La nuova legge italiana sugli sconti dei libri

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Da soggetto interessato al tema (del quale mi sono occupato parecchie volte, in passato), dico che la nuova “Legge sulla lettura” approvata in Italia qualche giorno fa è, finalmente, un buon passo verso il sostegno concreto a questa fondamentale e imprescindibile ambito. Propone provvedimenti non certo risolutivi ma indubbiamente utili a rendere il mercato realmente al servizio (e non viceversa) della cultura di cui libri sono lo strumento per eccellenza e avvicina l’Italia agli altri paesi europei, ben più avanzati sotto questi aspetti, che da tempo hanno leggi a sostegno del mercato editoriale sovente esemplari – vedi il caso della Germania – o di aiuto ai librai, come in Francia. Certamente la lettura in Italia soffre ancora di storture evidenti – il ruolo fin troppo preponderante e a volte scaltramente “politico” della distribuzione, ad esempio – e in primis, della gravissima malattia provocata dal fatto che buona parte degli italiani non leggono (posso dire? Ignoranti! L’ho detto.) sollecitati in ciò da un ambiente socio(non)culturale che premia molto più la stupidità che la conoscenza, ma, ribadisco, un passo legislativo del genere (o anche maggiore, ma questo offre la realtà politica italica) doveva essere compiuto.

E comunque, in tutta sincerità, il fatto che proprio l’AIE, l’associazione che riunisce i più grandi editori italiani, si dica contraria all’approvazione della nuova legge adducendo motivazioni francamente insulse e contrarie al più ordinario buon senso (si vedano i link nel post), la trovo una delle migliori giustificazioni a suo favore, ecco. Proprio loro, poi, che da anni buttano soldi in produzioni editoriali (e autori) di scarsissimo pregio, per poi svendere i relativi libri con sconti folli (che soffocano inesorabilmente i librai) per svuotare i loro magazzini così pieni di pochezze letterarie, nel frattempo ignorando autori di talento autentico perché, evidentemente, non raccomandati e non “pompati” da social e TV! Ma per favore!

L’estinzione degli scrittori

Uno scrittore scrive un libro attorno ad uno scrittore che scrive due libri, attorno a due scrittori, uno dei quali scrive perché ama la verità ed un altro perché ad essa indifferente. Da questi due scrittori vengono scritti, complessivamente, ventidue libri, nei quali si parla di ventidue scrittori, alcuni dei quali mentono ma non sanno di mentire, altri mentono sapendolo, altri cercano la verità sapendo di non poterla trovare, altri credono d’averla trovata, altri ancora credevano d’averla trovata, ma cominciano a dubitarne. I ventidue scrittori producono, complessivamente, trecentoquarantaquattro libri, nei quali si parla di cinquecentonove scrittori, giacchè in più di un libro uno scrittore sposa una scrittrice, ed hanno tra tre e sei figli, tutti scrittori, meno uno che lavora in banca e viene ucciso in una rapina, e poi si scopre che a casa stava scrivendo un bellissimo romanzo su uno scrittore che va in banca e viene ucciso in una rapina; il rapinatore, in realtà, è figlio dello scrittore protagonista di un altro romanzo, ed ha cambiato romanzo semplicemente perché gli era intollerabile continuare a vivere assieme a suo padre, autore di romanzi sulla decadenza della borghesia, e in particolare di una saga familiare, nella quale figura anche un giovane discendente di un romanziere autore di una saga sulla decadenza della borghesia, il quale discendente fugge di casa e diventa rapinatore, e in un assalto ad una banca uccide un banchiere, che era in realtà uno scrittore, non solo, ma anche un suo fratello che aveva sbagliato romanzo, e cercava con raccomandazioni di farsi cambiare romanzo. I cinquecentonove scrittori scrivono ottomiladue romanzi, nei quali figurano dodicimila scrittori, in cifra tonda, i quali scrivono ottantaseimila volumi, nei quali si trova un unico scrittore, un balbuziente maniacale e depresso, che scrive un unico libro attorno ad uno scrittore che scrive un libro su uno scrittore, ma decide di non finirlo, e gli fissa un appuntamento, e lo uccide, determinando una reazione per cui muoiono i dodicimila, i cinquecentonove, i ventidue, i due, e l’unico autore iniziale, che ha così raggiunto l’obiettivo di scoprire, grazie ai suoi intermediari, l’unico scrittore necessario, la cui fine è la fine di tutti gli scrittori, compreso lui stesso, lo scrittore autore di tutti gli scrittori.

(Giorgio Manganelli, Cento, in Centuria. Cento piccoli romanzi fiume, Milano, Adelphi ed.1995, pagg. 215-216.)

P.S.: Manganelli era un genio. Punto.

Architetture sonore | Suoni architettonici

Due preziosi amici e, ancor più, due mirabili scrittori, due libri di valore assoluto, tre eventi che li presentano:

Mercoledì 5 febbraio, presso la Biblioteca dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, un architetto-creatore di alcune delle più insigni architetture alpine narrato da un architetto-scrittore tra i più insigni conoscitori di quelle architetture, ospiti in uno dei più insigni luoghi di custodia della cultura architettonica tra Italia e Svizzera…… ovvero, Luciano Bolzoni presenta Carlo Mollino. Architetto, un libro che non disquisisce solo di architetture ma di molto più: di un geniale personaggio, di un’epoca, di uno stile e una visione del mondo e della vita unici.

