Gianni Brera, 100 anni

Domani, 8 settembre, sono cent’anni dalla nascita di Gianni Brera. Uno dei più grandi autori letterari tout court italiani contemporanei: intellettuale sagacissimo, raffinato giornalista (di sport e non solo, guai a ricordarlo in questa troppo sommaria maniera!), intrigante scrittore, sublime fantasista della lingua italiana, coltissimo conversatore di cose padane.

Il mio vero nome è Giovanni Luigi Brera. Sono nato l’8 settembre 1919 a San Zenone Po, in provincia di Pavia, e cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti […] Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po.

diceva di sé, e con pienissimi titoli. Proprio a tal riguardo, della sua presenza in TV ho un ricordo adolescenziale parecchio bello, quando al lunedì sera, su un canale privato di ambito regionale, commentava le partite di calcio della domenica precedente rispondendo in diretta alle domande degli appassionati che telefonavano alla trasmissione. Già allora il calcio mi interessava assai poco, ma restavo affascinato da come bastasse che il tifoso di turno, introducendo la propria telefonata, dicesse da dove chiamasse (generalmente dal territorio lombardo), e questo faceva da pretesto a Brera per cominciare a raccontare storie, aneddoti, ricordi, curiosità e quant’altro sui luoghi nominati; solo alla fine di queste intriganti e divertenti narrazioni finiva a discorrere di calcio. Ad ogni telefonata, in pratica, era come partire per un viaggio lungo le strade di Lombardia attraverso paesi e contrade, valli montane e pianure padane, sulla riva di fiumi, torrenti, navigli, canali, accanto a personaggi storici e non, più o meno celebri, nonché percorrendo culture e saperi locali che d’altronde egli conosceva benissimo, avendone di frequente scritto con grande profondità.

In età più adulta mi sono reso conto che quelle sue estemporanee narrazioni geografiche lombarde, che buttava lì ai suoi telespettatori-tifosi come fossero citazioni a memoria di diari di viaggio, personali oppure no ma sempre profondamente vividi, dunque intensamente letterari (ancorché narrati a voce) hanno certamente contribuito alla maturazione della mia sensibilità verso i territori, i luoghi, i paesaggi, le geografie naturali tanto quanto umane. Ciascuno di quei suoi mini-viaggi narrati su e giù per la Lombardia, così rapidi in quel contesto televisivo ma al contempo tanto sagaci e dettagliati, mi hanno aiutato a costruito elemento dopo elemento la personale mappa geografica, quella dai quali riferimenti sono poi partito per ampliarne i limiti, gli orizzonti, il dettaglio, per acuirne la finezza e la precisione e farne uno strumento indispensabile per la relazione con il mondo che ho intorno.

Ecco. Per dire quanto quella gran mente padana raffinata di Brera sia stata importante, ben oltre i suoi pur preziosi e insuperabili scritti, e quanto il suo retaggio al riguardo resti tanto intenso quanto inesauribile, per chiunque ne voglia fruire. Così dopo 100 anni come sarà sempre, nel futuro.

Appena oltre il Lambro ritrovi la dolce Bassa natìa con un brivido lungo e impensato. La strada è ampia, a duplice corsia. Patetiche braide – i cassînn – sopravvivono in un paesaggio che ancora le capisce, cioè le comprende e le contiene. Tuttavia se ne stanno umili e pudiche in disparte, e proprio dal loro intonaco dimesso intuisci il miracolo imminente. Ecco infatti, oltre la curva, un rosseggiare improvviso di case non altere ma nobili, e così improvvidamente intonate con il tradizionale mattone lombardo che le prospettive scandinave della nuova città non ti allarmano per nulla.

P.S.: parallelamente con questo mio ricordo “alternativo”, ho scelto di celebrare Gianni Brera non con una sua solita immagine ma con la fotografia di una delle sue macchine da scrivere, la Olivetti Lettera 62 conservata al Museo del Calcio di Coverciano. In fondo è grazie ad esse se io e altri possiamo leggere i suoi fenomenali testi e rimarcare la grandezza dell’autore: in tal senso è più celebrativa un’immagine del genere, dunque, che tante altre.

P.S.#2: qui invece trovate tutti gli articoli che nel blog ho dedicato a Brera, incluse le personali “recensioni” ai suoi romanzi.

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Ché se tu fiderai nelli italiani…

Ché se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusione.

(Gianni Brera, del quale domenica si celebrano i 100 anni dalla nascita: ne scriverò al proposito sabato, qui sul blog. La citazione suddetta – col cui senso pur sarcastico (?) mi trovo purtroppo assai concorde – è tratta da qui; per saperne di più al riguardo, date un occhio qui, in fondo.)

Un tormentone dell’estate?

Incidentalmente, ho sentito su una radio commerciale il singolo del gruppo pop italiano “Thegiornalisti” (?!) che, leggo, sarebbe uno dei “tormentoni” dell’estate in corso.

Be’, con tutto il rispetto per chiunque, una scena musicale, ancorché pop (il che non è affatto sinonimo di bassa qualità o di banale nazional-popolarità – all’estero, intendo dire), che elegga a “band di rilievo” e imponga il successo dei relativi brani di un gruppo del genere, è un po’ come una comunità di recupero dalla tossicodipendenza che avesse eletto a suo testimonial il Maradona* dei tempi di Napoli.

Con la differenza che Maradona fu uno dei più grandi calciatori di sempre, nonostante tutto.
Ecco.

*: per restare in tema, già.

Guillermo Mordillo, 1932-2019

Mordillo era geniale. Punto.

Non serve dire molto altro, se non che con la sua dipartita ora di certo andrà a far divertire altri mondi e altre dimensioni come ha fatto divertire noi, quaggiù, in modo più unico che raro. Anche in questi tristi momenti, scorrendo le immagini delle sue strisce che si trovano sul web e ridendo, per quanto sono divertenti: è questo il suo regalo più bello per noi, ed è un dono che non ha tempo ne fine.

(Clic)

Il calcio preso (mortalmente) a calci

Mi pare di nuovo assolutamente chiaro perché il gioco del calcio si chiami così, qui, e non “football” o qualche derivato da tale termine originario, come avviene quasi ovunque nel resto del mondo. Giammai per un retaggio dal calcio storico fiorentino, ma perché il football è – anzi, era un gioco sportivo bellissimo che è stato ormai ucciso a calci da tutto quanto gli si è costruito intorno e sopra: dai giri di denaro a dir poco vergognosi quando non oscurissimi allo pseudo-giornalismo di più che infimo livello, fino al tifo violento e criminale per il quale si odia il tifoso avversario, ci si esercita nel più bieco razzismo, addirittura si uccide in nome di una squadra, il tutto con la silente tolleranza di club e istituzioni. Per tornare poi l’indomani a dire le solite scempiaggini retoriche e luogocomunistiche, del tipo: «Sì, ma il calcio è lo sporto più bello del mondo!», dettate da quella terribile stortura che, dagli anni ’60 in poi, ha trasformato il football da bellissimo gioco – e ribadisco, gioco – a questione sociopolitica, ovvero contemporanea (e degradata) versione del panem et circenses d’epoca romana.

Il “calcio”, già.

Vi fu un tempo in cui un grande del Novecento, Albert Camus, disse: «Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio». Ma è passato più di mezzo secolo da allora, e pure quel tempo di trepidante gioia che una partita sapeva suscitare è stato preso a calci, temo in modo letale. Chissà se oggi Camus, a fronte di fatti come quello di Milano – al quale si riferisce l’immagine qui sopra – e di tanti altri simili, scriverebbe la stessa cosa.