Il 2018 è l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale

Credo – temo – che pochi sappiano (al di fuori degli ambiti più direttamente interessati al tema) che questo 2018 appena iniziato è l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, indetto con l’obiettivo primario di incoraggiare il maggior numero di persone a scoprire e lasciarsi coinvolgere dal patrimonio culturale dell’Europa e rafforzare il senso di appartenenza a un comune spazio europeo, nell’ottica del motto “Il nostro patrimonio: dove il passato incontra il futuro“.

L’Anno vedrà svolgersi una serie di iniziative e di manifestazioni in tutta Europa per consentire ai cittadini di avvicinarsi e conoscere più a fondo il loro patrimonio culturale. Il patrimonio culturale plasma la nostra identità e la nostra vita quotidiana. Ci circonda nelle città e nei borghi d’Europa, quando siamo immersi nei paesaggi naturali o ci troviamo nei siti archeologici. Non si tratta soltanto di letteratura, arte e oggetti, ma anche dell’artigianato appreso dai nostri progenitori, delle storie che raccontiamo ai nostri figli, del cibo che gustiamo in compagnia e dei film che guardiamo per riconoscere noi stessi.

Cliccando sul logo in testa al post potrete saperne di più; qui, a me, preme mettere in luce come queste occasioni – che sovente, se identificate come mere iniziative politiche, lasciano il tempo che trovano – sono invero assolutamente importanti da cogliere da parte nostra, di noi singoli individui che abitiamo il continente europeo. Sovente si riscontra attraverso i media la diffusione di un sentimento antieuropeista profondamente ottuso, dacché per colpire (in modo legittimo, nella teoria) l’istituzione politica di riferimento (la UE, ovviamente) finisce per andare contro all’intera identità culturale europea, in tal modo paradossalmente promuovendo e provocando quegli effetti di degrado socioculturale che si dice invece di voler contrastare. Non dovremmo invece mai dimenticarci che la prima e sempre più efficace salvaguardia della nostra identità – sia essa locale ovvero continentale – nasce sempre dalla conoscenza della cultura dalla quale storicamente è scaturita; detto in altro modo, non dobbiamo dimenticare che qualsiasi entità politica, più o meno istituzionale, più o meno comunitaria, deve nascere sulla più solida e riconosciuta (ovvero condivisa) base culturale.

Ciò comporta una inevitabile benefica condizione “antropologica”: se possediamo la conoscenza e la consapevolezza della nostra cultura, saremo ugualmente consci e consapevoli della nostra identità ovvero forti di essa e con essa, dunque in grado di affrontare qualsiasi degradante spinta biecamente globalizzante non con atti di altrettanto bieca –fobia (sia essa xeno- o che altro, sempre generati invece dalla mancanza di identità culturale) ma con l’incrollabile forza civica della cultura dalla quale proveniamo e che dobbiamo continuare a generare – il modo migliore, in fondo, per ottenerne anche la più duratura salvaguardia.

Non è una mera questione di politica, ribadisco, ma di storia, di geografia umana, di progresso intellettuale e sociale, di evoluzione culturale contestuale ai tempi e funzionale al futuro, di civiltà: le cose fondamentali, per la nostra vita quotidiana. Tutto il resto viene dopo.

Cliccate qui per visitare il sito italiano dedicato all’Anno Europeo del Patrimonio Culturale e conoscere tutte le iniziative nazionali al riguardo.

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Ius solA

Suvvia, siamo sinceri: tutta la discussione – istituzionale e pubblica, favorevole o contraria – intorno all’approvazione o meno della legge per l’ottenimento dello Ius soli è il frutto di una gigantesca ipocrisia. Sì, perché da entrambe le parti lo Ius soli è stato eletto a facile “bersaglio” dell’attenzione generale al fine di non affrontare i reali problemi legati alla questione immigratoria, forse per mera ignoranza d’azione verso di essa, magari anche per una certa dose di nostrana meschinità.

In primis, la legge sullo Ius soli – ma, per la cronaca, si deve parlare di Ius soli temperato, che non è ciò che spesso viene fatto credere dagli organi di (non) informazione – non rappresenta affatto una concessione politica ma il riconoscimento giuridico di un diritto civico e civile, semmai garantito dalla legge, non concesso. A tutti gli effetti, non c’è tanto una legge da approvare o meno quanto un diritto da riconoscere e garantire o da disconoscere e rifiutare, si decida in un senso o nell’altro.

