La sapienza al rogo

[Il monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori a Roma. Foto di Benjamin Dahlhoff, opera propria, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]

[…] Non è la tragica conclusione della vicenda umana di Bruno il significato dell’anniversario, quanto l’inizio della catastrofe. Nel 1633, trent’anni dopo il rogo di Bruno, l’esito del processo a Galileo, lo scienziato più famoso d’Europa, sancisce la fine del pensiero scientifico in Italia. […] L’odio per la scienza, per il ragionamento che aborre la metafisica e valida le ipotesi attraverso verifica sperimentale, hanno origine in quegli anni. Odio furibondo che condanna il nostro paese al disprezzo del pensiero scientifico nel così detto “comune sentire” nonostante la straordinarietà dei risultati ottenuti dai fisici di scuola italiana. Disprezzo che prosegue nei secoli sancito dalla sciagurata riforma Croce-Gentile. Ovvero: fatichi in matematica? Fattene un vanto.
Avremmo forse potuto. Forse. Ma cosa? Nell’anniversario di Piazza dei Fiori facciamo della fantascienza. Ancora alla metà del Seicento la comunità scientifica europea (e più in generale le persone colte) dialogano in latino, “l’inglese internazionale” dell’epoca, come testimoniano i “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” capolavoro di Isaac Newton pubblicato nel 1687. Pur litigiosi come scimmie di Benares, lontanissimi dall’idea di stato unitario mentre altri già lo erano, avremmo potuto essere il felice paese della bellezza e della sapienza. Bologna è la più antica università del mondo, e anche Padova, Napoli e Siena hanno i loro anni. Lo studio il sapere, la libertà di ricerca, insieme al paesaggio, all’arte classica, al buon cibo, al sole e mandolino… Purtroppo santa romana chiesa fu di diverso avviso. E così, anno dopo anno, declinammo sino all’insignificanza.

Sono alcuni passaggi, questi, di un prezioso articolo di Giuseppe Ravera pubblicato ieri nel suo blog “Le Nuove Madeleine” (dal quale traggo di frequente contenuti sempre interessanti), in occasione dell’anniversario della morte di Giordano Bruno, il 17 febbraio di quattrocentoventuno anni fa.

Articolo prezioso dacché capace di offrire, con parole forti, chiare e illuminanti, alcune riflessioni sulle quali mi trovo totalmente d’accordo e che non parlano d’una vicenda (o di vicende) di quattro secoli fa ma dell’oggi, del tempo presente, di un paese (l’Italia, sì) che veramente da allora, come sostiene Ravera, ha mandato al rogo non solo scienziati, filosofi, intellettuali, liberi pensatori e quante altre figure extra-ordinarie ma pure, e in modo crescente fino ai giorni nostri, il proprio buon futuro.

E coloro che oggi sono qui a chiedersi «ma come mai?» oppure a sostenere «ci pensiamo noi!» sono proprio gli eredi di quelli che se ne stavano compiaciuti da parte ai secolari roghi di santa romana chiesa a godere del “bel” tepore effuso. Già.

Difendere e osteggiare

Difendere la libertà di fede significa difendere la libertà di opinione e quella di satira e qualsiasi altra libertà che non ne leda altre: questa è la laicità civica.

Per tale semplicissimo tanto quanto basilare motivo, certe figure politiche come l’attuale presidente turco non possono essere difese ovvero non possono che essere osteggiate da qualsiasi individuo libero, esse, le loro pseudo-istituzioni e le malsane, pericolose idee di potere che propugnano. Sempre, e al di là di qualsivoglia circostanza particolare.

I sovra(stali)nisti

[Immagine tratta da qui.]

Noterella politicoide, dal basso (“alto” sarebbe troppo, non sono così sbruffone) della mie più assolute libertà e indipendenza di pensiero: a me pare che questi sovranisti, suprematisti e figuri affini che s’atteggiano a rappresentanti duri-e-puri della “destra” politica un po’ ovunque, non solo a Sud delle Alpi, spostandone apparentemente il baricentro verso l’estremo limite ideologico, in realtà assomiglino sempre di più ai comunisti del secondo Novecento, quelli totalmente, ciecamente votati alla (non)causa sovietica senza nemmeno conoscerla e che pendevano dalle labbra dei vari segretari del PCUS o degli alti dignitari analoghi, esprimendosi a meri slogan, rivendicando diritti e verità del tutto retoriche e basate sul nulla, credendosi portatori del verbo ideologico-politico perfetto e indiscutibile senza nemmeno lontanamente concepirne e comprenderne la nocività non solo verso il mondo ma, in primis, verso loro stessi. Non sono affatto “destra” come dicono, ovvero, sono molto più “sinistra” che destra – proprio quella sinistra che “aborriscono” e contro le cui istanze si mostrano paladini ma, non casualmente, raccogliendo consensi proprio in quella parte di società civile da cui scaturiscono quelle istanze e che dovrebbe essere loro avversa, e ciò non solo per il sostanziale fallimento ideologico e politico della sinistra – la quale, sempre non casualmente, per certi versi è oggi molto più simile ad una compagine borghese-capitalista di destra.

