La transizione ecologica del pensiero

[Foto di Thomas Richter su Unsplash.]
Di frequente, a constatare la realtà in divenire della crisi climatica in corso, i suoi effetti sempre più pesanti e di contro l’apparente (in)sensibilità dell’opinione pubblica al riguardo, viene da temere che stiamo soltanto attendendo apaticamente la catastrofe finale senza sapere che fare ovvero convinti che «tanto cosa ci posso fare, io?» In realtà, questa percezione è molto alimentata dai vuoti e stupidi battibecchi propagandistici della politica intorno a certe questioni molto strumentalizzate, dunque del tutto travisate, e dai media mainstream compiacenti ad essa.

Di contro, mentre quelli perdono tempo a blaterare sul nulla, la transizione ecologica è in atto e continua a rafforzarsi, anche in un paese sempre così lento, arretrato, inerte come l’Italia: se certa grande industria continua a fregarsene bellamente per difendere le proprie posizioni economiche, molta altra ha capito perfettamente che il futuro è altrove e vi si sta muovendo. Tutto ciò lo si evince da alcuni grafici emblematici:

Poi, certo, le cose potrebbero (e dovrebbero) andare ancora meglio, dato che l’Italia è in evidente ritardo rispetto al raggiungimento dei target europei di emissioni fissati al -55% entro il 2030:

Manca il 35,5% dello sforzo complessivo, che deve essere concentrato in un arco di tempo molto ristretto (4 anni e mezzo, in pratica, quando il 64,5% del target nazionale è stato conseguito in 35 anni, visto che l’anno di riferimento base è il 1990), richiedendo una drastica accelerazione nell’installazione di nuovi impianti rinnovabili e nell’elettrificazione dei trasporti.

Posto ciò, bisogna pure rimarcare che con tale realtà di fatto non significa che stiamo risolvendo la crisi climatica. Come rilevano gli scienziati, il clima è un sistema complesso le cui variazioni impiegano tempo per manifestarsi, e molto probabilmente l’umanità avrebbe dovuto attivare la transizione ecologica, e più in generale ogni azione efficace alla salvaguardia climatica, qualche decennio fa, quando già la scienza metteva in guardia rispetto a ciò che stava accadendo. Di contro, vista la realtà delle cose, è indispensabile sostenere e portare ancor più a compimento la transizione in atto, ciascuno per come può (e deve) fare a partire dalle più piccole azioni quotidiane e dalla relativa consapevolezza culturale alla base.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Se negazionisti e minimalisti climatici sono soltanto una piccola categoria di perdenti da emarginare definitivamente (anzi, siamo in ritardo pure qui), anche l’atteggiamento di pessimisti e catastrofisti – che pur qualche ragione ce l’hanno – risulta non solo nocivo ma parimenti sbagliato. Con consapevolezza autentica e impegno diffusi – a livello tanto individuale quanto globale – possiamo contrastare efficacemente la crisi climatica e salvaguardare l’ambiente nel quale viviamo (e che ci fa vivere, peraltro). Subiremo inesorabilmente, per qualche tempo, le conseguenze dal cambiamento climatico ma sapremo andarvi oltre e garantire a noi e a chi verrà dopo di noi – e a ogni altro organismo vivente con il quale condividiamo il pianeta – un mondo ancora bello da abitare e nel quale essere felici di vivere.

(Be’, guerre a parte, che qualche ennesimo capo di stato criminale scatenerà sicuramente. Ma è un altro problema, questo. Purtroppo.)

 

Come rendere più facilmente comprensibile ciò che il cambiamento climatico comporta per le montagne? In Svizzera ci provano mostrando come saranno le Alpi a fine secolo

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 11/09/2024.)

