Il Sottosegretario ai Mali Culturali

Ora, tutti a polemizzare contro il neoeletto Sottosegretario ai Beni Culturali perché, nonostante la carica acquisita è da tre anni che non legge un libro – per sua stessa ammissione, vedi qui.

Be’, io invece non ci trovo nulla di sbagliato o di incongruo in ciò – peraltro a dimostrazione del fato che non voglia dare dell’accaduto alcuna lettura politica (ovvero partitica) di parte, anzi, l’esatto opposto (il principio infatti è valido per tutti, come la cronaca insegna). Insomma, voglio dire: una persona che ammette candidamente di non leggere libri, evidentemente non ritenendoli così importanti per la propria formazione culturale e intellettuale*, che altro può andare a fare, in Italia, se non il politico? Eh, mica penserete che per governare al meglio un paese – ovvero una società civile – possa servire la cultura umanistica! Vorrete mica che un politico meriti di fare una brillante carriera parlamentare fino alle massime cariche istituzionali leggendo i libri! Suvvia, dove vivete? Nel 2500 su Saturno?

Ecco.

Benvenuti in ItaGlia, culla mondiale della cultur… no, pardon, mi sbagliavo.

*: e quando chi dichiari ciò sostenga pure di non aver tempo di leggere per svago dacché “legge solo cose di lavoro” in verità aggrava la sua posizione e palesa un atteggiamento snobistico e spocchioso (avete presente quelli che «Non mi rompere, IO lavoro, mica come te che hai tempo da perdere a leggere libri!»), come se la letteratura “di svago” non possa essere, coi grandi capolavori letterari del passato e del presente, formativa anche per la vita professionale oltre che, appunto, per l’intelletto e lo spirito. Per carità!

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Comandi

(Non so perché, ma stranamente questa vignetta del The New Yorker mi fa pensare alla politica italiana, ovvero al rapporto ordinario tra i “leader” politici nostrani e i loro seguaci e, più in generale, a una buona parte degli elettori.)

(Già, proprio strano. Chissà come mai mi fa sorgere certi bizzarri parallelismi!)

Tutto diverso, tutto come prima

A tutti i “reduci” delle ultime elezioni politiche, ai vittoriosi e agli sconfitti, agli esultanti sobri, a quelli gongolanti e a quelli sguaiati, ai delusi, ai depressi, agli irosi e agli affranti sull’orlo di un crisi di nervi, a quelli che “poteva andare peggio” e a quelli che “non poteva andare meglio”, agli orgogliosi e ai vergognosi, ai boriosi e ai meschini, a quelli che se potessero rivotare cambierebbero la loro scelta e a quelli che nemmeno si ricordano cos’hanno votato, a quelli che dicono che è finita un’era e a quelli che sostengono che ne è cominciata una nuova (ma non si tratta della stessa “era”), a chi commenta, analizza, giudica, critica, esamina, sviscera, profetizza, vaticina, a quelli che saltano sul carro dei vincitori, a quelli che si ritrovano buttati a terra e agli altri che stanno già pensando di diventare nuovi carrozzieri
A tutti costoro, insomma, consiglio di leggerci sopra qualcosa, giusto per svagarsi un attimo e magari capire un po’ meglio come stanno le cose. Ecco, leggere qualcosa tipo il brano seguente, peraltro celeberrimo – anzi, sempre più tale anche perché sempre più atemporale – e poi mettersi il cuore in pace. In qualsiasi caso.

Il ragazzo divenne serio: il suo volto triangolare assunse una inaspettata espressione virile. “Parto, zione, parto fra mezz’ora. Sono venuto a salutarti.” Il povero Salina si sentì stringere il cuore. “Un duello?” “Un grande duello, zio. Contro Franceschiello Dio Guardi. Vado nelle montagne, a Corleone; non lo dire a nessuno, sopratutto non a Paolo. Si preparano grandi cose, zione, ed io non voglio restarmene a casa, dove, del resto, mi acchiapperebbero subito, se vi restassi.” Il Principe ebbe una delle sue visioni improvvise: una crudele scena di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato soldato. “Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettersi con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev’essere con noi, per il Re.” Gli occhi ripresero a sorridere. “Per il Re, certo, ma per quale Re?” Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?” Abbracciò lo zio un po’ commosso. “Arrivederci a presto, Ritornerò col tricolore.” La retorica degli amici aveva stinto un po’ anche su suo nipote; eppure no. Nella voce nasale vi era un accento che smentiva l’enfasi. Che ragazzo! Le sciocchezze e nello stesso tempo il diniego delle sciocchezze.

(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1969 – 1a ed.1958.)

L’ammirazione elettorale

Alla fine, sul serio, io gli italiani che vanno a votare – che ancora ci credono, che ancora scelgono di dare fiducia a quei candidati, che ancora scorgono buone idee politiche e amministrative, o la parvenza di esse, che pervicacemente confidano che da tutto ciò possa scaturirne un reale e autentico sviluppo generale per il paese… beh, li ammiro. Sinceramente, non sono ironico (be’, l’immagine in testa all’articolo lo è ma senza alcuna malizia, sia chiaro).

Il diritto di voto nella forma di governo di una comunità sociale a rappresentanza politica è pratica intangibile, in una democrazia classica. Semmai, meno intangibile è che in una democrazia classica il diritto di voto comporti che una rappresentanza politica non garantisca una forma di governo efficace e proficua per il paese oltre che veramente rappresentativa, ovvio. Ovvero, come sostengono ormai in parecchi, che le trasformazioni politiche manifestatesi nel tempo non abbiano svuotato di senso l’atto della trasmissione del potere attraverso la pratica del voto – oppure ancora, per dirla in modo ancor più diretto, che la democrazia attuale sia propriamente ancora tale. Il che, appunto, non lede l’essenza e il valore del voto, ma senza dubbio, evidenzia la compromissione del suo criterio originario e degli effetti politici, in un circolo vizioso della cui realtà tutti diventano complici, dunque inevitabilmente tutti colpevoli. Sia ciò per scelta consapevole, sia per mera passività civica.