E d’altro canto è ugualmente vero che ogni potere di destra o sinistra che nel corso del Novecento abbia assunto fattezze autoritarie (e ai quali di frequente i “destri” e i “sinistri” di oggi si ispirano, i primi più apertamente e platealmente) sia giunto ad assomigliarsi reciprocamente. Gli opposti si attraggono, gli estremi si toccano: sono regole che valevano una volta e valgono ancora nella politica di oggi, ciò anche perché è la politica di oggi a non essere affatto contemporanea, ovvero a rappresentare, nella sua forma dualistica classica, un’espressione ideologica del tutto superata e sostanzialmente morta (Gaber docet!).

Proprio per questo io, sulla base di quelle mie scriteriate, sovversive e assolute libertà e indipendenza di pensiero, resto sconcertato da che ancora oggi si continui con quella pantomima politica: la quale, inesorabilmente, genererà sempre estremizzazioni, da una parte e dall’altra, e un altrettanto inevitabile degrado di qualsivoglia ideale più o meno nobile che fingono di portarsi ancora appresso, dilagando invece nel deserto post-ideologico più sterile e mortale. Per cui non (mi) resta che ridere addosso a tutti quelli, sovranisti o meno, con la speranza immortale di seppellirli tutti quanti e, finalmente, assicurare alla civiltà umana un futuro politicamente più virtuoso. E più serio, pure.

L’unico “razzismo” necessario

Le idee, le parole, le azioni dei razzisti rappresentano sempre di più la migliore giustificazione per l’unico “razzismo” veramente necessario e inderogabile: quello contro loro stessi.
Inderogabile tanto quanto intransigente: una delle azioni più autenticamente democratiche che si possano mettere in pratica, almeno finché la giustizia faccia – dacché deve fare – il suo corso a sua volta nel modo più intransigente e duro, per non rischiare di poter essere considerata complice di quel male.

Gli sfortunati

Bisogna ammettere che l’ItaGlia si dà un gran daffare per risultare sempre nelle “prime” posizioni delle classifiche sul benessere sociale e sul livello culturale diffuso. Solo che, per chissà quale cronico difetto visivo oppure percettivo, non so, ma quelle classifiche le considera regolarmente… al contrario, già.

Ecco dunque che nella graduatoria globale redatta dall’OCSE (OECD in inglese) sull’accettazione delle persone LGBT – mera accettazione, sia chiaro, non concessione di diritti civili e affini, che è un’altra questione – l’ItaGlia è l’unico paese insieme alla Grecia che negli ultimi 35 anni al riguardo è regredita peggiorando il proprio indice relativo (e comunque la Grecia resta a un livello più alto di quello itaGliano.) Persino l’Ungheria del bieco autocrate Orban è avanzata in graduatoria o l’ultracattolica Polonia, addirittura pure la Turchia teocratizzata da Erdogan di poco ma è migliorata.

Inoltre, come qualcuno fa notare, nei primi posti della graduatoria vi sono praticamente tutti i paesi a maggior tasso di benessere complessivo del mondo, rimarcando ciò come certi indicatori socio-culturali risultino ben più correlati a quelli economici e politici di quanto si possa pensare – nel bene e parimenti nel male, appunto.

Ecco.

Be’, care persone LGBT, mi viene da considerare quanto siate sfortunate a nascere o a risiedere in ItaGlia, pur nell’anno 2020 che non mi pare sia includibile nel cosiddetto “Medioevo” – ma forse ciò vale solo cronologicamente e senza poi contare che il Medioevo fu per certi aspetti un periodo niente affatto così oscuro. D’altro canto, mi viene pure da dirvi che siete in buona e assai folta compagnia, perché ugualmente sfortunate, in forme diverse ma simili sostanze, sono tutte le persone dotato di raziocinio, senso civico, pensiero libero e onestà intellettuale, a nascere e risiedere in ItaGlia. Già.

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