[Fioriture nei pressi del Ghiacciaio di Savoretta, gruppo dell’Ortles-Cevedale. Foto del Servizio Glaciologico Lombardo, tratta dalla pagina Facebook.]
Il cambiamento climatico a livello globale è una realtà di fatto che ormai solo pochi sconsiderati si ostinano a negare; che tale realtà sia ancora evidentemente poco compresa e considerata da molte persone è un’altra evidenza innegabile, e ciò a volte è dipeso dalla difficoltà che la scienza ha avuto, e in parte continua ad avere, di rendere i dati e i modelli climatici comprensibili e adeguatamente esplicativi al grande pubblico. Questo comporta che praticamente tutti sappiamo che il clima sta cambiando e che tale realtà determina – e determinerà – effetti sempre più tangibili a chiunque e a qualsiasi nostro ambiente ma, di contro, che la conversione ecologico-culturale collettiva che ne dovrebbe scaturire stenta a manifestarsi, così che certa politica ne approfitta per agire senza la necessaria urgenza nel mettere in atto le iniziative richieste da decenni dalla scienza.

Le Alpi stanno subendo aumenti delle temperature maggiori rispetto ad altre zone del continente europeo: l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), uno dei più autorevoli organismi internazionali in tema di cambiamenti climatici, afferma che negli ultimi decenni il tasso di riscaldamento sulle Alpi è stato di 0,3°C/10 anni, superando il tasso di riscaldamento globale che è stato di 0,2°C/10 anni. Tale maggiore aumento implica che entro la fine del secolo in corso la temperatura media nelle Alpi potrebbe aumentare di 4°C, ben oltre gli 1,5/2°C indicati come limite da non superare per la temperatura media globale dai più recenti accordi internazionali sul clima.

Ma, come affermato poc’anzi, siamo ancora nell’ambito dei meri dati numerici: cosa comporta invece concretamente la realtà appena descritta con questi dati? A questa domanda prova a rispondere efficacemente l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL), ente scientifico svizzero conduce una ricerca multidisciplinare orientata alle soluzioni in materia di foreste, paesaggi, biodiversità, pericoli naturali e neve e del ghiaccio – per questi ultimi ambiti grazie all’Istituto per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) che ha sede a Davos, nelle Alpi grigionesi. Il WSL, in collaborazione con l’Università di Losanna, l’Università di Berna, il Global Mountain Biodiversity Assessment e la Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, ha elaborato un progetto che sviluppa scenari scientificamente validi su come potrebbero trasformarsi i paesaggi elvetici tra sessant’anni se le temperature in Svizzera dovessero aumentare di 4°C entro la fine del secolo, e ne ha ricavato immagini e video interattivi che mostrano le trasformazioni e permettono al pubblico di navigare attraverso i paesaggi del futuro ottenendo ulteriori informazioni (in lingua tedesca e francese) sulle varie peculiarità e le criticità.

Un tale notevole aumento della temperatura media nelle Alpi in un arco temporale così limitato sta già comportando e implicherà sempre più in futuro effetti rilevanti e sovente drammatici per gli ecosistemi alpini, fragili e delicati come pochi altri. Un recente articolo della rivista “Sapere Scienza” ne elenca alcuni: entro la fine del secolo molti ghiacciai alpini saranno estinti e le aree glacializzate si localizzeranno a quote molto elevate e nelle aree meno esposte al sole; di contro gran parte dell’ambiente prima occupati dalle nevi perenni diventerà periglaciale – termine che sostanzialmente definisce il territorio posizionato al di sopra dell’ambiente montano boscato/vegetato e al di sotto o in prossimità dei ghiacciai e dei nevai – e quindi, privato del potere riflettente di neve e ghiaccio, si scalderà ancora di più. Per tali motivi ci saranno seri problemi di approvvigionamento idrico perché oltre alla riduzione delle masse glaciali vi sarà uno spostamento stagionale sempre più marcato nei regimi delle precipitazioni, con meno precipitazioni nevose (mentre è noto che quelle piovose sono di ben più difficile trattenimento a fini antropici) dunque periodi di siccità più frequenti e prolungati. Inoltre vi sarà uno spostamento verso l’alto degli ecosistemi, che entreranno in competizione tra loro a causa del ridotto spazio a disposizione, e aumenteranno gli episodi franosi e di dissesto idrogeologico, dunque i pericoli, soprattutto durante la stagione estiva. In generale si assisterà a un cambiamento notevole dei paesaggi alpini, con quelli che oggi riconosciamo ordinariamente come “montani” che assomiglieranno alle zone collinari e l’alta montagna periglaciale nella quale i boschi colonizzeranno le aree pietrose o scarsamente vegetate, il che comporterà inevitabilmente anche un cambiamento di matrice culturale nella percezione e nella conseguente relazione umana con questi “nuovi” paesaggi […]

[⇒ Continua su “L’AltraMontagna”, qui.]

