto e scientificamente errato. Un’idiozia totale, insomma, che solo dei perfetti idioti potrebbero sostenere e manifestare, appunto.

Ma esiste, in verità, una forma di “razzismo” (inteso come fenomeno discriminatorio) sostenibile e, anzi, auspicabile: quello contro i razzisti. Se fossimo tutti quanti “razzisti”, noi confronti dei razzisti, vivremmo in un mondo molto migliore, meno ipocrita e più avanzato. Poco ma sicuro.

 

 

La bandiera italiana e il Metternich

Ecco, queste iniziative io le trovo di una tristezza infinita e al contempo assai emblematica.

Si riduce la bandiera italiana a mero stendardo da tifosi (nonché a gadget commerciale) e di contro rimarca – indirettamente ma palesemente – l’assenza di un autentico sentimento culturale di appartenenza nazionale, visto che certifica che solo concrete “banalità” (in senso culturale, ribadisco) come la squadra nazionale di calcio riesce a “tenere insieme” la nazione. In un paese ricolmo di potenziali marcatori referenziali identitari di gran pregio come pochi altri al mondo, per giunta!

Comunque al riguardo non ci sarebbe nulla di male, se poi la consapevolezza identitaria nazionale – quale elemento culturale e antropologico, sia chiaro, mica altro di totalmente antitetico a ciò e sostanzialmente (ovvero “sovranisticamente”) indegno – sapesse manifestarsi in altri modi di maggior spessore e minor vacuità.

Ma, ribadisco, disse già tutto il buon vecchio Metternich più di 150 anni fa, già.

Il calcio preso (mortalmente) a calci

Mi pare di nuovo assolutamente chiaro perché il gioco del calcio si chiami così, qui, e non “football” o qualche derivato da tale termine originario, come avviene quasi ovunque nel resto del mondo. Giammai per un retaggio dal calcio storico fiorentino, ma perché il football è – anzi, era un gioco sportivo bellissimo che è stato ormai ucciso a calci da tutto quanto gli si è costruito intorno e sopra: dai giri di denaro a dir poco vergognosi quando non oscurissimi allo pseudo-giornalismo di più che infimo livello, fino al tifo violento e criminale per il quale si odia il tifoso avversario, ci si esercita nel più bieco razzismo, addirittura si uccide in nome di una squadra, il tutto con la silente tolleranza di club e istituzioni. Per tornare poi l’indomani a dire le solite scempiaggini retoriche e luogocomunistiche, del tipo: «Sì, ma il calcio è lo sporto più bello del mondo!», dettate da quella terribile stortura che, dagli anni ’60 in poi, ha trasformato il football da bellissimo gioco – e ribadisco, gioco – a questione sociopolitica, ovvero contemporanea (e degradata) versione del panem et circenses d’epoca romana.

Il “calcio”, già.

Vi fu un tempo in cui un grande del Novecento, Albert Camus, disse: «Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio». Ma è passato più di mezzo secolo da allora, e pure quel tempo di trepidante gioia che una partita sapeva suscitare è stato preso a calci, temo in modo letale. Chissà se oggi Camus, a fronte di fatti come quello di Milano – al quale si riferisce l’immagine qui sopra – e di tanti altri simili, scriverebbe la stessa cosa.

Valori (?!)

Valori. Più o meno “occidentali”, “cristiani” o “laici”, “civili”, “civici” o quant’altro, da “difendere”, “preservare”, “salvaguardare”, a volte “imporre”… quante volte oggi, sui media, sentiamo o leggiamo questo termine – usualmente declinato al plurale, appunto: “valori”, vero?
Già, ma poi, in fin della fiera: “valori” cosa?

[…] gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno “l’obbligo” di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso “di stabilirsi” ben sapendo che “sono diversi” dai loro e «non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante». Di quali valori stiamo parlando? Quelli della società occidentale? In Gran Bretagna, che anche dopo la Brexit credo rimanga occidentale, il kirpan è ammesso. Il velo è proibito nei luoghi pubblici in Francia, ma non in altri paesi occidentali. Per i paladini nostrani dell’abolizione del velo, questa peraltro varrebbe solo per le donne islamiche, non per le suore o le fedeli ortodosse. Proibire di circolare armati è senza dubbio giusto, meno armi, meno pericoli, però stride con lo spirito della legge appena approvata in Parlamento sulla legittima difesa. […] La convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere». Parole condivisibili, ma qual è il nucleo comune? Quali i valori di riferimento? Sono comuni a tutti coloro che includiamo nel “noi”? In altri termini, siamo davvero un “integro” tale da considerarci una unità coerente?

(Marco Aime, Valori occidentali?, su Doppiozero, 18 maggio 2018.)

