Gli estoni e i russi

[Una tipica foresta estone. Foto di Sirje Sinisoo da Unsplash.]

Quasi subito, da quando sono giunto in città e per la volontà di sapere il più possibile di questo posto al fine (o per illudermi) di trarne possibili potenziali indizi per la mia ricerca, mi sono fatto incuriosire dal rapporto esistente oggi tra estoni e russi. Perché al di là di quanto avessi o abbia finora letto al proposito, o della sentita narrazione della vicenda dei Metsavendlus regalatami da Maarja oppure di ciò che la storia della città, dei suoi palazzi e delle vie presentino agli occhi e alla comprensione del visitatore, è evidente che su tale rapporto scorra non poca elementalità dell’anima cittadina – ed estone in generale. Si muove come su un filo teso tra due mondi assai vicini eppure parecchio dissimili, con movenze oggi soltanto un po’ più sicure e meno azzardate di appena qualche anno fa; ho letto di quanto è accaduto nel 2007, quando la decisione del governo estone di rimuovere un monumento ai caduti sovietici che durante la Seconda Guerra Mondiale combatterono qui contro le truppe naziste scatenò una vera e propria piccola guerra civile, con un morto (di etnia russa), decine di feriti, centinaia di arresti, devastazioni in città e in altre parti del paese e una crisi diplomatica con la Russia che in forme diverse ma non meno contrapposte continua ancora oggi e forse continuerà ancora a lungo. Infatti ho letto pure che l’Estonia avrebbe tutta l’intenzione di portare a termine, entro qualche anno, la costruzione di una barriera lungo l’intero confine terrestre con la Russia – un confine hi-tech, fatto non di mattoni e cemento ma di telecamere, sensori e altre diavolerie elettroniche. La scusa sarebbe quella di difendere la frontiera nord-orientale dell’Unione Europea e della NATO, ma non pochi ritengono che dietro questa iniziativa si celi l’atavico contrasto tra estoni e russi, che questi ultimi non sembrano poi tanto smorzare, viste le frequenti violazioni dello spazio aereo locale da parte di velivoli militari di Mosca, irritanti ancor più dell’ordinario, qui, visto che l’Estonia non possiede una propria aviazione.

Questo è un altro brano al quale m’è venuto da ripensare, in questi giorni, tratto dal mio libro (scritto nel 2015, tenetene conto)

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

 

 

Per la cronaca, la Metsavendlus (letteralmente “La Fratellanza della Foresta”) fu un movimento di resistenza popolare estone alla dominazione sovietica, assimilabile per certi versi alla nostra lotta partigiana, che fu attivo tra i primi anni Quaranta e gli anni Sessanta del secolo scorso. Si denominò in quel modo perché i membri del movimento si nascondevano nelle vaste e fitte (vedi l’immagine lì sopra) foreste del paese baltico, e la sua storia viene sovente citata dagli estoni contemporanei in chiave identitaria antirussa, ancor più che meramente patriottica o nazionalista, sia in riferimento a qualsiasi ipotetica e temuta azione ostile della Russia verso il territorio estone – timore quanto mai vivo, in questi ultimi tempi – sia come rivendicazione della separazione etnica netta tra la popolazione indigena e quella russa che vive nel paese. Ne parlo, nel libro, grazie al fortunato “incontro” con la citata Maarja ed è una storia che, per quanto mi riguarda, mi sta facendo capire meglio alcuni aspetti della drammatica realtà bellica attuale tra Russia e Ucraina.

Il mondo è “bello” perché sottosopra

Conoscerete certamente quel noto motteggio popolare  il quale afferma che «il mondo è bello perché è vario», ma oggi, vista molta parte della realtà corrente, si potrebbe tranquillamente affermare che non è solo “vario”, è proprio sottosopra!

Per dire: c’è un paese che aggredisce un altro paese dicendo di volerlo “denazificare” ma il presidente del paese aggressore è l’idolo degli esponenti e dei simpatizzanti di estrema destra di mezza Europa, cioè di quelli che tutt’oggi più o meno apertamente esaltano fascismo e nazismo. Tuttavia lo stesso paese aggressore ammirato dalla destra assomiglia sempre più a quando si chiamava “Unione Sovietica” ed era il più grande paese di sinistra ovvero comunista, al punto che nelle sue milizie vi si arruolano tizi dichiaratamente comunisti che però poi si ritrovano accanto, dalla loro stessa parte, altri tizi dichiaratamente neofascisti.

Nel frattempo l’Europa si schiera apertamente a fianco del paese aggredito e contro il paese aggressore al quale impone sanzioni durissime ma della cui guerra è il principale finanziatore attraverso l’acquisto dei suoi combustibili fossili – e che siano pagati in dollari, euro o rubli non cambia la sostanza. Di contro, per svincolarsi dalla dipendenza da quei combustibili pensa a riattivare fonti energetiche che aumenterebbero le emissioni di sostanze inquinanti danneggiamenti il clima e causanti l’aumento delle temperature globali, contro il quale aumento da anni sostiene di voler agire e firma accordi e trattati che definisce “vincolanti”.

Intanto, in Italia, un governo presieduto da un primo ministro espressione del più classico capitalismo trova il suo più convinto patrocinatore in un partito politico erede del più acerrimo anticapitalismo, nel mentre che le due maggiori formazioni di destra, sostenitrici di “valori” e “idee” politiche similari, si ritrovano l’una in maggioranza e l’altra all’opposizione e il “leader” di una di esse, acceso sostenitore del suddetto paese aggressore e del suo presidente, va in Polonia e viene letteralmente smerdato da un sindaco locale esponente della stessa destra e acceso oppositore del suddetto paese aggressore e del suo presidente.