Le Conferenze per il Clima (COP) e la coerenza

[Immagine di macrovector su Freepik e di cai_305 da Pixabay, elaborata da Luca.]
Visto l’andazzo della COP28 di Dubai, e posti i risultati concreti delle conferenze precedenti a fronte dei dati e degli eventi climatici al contempo rilevati dalla scienza, assegnare la prossima COP29 all’Azerbaijan, uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo, mi sembra del tutto coerente.

Anzi, lo sarà ancor più se la conferenza si terrà proprio dentro un giacimento petrolifero, nel mentre che le trivelle pompano idrocarburi e espellono CO2 e gas serra in atmosfera contribuendo al riscaldamento globale. Così la COP potrà finalmente e pienamente adempiere agli scopi che con tutta evidenza, appunto, si è prefissa da parecchi anni a questa parte.

«La coerenza innanzitutto!», come si dice in questi casi. Ecco.

 

Il mondo è “bello” perché sottosopra

Conoscerete certamente quel noto motteggio popolare  il quale afferma che «il mondo è bello perché è vario», ma oggi, vista molta parte della realtà corrente, si potrebbe tranquillamente affermare che non è solo “vario”, è proprio sottosopra!

Per dire: c’è un paese che aggredisce un altro paese dicendo di volerlo “denazificare” ma il presidente del paese aggressore è l’idolo degli esponenti e dei simpatizzanti di estrema destra di mezza Europa, cioè di quelli che tutt’oggi più o meno apertamente esaltano fascismo e nazismo. Tuttavia lo stesso paese aggressore ammirato dalla destra assomiglia sempre più a quando si chiamava “Unione Sovietica” ed era il più grande paese di sinistra ovvero comunista, al punto che nelle sue milizie vi si arruolano tizi dichiaratamente comunisti che però poi si ritrovano accanto, dalla loro stessa parte, altri tizi dichiaratamente neofascisti.

Nel frattempo l’Europa si schiera apertamente a fianco del paese aggredito e contro il paese aggressore al quale impone sanzioni durissime ma della cui guerra è il principale finanziatore attraverso l’acquisto dei suoi combustibili fossili – e che siano pagati in dollari, euro o rubli non cambia la sostanza. Di contro, per svincolarsi dalla dipendenza da quei combustibili pensa a riattivare fonti energetiche che aumenterebbero le emissioni di sostanze inquinanti danneggiamenti il clima e causanti l’aumento delle temperature globali, contro il quale aumento da anni sostiene di voler agire e firma accordi e trattati che definisce “vincolanti”.

Intanto, in Italia, un governo presieduto da un primo ministro espressione del più classico capitalismo trova il suo più convinto patrocinatore in un partito politico erede del più acerrimo anticapitalismo, nel mentre che le due maggiori formazioni di destra, sostenitrici di “valori” e “idee” politiche similari, si ritrovano l’una in maggioranza e l’altra all’opposizione e il “leader” di una di esse, acceso sostenitore del suddetto paese aggressore e del suo presidente, va in Polonia e viene letteralmente smerdato da un sindaco locale esponente della stessa destra e acceso oppositore del suddetto paese aggressore e del suo presidente.

Ecco, per dire.

Ah, un’ultima cosa: ieri, 2 aprile, in piena primavera, da me nevicava. A fine gennaio, in (teoricamente) pieno inverno, c’erano 20 gradi e un Sole che spaccava le pietre sparse su prati montani totalmente privi di neve. Già.