Ho tratto il passo sopra pubblicato da un ottimo articolo al riguardo di Aime, certamente non risolutivo ma assai utile a suscitare una quanto mai necessaria riflessione intorno al tema – che dunque vi invito caldamente a leggere cliccando qui. Perché prima di usare il (e sovente abusare del) termine “valori” nonché discettare al riguardo, sarebbe finalmente il caso di stabilire e fissare alcuni fondamentali punti fermi: cosa dobbiamo intendere per “valori”, e cosa non? Come vogliamo fruire del senso e del significato filosofico/sociologico principale del termine, in seno al nostro mondo quotidiano e alla società nella quale viviamo? Quanta relativa coerenza possiamo stabilire di associarvi, e quale livello di ipocrisia decidiamo di non accettare?
Ma ancor prima e ancor più, forse: se i “valori” vanno condivisi e per ciò difesi, quanto siamo realmente pronti a condividerli? E quanto, nel caso, a rimetterli in discussione, al di là di qualsiasi vetero-ideologia?
Se fossero tali questioni, in verità, i primi e i più importanti dei valori, molto prima di tutto il resto?

Giulio Frigo, quando la pittura è “still (in) life”

Giulio_Frigo_Partita_a _scacchi_sospesa
Da ormai un certo tempo tendo a dare ragione a quegli amici e conoscenti operanti nel settore dell’arte i quali ritengono che la pittura sia sostanzialmente morta. Sia chiaro, la loro è solo un’opinione personale e non una sentenza, ma da semplice appassionato di arte contemporanea, se non ho certo titoli e autorità per poter a mia volta sostenere un’affermazione del genere, mi rendo comunque conto che indubbiamente, tra le arti figurative in uso oggi, la pittura è quella che se la passa peggio. Di opere veramente interessanti in giro ne vedo proprio poche, e quelle che sanno svelare a chi le ammira qualcosa di “nuovo”, o almeno di insolito, sono rare quasi più che quadrifogli nel deserto.
Altrettanto indubbiamente, però, se negli ultimi tempi c’è qualcuno le cui opere pittoriche mi hanno parecchio colpito, questi è Giulio Frigo. Partita a scacchi sospesa, ad esempio, forse l’opera più significativa della produzione recente dell’artista vicentino (non a caso è anche quella più visibile sui media, quale suo “biglietto da visita”, e mi ci metto anch’io, come vedete qui sopra), la trovo assolutamente potente e intrigante. Onirica, minimale eppure ricca di dettagli profondi, surreale al punto da risultare quasi misteriosa, dal tratto contemporaneo eppure autorevole come certa grande pittura di decenni fa (e infatti è lo stesso Frigo a rivendicare il classico come impulso fondamentale per la sua arte), sembra il fermo immagine di un transito spazio-temporale, una distorsione che si intuisce non essere soltanto limitata alle/nelle quattro mura ritratte e legata in qualche enigmatico modo alla scacchiera sospesa sul tavolo, dalla quale la stessa austera figura centrale pare fuoriuscire: una sorta di re perplesso che tenti di fuggire da un inevitabile scacco matto sospendendo il tempo, l’azione, la vita stessa, eppure conscio che, probabilmente, da certe sorti inesorabili non si possa invero mai fuggire. Bellissimo anche per questo il confronto, e il conseguente “stacco” visivo, con le due figure sullo sfondo, che sembrano far parte dello scarno arredamento della stanza, quasi evanescenti, come già rapite nella suddetta distorsione spazio-temporale e in attesa dell’uomo in tight, della sua prossima mossa, probabilmente l’ultima.
Il tutto mi induce una vivida sensazione di maestosità. La trovo un’opera – e in senso lato un’arte pittorica, dacché altri lavori di Frigo sono certamente parimenti significativi – evocativa come poche altre, oggi, ammaliante tanto quanto complessa, di fronte alla quale chi l’ammira avrà la sensazione di osservare una porta (anche dimensionale, lo ribadisco) che chiede, anzi, impone di essere aperta per constatare cosa ci sia oltre.
Molti artisti (ovvero presunti tali) la pittura la stanno uccidendo, non c’è dubbio; fortunatamente ce n’è ancora qualcuno, Giulio Frigo in primis, grazie ai quali la pittura è ancora viva, o Still (in) life… – per citare il titolo di un’altra opera dell’artista vicentino, del 2007, (fotografica però). Sì, perché Frigo non è solo pittore ma anche molto altro, e per saperne di più si di lui e le sue opere potete visitare il sito web della galleria Francesca Minini, con la quale lavora.
Dunque, non solo still in life, ma anzi: long life to (his) paintings!