In secondo luogo, viene fatto credere che lo Ius soli sia una “soluzione” oppure un “danno” riguardo la realtà dei flussi migratori, o quanto meno che sia ad essa correlato e invece no, non c’entra un bel niente con essi. Ciò probabilmente perché – punto tre – non c’è appunto alcuna volontà ovvero alcuna capacità di regolare al meglio il controllo di tali flussi, in quanto nel campo politico non c’è alcuna reale e proficua comprensione sociologica e culturale di essi, cosa che rappresenterebbe il primo passo per la loro efficace regolarizzazione anche giuridica. Le uniche cose che scaturiscono da questo paese al riguardo sono bieca xenofobia (altrimenti detta “razzismo”) oppure demagogico compatimento (altrimenti detto “buonismo”), sui quali viene costruito il solito consenso elettorale inevitabilmente populista e totalmente meschino, senza proporre alcuna buona e credibile soluzione – nuovamente né in un senso né nell’altro.

Così, come al solito, l’Italia lascia incancrenire un problema potenziale che, inesorabilmente, diviene cronico e sempre meno risolvibile, nascondendo tale inettitudine genetica nazionale dietro un falso problema, sovraccaricato di non senso politichese al fine di concentrare su di essi l’attenzione pubblica sviandola da altre ben più gravi magagne.

E dunque, in fin dei conti: meglio un paese dotato di una legge sullo Ius soli unita a un’efficace strategia di controllo dei flussi immigratori con relativo programma istituzionale d’integrazione socioculturale, oppure un paese privo d’una legge sullo Ius Soli nonché di qualsiasi reale e attiva comprensione istituzionale del fenomeno immigratorio, con relativa mancanza di gestione politica e, ancor prima, socioculturale di esso?

Ecco, fine discussione.

Il biotestamento, e il bioterrorismo

Ben venga l’approvazione parlamentare definitiva della legge sul biotestamento. Il quale non è argomento politico di parte (semmai lo è nel senso originario del termine) né ideologico o dottrinale o che altro, e – mi viene da dire – non è nemmeno una “vittoria”, come (comprensibilmente) viene definita ma, più semplicemente tanto quanto essenzialmente, la presa d’atto giuridica d’un diritto e d’una libertà fondamentale. Una libertà profondamente umana, intimamente legata allo stesso senso della vita (e del vivere in modo intelligente, consapevole, dignitoso) che va ben oltre il valore o la bontà d’una legge, e fortunatamente ancor più va oltre il terrorismo integralista e anticulturale di chi vi si oppone con (pseudo)argomentazioni prive di qualsiasi logica e degne d’un regime retrivo e oscurantista, che si vorrebbe fossero imposte coercitivamente a tutti ma in verità ben lontane da qualsiasi dignità civica nonché da qualsiasi autentica libertà, appunto. Non casualmente, d’altro canto: non si può e non si sa garantire alcuna libertà (dunque, inevitabilmente, alcuna dignità) quando non si è persone libere; e se non si è persone libere, non si è nemmeno persone veramente vive. In fondo, dunque, la legge appena approvata (al di là della sua poca o tanta bontà, ribadisco) è un bene anche per esse, ed è anche questo, io credo, uno dei suoi più significativi valori.

Quelli di una parte e quelli dell’altra parte, ovvero: definizioni politiche inequivocabili

Siccome io ritengo la politica una delle discipline filosofiche umane più nobili e fondamentali, me ne sto il più lontano possibile da ciò che oggi viene ipocritamente definito “politica” – e guai a chiunque tenti di diminuire tale distanza d’un solo micron. Ma siccome a quella pseudo-politica, o non politica, sfortunatamente tocca riferirsi, ogni tanto, fosse solo per rimarcarne nuovamente tutta la sua infima realtà, e siccome qui in ItaGlia tale non politica, in tutte le sue numerose e articolate sfaccettature, fa sostanzialmente riferimento a due presunti schieramenti, quello di una parte e quello dell’altra parte, nonché siccome persino alcune cose serie e rispettabili di cui disquisisco qui sul blog devono gioco forza avere a che fare (quasi sempre loro malgrado) con tutto ciò, ho deciso che non eviterò di fare riferimento diretto, ove lo riterrò necessario, a quei due schieramenti non politici, tuttavia identificandoli con altrettante rispettive definizioni acronimiche, ovvero:

  • quelli di una parte come Partito Idioti Rissosi Laidi Assoluti;
  • quelli dell’altra parte come Partito Inetti Reprobi Lestofanti Assoluti.

Cosa dite? Che le due sigle – Pi, Erre, I, Elle, A, giusto – sono identiche e che così non si capisce la differenza tra i due schieramenti?
Ecco, appunto, esattamente così. Bravi, avete già capito molto di quanto vi sto dicendo, e di ciò a cui fa riferimento.

Ovviamente questo non vieta affatto che voi non possiate scegliere e identificare a quale delle due parti non politiche voglia fare riferimento: vi lascio la più assoluta libertà, in questo eventuale esercizio di identificazione. Il quale tuttavia, come intenderete fin da ora, non cambia di una virgola l’essenza e la sostanza di quanto scriverò.

Tenetene conto, ecco.