La semplificazione

[Foto di Andrew Martin da Pixabay]
Fa piacere leggere che il Governo italiano vuole procedere, finalmente, a un’autentica semplificazione burocratica, e che voglia farlo «in tempi rapidi».

Infatti, a breve, la commissione parlamentare incaricata di esaminare la materia, che verrà appositamente creata tramite delibera parlamentare controfirmato dall’ufficio della Presidenza del Consiglio, una volta stabilita la propria composizione proporzionale in base ai numeri dell’organo maggiore, procederà con l’analisi della questione e l’elaborazione dei relativi dossier corredati di allegati e sub-allegati nei quali si raccoglieranno le osservazioni delle sotto-commissioni ad interesse locale – da istituire dietro apposite delibere degli organi amministrativi regionali (con obbligo di supervisione e consenso delle relative giunte) – in base ai quali elaborare una proposta pre-operativa che dovrà ottenere il consenso dei due terzi della commissione più i tre quinti delle suddette sotto-commissioni oltre che, superato il primo livello approvativo, quello dell’ufficio di presidenza del Parlamento, del sottosegretario alla presidenza, del funzionario vicario preposto, del capo di gabinetto del vicesegretario della giunta di controllo delle delibere (con la necessaria approvazione dei cinque ottavi dei membri della giunta), così da poter essere finalmente sottoposta a lettura da parte dell’ufficio della Presidenza del Consiglio e messa in discussione in entrambi i rami parlamentari con convocazione obbligatoria dei dodici diciottesimi dei membri, con eventuale approvazione in base al numero di voti maggiore o uguale al quorum funzionale fissato in una frazione superiore alla metà del numero totale dei votanti o degli aventi diritto al voto.

Se questo iter sarà concluso con successo, finalmente la suddetta commissione potrà istituire una task force atta allo studio delle semplificazioni da adottare, non prima tuttavia di aver designato una sub-task force che vigili sui lavori della prima per la quale il regolamento sarà da discutere al più tardi in data da destinarsi.

Ecco.

L’Italia.

ItaGlia, pardon.

La nuova legge italiana sugli sconti dei libri

[Foto di Free-Photos da Pixabay.]
Da soggetto interessato al tema (del quale mi sono occupato parecchie volte, in passato), dico che la nuova “Legge sulla lettura” approvata in Italia qualche giorno fa è, finalmente, un buon passo verso il sostegno concreto a questa fondamentale e imprescindibile ambito. Propone provvedimenti non certo risolutivi ma indubbiamente utili a rendere il mercato realmente al servizio (e non viceversa) della cultura di cui libri sono lo strumento per eccellenza e avvicina l’Italia agli altri paesi europei, ben più avanzati sotto questi aspetti, che da tempo hanno leggi a sostegno del mercato editoriale sovente esemplari – vedi il caso della Germania – o di aiuto ai librai, come in Francia. Certamente la lettura in Italia soffre ancora di storture evidenti – il ruolo fin troppo preponderante e a volte scaltramente “politico” della distribuzione, ad esempio – e in primis, della gravissima malattia provocata dal fatto che buona parte degli italiani non leggono (posso dire? Ignoranti! L’ho detto.) sollecitati in ciò da un ambiente socio(non)culturale che premia molto più la stupidità che la conoscenza, ma, ribadisco, un passo legislativo del genere (o anche maggiore, ma questo offre la realtà politica italica) doveva essere compiuto.

E comunque, in tutta sincerità, il fatto che proprio l’AIE, l’associazione che riunisce i più grandi editori italiani, si dica contraria all’approvazione della nuova legge adducendo motivazioni francamente insulse e contrarie al più ordinario buon senso (si vedano i link nel post), la trovo una delle migliori giustificazioni a suo favore, ecco. Proprio loro, poi, che da anni buttano soldi in produzioni editoriali (e autori) di scarsissimo pregio, per poi svendere i relativi libri con sconti folli (che soffocano inesorabilmente i librai) per svuotare i loro magazzini così pieni di pochezze letterarie, nel frattempo ignorando autori di talento autentico perché, evidentemente, non raccomandati e non “pompati” da social e TV! Ma per favore!