Ecco, per dire.

Ah, un’ultima cosa: ieri, 2 aprile, in piena primavera, da me nevicava. A fine gennaio, in (teoricamente) pieno inverno, c’erano 20 gradi e un Sole che spaccava le pietre sparse su prati montani totalmente privi di neve. Già.

Maschere senz’anima

C’è un’altra faccia che mi suscita una strana impressione, per metà paura e per metà una specie di macabra fascinazione. Penso che si trattasse della moglie del capo di un campo di concentramento ad Auschwitz che aveva avuto un certo potere e approfittato di una terribile e perversa libertà: si era fatta costruire uno sgabello con ossa umane e un paralume di pelle umana con punti neri e marroni. Di questa donna si potevano vedere due fotografie: nella prima un viso indurito, divenuto una maschera senz’anima, di una bruttezza inumana. Accanto una fotografia di quando era giovane, all’epoca dei suoi diciotto anni: un bel visetto dolce e buono, con un sorriso un po’ malizioso, soave come un giorno di primavera.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pagg.309-310. Cliccate sull’immagine qui sotto per leggerne la mia “recensione”.)

Ripensando a questo passaggio del libro di Peer, inevitabilmente mi tornano alla mente certi visi, certe espressioni, certe maschere che in questi giorni si vedono di frequente, sui media.

Sarà solo una mia suggestione, non lo metto in dubbio. Ma è inevitabile, appunto. Pensando ad altri momenti della storia recente me ne verrebbero in mente altre – la scelta purtroppo è assai varia e assortita, da qualsiasi parte la si contempli – tuttavia ora sono queste, a cui penso. Già.

Nel museo d’arte di Tallinn

[…] Due opere in particolare attraggono la mia attenzione, messe l’una accanto all’altra in un accostamento a dir poco drammatico – anzi, parecchio tragico! – le quali nuovamente finiscono per indagare non solo la storia politica nazionale ma pure il tribolato rapporto tra estoni e russi in chiave psicosociale. A destra, un classico ritratto di Iosif Stalin, colui che riportò l’Estonia sotto il controllo totalitario dell’URSS, dopo la Seconda Guerra Mondiale: in uniforme militare, il piglio fiero, lo sguardo rivolto verso l’infinito, lo sfondo scuro ad esaltarne la figura solenne, perentoria, conturbante nel bene (per i suoi sostenitori) e nel male (per tutti gli altri), con la tela racchiusa in una sottile cornice chiara. A sinistra, accanto pochi centimetri, un’opera di sapore impressionista raffigurante una donna apparentemente giovane, con indosso un abito blu, la capigliatura moderna, impiccata ad una finestra dalla quale si vede una città illuminata, un cielo stellato e, proprio in corrispondenza del capo della donna a mo’ di aureola, una luna giallo-ocra. Gli occhi riversi, la bocca aperta nell’ultimo disperato afflato vitale, le braccia inermi distese lungo i fianchi dell’esile corpo.
Terribile, appunto. Tragico all’ennesima potenza, con un messaggio primario, forse banale ma senza dubbio indotto da un tale accostamento, che pare sancire al visitatore: ecco, guarda, lui e tutto ciò che ha rappresentato ci ha portato a questo. La manifestazione di una disperazione assoluta al punto da dissolvere ogni buon motivo di vita, che ancora oggi, a venticinque anni di distanza dalla ritrovata indipendenza nazionale e a più di mezzo secolo da quel periodo, conserva intatta la sua tragicità […]

Questo è un brano – al quale m’è venuto da ripensare, in questi giorni – tratto dal mio libro

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Per la cronaca, il KuMu è questo; la foto in testa al post è mia.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

La Russia di Putin

Siamo solo un mezzo, per lui. Un mezzo per rag­giungere il potere personale. Per questo dispone di noi come vuole. Può giocare con noi, se ne ha voglia. Può distruggerci, se lo desidera. Noi non siamo niente. Lui, finito dov’è per puro caso, è il dio e il re che dobbiamo temere e venerare. La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia.

Così scriveva Anna Politkovskaja in Putin’s Russia, edito in origine nel 2004 (Duemilaquattro, eh!) e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2005 da Adelphi (che ne ha appena realizzato una nuova edizione in libreria da oggi, 14 marzo).

Il 7 ottobre 2006, Politkovskaja è stata assassinata. Nessun rappresentante del governo russo partecipò alle sue esequie.

Ancora, da Di cosa parla questo libro?, la prefazione a firma della stessa Politkovskaja: per citare altre sue parole che, lette e meditate oggi, assumono un rinnovato, potente, drammatico significato:

Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati. A scanso di equivoci, spiego subito perché tale ammirazione (di stampo prettamente occidentale e quanto mai relativa in Russia, dato che è sulla nostra pelle che si sta giocando la partita) faccia qui difetto. Il motivo è semplice: diventato presidente, Putin – figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese – non ha saputo estirpare il tenente colonnello del Kgb che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà. E la soffoca, ogni forma di libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione. Questo libro spiega inoltre come noi, che in Russia ci viviamo, non vogliamo che ciò accada. Non vogliamo più essere schiavi, anche se è quanto più aggrada all’Europa e all’America di oggi. Né vogliamo essere granelli di sabbia, polvere sui calzari altolocati – ma pur sempre calzari di tenente colonnello – di Vladimir Putin. Vogliamo essere liberi. Lo pretendiamo. Perché amiamo la libertà tanto quanto voi.

[Immagine tratta da it.gariwo.net.]
N.B.: cliccate sull’immagine del libro per saperne di più.