Una domanda provocatoria su tutti questi incidenti in montagna

Sarò provocatorio, sappiatelo, ma lo faccio per agevolare una riflessione che è comunque da compiere (dacché non la si affronta ancora molto).

Il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) ha diffuso le statistiche relative agli interventi dello scorso anno: nel 2025 si è raggiunto il più alto numero di interventi di sempre in montagna, con un aumento dei decessi del 13% rispetto all’anno precedente, ben 528, e quasi metà delle missioni effettuate (43,6%) per soccorrere escursionisti, di frequente in difficoltà legate al terreno e alle condizioni ambientali. Al punto che il CNSAS conclude che «Il quadro complessivo rafforza la necessità di investire in prevenzione, sensibilizzazione e formazione»: ovvero, per essere chiari, i soccorritori sono intervenuti per aiutare persone che in molti casi – con tutti i possibili e immaginabili distinguo del caso – non dovevano essere lì dove sono finite e non sapevano come cavarsi dalle difficoltà perché impreparati.

Dunque chiedo – provocatoriamente, ripeto: se la montagna è sinonimo di libertà e chiunque è libero di frequentarla, in certe condizioni il diritto e la libertà di andarci è veramente dovuta a tutti?

Lo so bene, la domanda è provocatoria tanto quanto retorica: certo che chiunque ha il diritto di poterci andare! Come si può stabilire obiettivamente il contrario? Già. Tuttavia, mi viene da dire, si dovrebbe osservare pure il dovere di esserne il più possibile consapevole. Come dice il noto motteggio: prima il dovere, di tenere acceso il cervello e possedere almeno le più elementari nozioni sull’ambiente montano, poi il piacere di frequentarlo e andare ovunque, mantenendo sempre la testa sulle spalle – e anche per questo divertendocisi di più. Non è solo una questione di «Se si fa male sono cavoli suoi, se l’è cercata!», non la si risolve così facilmente: ci sono in gioco molti altri aspetti, spesso sottovalutati eppure paradigmatici.

Oppure, appunto, quel diritto per alcuni non è poi mica così tale? Che dite voi?

Il codice della Strada è veramente un “Codice della strage”

[Immagine tratta da qui.]
In questi giorni ho letto diversi documenti riguardanti la riforma del Codice della Strada, approvata di recente alla Camera (mercoledì 27 marzo), e do ragione piena alle numerose associazioni che lo hanno ridenominato «Codice della strage». A tutti gli effetti vi si legge un pensiero retrogrado, una visione miope e parecchio alienata dalla realtà urbana contemporanea, un atteggiamento tracotante che sembra inseguire fini ben diversi, per non dire opposti, rispetto all’obiettivo sbandierato di aumentare la sicurezza e diminuire il numero dei morti, chissà per quali altri interessi – propagandistici, elettorali, lobbistici… comunque nessuno che vada a vantaggio dei cittadini. Per come verrà aggiornato è un Codice della Strada che sembra scritto a metà Novecento o forse prima, non nel 2024. Trovate tali aggiornamenti ottimamente spiegati qui (cliccateci sopra):

Sconcertante è soprattutto il profondo disprezzo che traspare verso chi usa la bicicletta, la cui mobilità viene in diversi modi limitata e resa ben più pericolosa di prima. Con questo nuovo Codice muoversi in bici, soprattutto nelle città, diventa veramente una roulette russa: le piste ciclopedonali vengono sostanzialmente annullate e rimesse nel pieno dominio dei mezzi a motore, cioè nella condizione dalla quale scaturisce la maggioranza dei morti tra gli “utenti deboli” della strada, ciclisti e pedoni. Una vergogna assoluta.

A questo punto a me, ancor più di quanto già accadesse prima, sbigottisce profondamente leggere che fine stanno per fare le piste ciclopedonali urbane con questo nuovo e scriteriato Codice della Strada e di contro constatare la proliferazione di ciclovie in ambiente naturale – sulle montagne soprattutto – molte delle quali ecologicamente e culturalmente devastanti per i territori che ne restano sfregiati, per le quali si spendono decine di milioni di soldi pubblici, come ho già denunciato più volte. In buona sostanza, mentre in città chi usa la bicicletta abitualmente si vede cancellare le ciclovie e viene messo in pericolo sempre più grave, in montagna a chi usa la usa saltuariamente per mero diletto turistico (e spesso senza alcuna educazione e rispetto) vengono costruire vere e proprie strade ben livellate.

Be’, solo degli amministratori pubblici e/o dei politici mentalmente deviati (dunque deleteri per la società civile e il bene comune) possono consentire una situazione del genere, non c’è altro da aggiungere.