La “compensazione” di Liliana Segre

(Liliana Segre negli anni ’30 con il padre Alberto, deportato e ucciso ad Auschwitz nel 1944. ©Archivio CDEC [fondo fotografico Segre Liliana – n. 22]. Fonte: Wikipedia Commons.)
Ciò che personalmente mi sconcerta di più, delle vicende recenti che hanno coinvolto – nel bene e nel male – la senatrice Liliana Segre, non è tanto ciò che è accaduto in Senato con la votazione per l’istituzione della Commissione sul razzismo e l’antisemitismo (qui potete leggere il testo della mozione) che, se possibile, dimostra una volta ancora quanto schifosa sia diventata la politica in Italia, e nemmeno la valanga continua di insulti e di messaggi d’odio a cui viene sottoposta sui social, i quali mi paiono del tutto conformi allo stato di degrado culturale della società italiana contemporanea – almeno di quella parte di società antisociale che viene condizionata dai media. Quello che piuttosto trovo tremendamente sconcertante è che tutto questo accada ancora oggi, anno 2019; che accada nonostante la storia recente italiana, la quale fece anche dell’antisemitismo un elemento della tragedia nella quale cadde e con cui rischiò di essere distrutta; e che, anche qui per l’ennesima volta, si fa evidente che l’Italia non è capace di fare i conti con la propria storia. Non è una questione che li voglia fare o meno ma proprio che non sia in grado di farlo, che gli manchino totalmente gli strumenti culturali per attuare una tale operazione, fondamentale per il suo presente e per il futuro, e che non gli passi nemmeno per l’anticamera del cervello, istituzionale e collettivo, di provare a formarseli, quegli strumenti. Tutto ciò rende una figura come Liliana Segre e la sua vicenda umana l’elemento fuori dalla norma, non quegli haters sui social o le strumentalizzazioni deficienti e demenziali della politica riguardo certe tematiche. E nemmeno – per dirne un’altra – quello che io definirei il “carnevale autunnale” di Predappio, nel quale tremila tizi mascherati da fascistoni-cattivoni si sono nuovamente radunati per omaggiare un personaggio la cui vicenda storica ha trasformato a sua volta in una maschera tragica, un evento tanto ridicolo quanto grottesco che non va affatto proibito (come sostiene la stessa Liliana Segre) perché di cose così spassose in giro non ce ne sono poi tante.

Si può sperare, insomma, che l’Italia riesca pur con deprecabile ritardo a farli quei conti con la propria storia e a riequilibrare la memoria collettiva al riguardo? Non so, personalmente sono più pessimista che ottimista ma ho speranza nei giovani i quali, salvo qualche sbandamento inquietante, dimostrano spesso di avere più sale in zucca di molti adulti nonché di avere a disposizione almeno una parte di quegli strumenti culturali atti a migliorare la situazione. Altrimenti, l’unica altra via praticabile è quella per cui la democrazia cessa di essere tale quando sviluppa in se stessa elementi che ne minino il senso e l’esistenza, ergo deve indispensabilmente fornirsi di difese atte a scongiurare questa evenienza: un paradosso solo all’apparenza, dal momento che qualsiasi società presuntamente democratica che permetta quanto sopra in realtà così democratica non lo è affatto ovvero non lo è compiutamente (e quindi non è democrazia comunque). Come scrisse acutamente Walt Whitman, «La democrazia può lasciar crescere rigogliosamente la più fitta distesa di piante e frutti nocivi, mortali – introduce invasori, uno peggiore dell’altro – e quindi ha bisogno di più nuove, più vaste, forti e volonterose compensazioni e spinte.» Ecco, Liliana Segre è certamente una di queste preziose e illuminanti “compensazioni”; gli altri sono solo frutti nocivi e mortali per l’intera società.

Tutto diverso, tutto come prima

A tutti i “reduci” delle ultime elezioni politiche, ai vittoriosi e agli sconfitti, agli esultanti sobri, a quelli gongolanti e a quelli sguaiati, ai delusi, ai depressi, agli irosi e agli affranti sull’orlo di un crisi di nervi, a quelli che “poteva andare peggio” e a quelli che “non poteva andare meglio”, agli orgogliosi e ai vergognosi, ai boriosi e ai meschini, a quelli che se potessero rivotare cambierebbero la loro scelta e a quelli che nemmeno si ricordano cos’hanno votato, a quelli che dicono che è finita un’era e a quelli che sostengono che ne è cominciata una nuova (ma non si tratta della stessa “era”), a chi commenta, analizza, giudica, critica, esamina, sviscera, profetizza, vaticina, a quelli che saltano sul carro dei vincitori, a quelli che si ritrovano buttati a terra e agli altri che stanno già pensando di diventare nuovi carrozzieri
A tutti costoro, insomma, consiglio di leggerci sopra qualcosa, giusto per svagarsi un attimo e magari capire un po’ meglio come stanno le cose. Ecco, leggere qualcosa tipo il brano seguente, peraltro celeberrimo – anzi, sempre più tale anche perché sempre più atemporale – e poi mettersi il cuore in pace. In qualsiasi caso.

Il ragazzo divenne serio: il suo volto triangolare assunse una inaspettata espressione virile. “Parto, zione, parto fra mezz’ora. Sono venuto a salutarti.” Il povero Salina si sentì stringere il cuore. “Un duello?” “Un grande duello, zio. Contro Franceschiello Dio Guardi. Vado nelle montagne, a Corleone; non lo dire a nessuno, sopratutto non a Paolo. Si preparano grandi cose, zione, ed io non voglio restarmene a casa, dove, del resto, mi acchiapperebbero subito, se vi restassi.” Il Principe ebbe una delle sue visioni improvvise: una crudele scena di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato soldato. “Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettersi con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev’essere con noi, per il Re.” Gli occhi ripresero a sorridere. “Per il Re, certo, ma per quale Re?” Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?” Abbracciò lo zio un po’ commosso. “Arrivederci a presto, Ritornerò col tricolore.” La retorica degli amici aveva stinto un po’ anche su suo nipote; eppure no. Nella voce nasale vi era un accento che smentiva l’enfasi. Che ragazzo! Le sciocchezze e nello stesso tempo il diniego delle sciocchezze.

(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1969 – 1a ed.1958.)