Assembramenti

Domenica scorsa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, siamo tornati a camminare per boschi che non attraversavamo da quando è iniziato il lock down per il coronavirus. E abbiamo notato – be’, forse più io che lui che è normalmente più interessato ad altri argomenti, suppongo – che c’era un gran assembramento, appena a fianco dei sentieri percorsi: di alberi, non di umani. E c’è venuto da constatare – ma sempre più a me che a lui, penso – che la situazione era inversa a quella che gli umani hanno dovuto subire negli ultimi due mesi: sui monti, dove agli umani era vietato andare sempre in forza delle restrizioni per il coronavirus, gli alberi sono potuti (si fa per dire) restare ben assembrati; nelle città, dove agli umani era consentito stare ma con tutti gli accorgimenti di sicurezza del caso, peraltro spesso non troppo rispettati (e non sempre per colpa di chi li avrebbe dovuti rispettare ma non poteva farlo), agli alberi è spesso proibito creare assembramenti, preferendo ad essi asfalto e cemento (entro i quali poi, quando prendono la forma di megacentri commerciali con relativi superparcheggi, gli umani si assembrano in modi francamente folli).

Mi auguro che ora, con l’allentamento delle restrizioni, siano riviste anche queste bizzarre limitazioni: che gli umani possano tornare ad “assembrarsi” nei boschi (cosa peraltro alquanto improbabile, vista la vastità delle foreste a disposizione) e che agli alberi sia consentito di assembrarsi nelle città e nelle zone urbanizzate molto più che in passato. Sarebbe un’opportunità preziosa e di cui giovarsene parecchio, io credo – e se ne gioverebbe anche Loki, il mio segretario personale a forma di cane, quando in città abbia certi bisogni fisiologici da espletare senza doverli gioco forza fare sui selciati delle pubbliche vie. Ecco.

 

Domenica scorsa, in Lessinia

Arrivo forse ultimo a segnalare quanto è successo, ma mi auguro giammai ultimo a rimarcare il valore profondo di ciò che è avvenuto domenica scorsa in Lessinia, quando migliaia di persone hanno camminato per il bellissimo territorio del Parco Naturale, educatamente, compostamente e nel silenzio più adatto a far parlare la voce dei monti al fine di opporsi alla scellerata – ma, ribadisco, la definirei pure criminale – iniziativa della Giunta regionale veneta con cui si vorrebbe ridurre la superficie protetta del parco, come ho raccontato in questo mio precedente post. Trovate numerose cronache sulla giornata di domenica nella pagina facebook “Lessinia Futura”.

È stato qualcosa di bellissimo, sì, che ha reso ancor più palesemente brutti la volontà, l’iniziativa e l’atteggiamento messi in atto dalla Giunta Regionale contro un territorio e un paesaggio che solo dei dementi potrebbero pensare di sottrarre alla più giusta, equa e naturale salvaguardia. Poi, lo si sa bene purtroppo, molto spesso la politica dimostra di agire in base a demenze piuttosto che in forza di buon senso e razionale civismo. Speriamo che lassù, sugli splendidi altipiani lessini, stavolta vincano questi ultimi e non la solita, bieca, ipocrita, strumentale, italica scelleratezza politica. È una speranza di civiltà, in fondo.

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Operai e impiegati son canaglie

L’aiutocasaro è sdraiato sul muschio umido sotto un pino al margine del bosco di Stavonas Sut, con il suo libro e il suo bravo sigaro cubano. Le mosche gli ronzano attorno alla testa nella quiete del pomeriggio estivo. Sul libro c’è scritto: da qualche anno sta prendendo piede la richiesta di ridurre l’orario di lavoro. Quasi la metà degli operai non lavora più di sabato. E cosa fa questa gente nel tempo libero? Un contadino: la sera dopo il lavoro si trovano all’osteria, quando i contadini hanno ancora ore e ore da lavorare. Passano tutto il sabato e la domenica all’osteria. Stan lì a far politica da ubriachi e danno il cattivo esempio ai contadini. Quelli che al giorno d’oggi fanno ancora i contadini son brava gente, gente seria. Operai e impiegati son canaglie.

(Arno Camenisch, Sez Ner, Edizioni Casagrande, 2009, pagg.41-42.)

Un consiglio

Mi permetto di darvi un “consiglio”, se così lo posso definire.

Qualche giorno fa sono stato – mio malgrado – in un centro commerciale dopo aver visitato una mostra d’arte contemporanea, dunque dopo essere stato in un luogo deputato all’arte. “Mio malgrado” nel senso che il ristorante interno al centro espositivo era pieno e l’unico posto dove trovare da mangiare almeno un panino era quel centro commerciale, senza altre alternative nei paraggi.

Ecco, il consiglio: non recatevi mai in un centro commerciale dopo essere stati ad una mostra d’arte, o in qualche altro luogo deputato a cose similmente “alte”. Perché, se possibile, la realtà del primo s’abbassa ancor più di quanto potreste mai immaginare. Semmai fate il contrario – prima il centro commerciale e poi la mostra d’arte, ma solo se siete veramente costretti a dovervi recare nel primo – oppure andate liberamente in entrambi ma soltanto se siete degli studiosi di sociologia (o psicosociologia). Oppure, ancora meglio, andate quasi sempre e solo alle mostre d’arte e quasi mai nei centri commerciali, almeno la domenica.

Sia chiaro: nulla di personale contro chi frequenta assiduamente i centri commerciali – tanto meno nei confronti di chi ci lavora, anzi: massimo rispetto per costoro. Solo, mi permetto di pensare che frequentare mostre d’arte, o altro di considerabilmente educativo alla bellezza e assecondante la cultura e il pensiero più sagace (come l’arte contemporanea sa fare con rara efficacia, ad esempio), è meglio.

Magari mi sbaglio, eh. O magari no.

Dovremmo andare tutti quanti a piedi

Siccome credo molto poco alla reale volontà di chiudere i grandi centri commerciali la domenica* – al di là dei soliti toni da boutade sloganista, dei quali ormai si nutre tutta la politica, salterà fuori l’ennesimo escamotage che cambierà “tutto” e non cambierà nulla, vedrete, con gran gioia della massa di persone (votanti, peraltro) che pensano che passare le domeniche al centro commerciale sia “meraviglioso” – siccome ci credo molto poco, dicevo, allora invoco che venga almeno messo in atto un adeguato contraltare di natura (anche) socioculturale. Ad esempio, che in qualche modo si imponga che almeno per una domenica al mese tutti quanti si vada a piedi. Niente auto, nemmeno quelle elettriche e tanto meno ebike, solo bici tradizionali e mezzi pubblici non inquinanti: per il resto, tutti in cammino. Anche per andare al centro commerciale, se proprio uno vuole, ma a piedi.

Il bello della pratica del camminare è anche dato dal fatto che la sua natura profondamente filosofica la può capire, e rapidamente, anche chi di filosofia non ci capisce nulla. Basta andare, muovere i piedi, possibilmente in ambiente naturale ma anche in quello urbano, se non troppo pesantemente inquinato dal traffico come ordinariamente accade, e vi assicuro che è un attimo capire come ogni altro tipo di movimento, al di là della sua mera e necessaria (ma di rado veramente tale) funzionalità, è sotto molti aspetti illogico, irrazionale, brutto, insalubre, scriteriato, in certi casi pure folle. Non solo: camminando, si capisce molto meglio anche l’intero mondo che si ha intorno, garantito.

È solo una simpatica utopia, questa mia? Forse, ma sempre meglio della spaventevole distopia che sta occupando la nostra realtà quotidiana e nella quale tutti quanti ci ritroviamo sempre più a vivere. Ecco.

*: per la cronaca, la mia posizione al riguardo l’ho già chiaramente espressa tempo fa, qui.