Venerdì 7 febbraio, alla libreria “Tempo Ritrovato” di Milano, un grande narratore di paesaggi e Natura racconta di altrettanti fondamentali paesaggi per l’animo umano, quelli musicali – ma nel senso meno banale e più intenso del termine: Davide Sapienza e Attraverso le Terre del Suono, il suo ultimo libro, la geopoetica che incontra e si fonde con il georock, la «musica come aspirazione dell’essere».

Domenica 9 febbraio, al Forte di Bard, lo stesso architetto-creatore di alcune delle più insigni architetture alpine narrato dallo stesso architetto-scrittore tra i più insigni conoscitori di quelle architetture, dei quali ho detto poco sopra, questa volta ospiti in una delle più insigni architetture storiche delle Alpi… di nuovo Luciano Bolzoni che presenta Carlo Mollino. Architetto, esatto.

Serve aggiungere che siano due eventi da non perdere? No, non serve.

Paolo Nori, “La grande Russia portatile”

C’è ne sono di posti al mondo ricchi di contraddizioni, senza dubbio, ma come la Russia credo pochi, forse nessuno. Voglio dire, anche gli Stati Uniti – per citare un paese di paragonabile “taglia” geopolitica – ne hanno, ma di natura per così dire più superficiale, più legata alla quotidianità di una dimensione socioculturale di recente formazione e tutto sommato uniforme anche nelle sue diversità più spiccate, quella coi poi a volte si definisce ancora “sogno americano” nonostante negli ultimi tempi la sua connotazione onirica sia sempre più scivolata versi ambiti tenebrosi, da incubo insomma.

La Russia invece, in quanto nazione e in quanto luogo peculiarmente antropologico, sociale, sociologico e culturale, presenta contraddizioni molto più profonde e più psicologiche, se così posso dire, legate a un’anima nazionale da secoli irrequieta e divisa, in primis “psicogeograficamente” tra Europa e Asia ovvero tra due culture generalmente differenti e in certi casi radicalmente diverse. Qualcuno ha imputato al popolo russo una certa tendenza all’autolesionismo, alla depressione “antropologica” e relativa remissione politica, o l’incapacità di concepirsi in maniera compiuta come “potenza”, in senso geopolitico e non solo, mancanza che la Russia svilupperebbe anche solo in forza dell’estensione del suo territorio e che invece, quando nel corso della storia sembra finalmente definirsi, finisce nuovamente per sgretolarsi e prostrarsi su se stessa. Già Diderot la definì «un colosso dai piedi di argilla», e uno dei russi più grandi di sempre, Tolstoj, così scrisse al riguardo dei propri connazionali: «“Noi non vogliamo prendere parte al peccato del governare. Se voi non lo considerate come un peccato, venite e governate”. Questa psicologia dei russi spiega la loro docilità verso gli autocrati più crudeli, o più pazzi, da Ivan il Terribile fino a Nicola II. È così che il popolo russo considerava il potere nei tempi antichi, ed è così che lo considera ancora oggi.»

Ecco: Tolstoj, ovvero la grande letteratura russa, forse l’unica cosa realmente potente, in fin dei conti, che la Russia abbia saputo preservare dentro i propri confini nel corso della sua tribolata storia politica. E a parlare di letteratura russa, in Italia, uno dei primi nomi che devono venire in mente è quello di Paolo Nori, che al mondo russo-sovietico ha dedicato buona parte della sua vita e dei suoi studi, impiegando la restante parte a scrivere libri che, a mio modo di vedere, lo rendono uno degli scrittori migliori e più concretamente originali del panorama letterario italiano – in ciò una cosa rara, se posso aggiungere. In alcuni di quei suoi libri, poi, Nori racconta proprio della sua “Russia”, paese che ha visitato più volte da appena dopo che l’URSS collassò, vivendone la trasformazione in un paese “(pseudo)occidental-capitalista” e, appunto, cogliendo tuttavia il gran fiorire di contraddizioni che quel cambiamento radicale aveva risvegliato e persino esaltato anche più di prima. Di questi suoi particolari “diari di viaggio” (definizione quanto mai esigua, in tal caso) ho già letto quello scritto a quattro mani con Daniele Benati, Baltica 9. Guida ai misteri d’Oriente, cronaca on the road di un viaggio e d’un’avventura umana dall’Italia a San Pietroburgo; ne La grande Russia portatile (Salani Editore, 2018), invece, il viaggio si stende nel tempo più che nello spazio e nella dimensione russa che, appunto, Nori conosce meglio di e come pochissimi altri, quella letteraria []

(Leggete la recensione completa de La grande Russia portatile cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Uno scarpone abbastanza grosso

Il Paul fa sì con la testa, il comune ha minacciato di chiudere lo skilift, da quando è presidente quell’altra testa di legno vogliono risparmiare su tutto, sarebbe un peccato per il nostro bel muletto, se pensi a quanti ci hanno imparato a sciare, da qui veniva fuori un campione un anno si e un anno no, come il Seppi Plum, un lampo, peccato solo che è finito nel bosco. Una miniera di talenti è questa, ma poi ti arrivano quelli lì e non trovano uno scarpone abbastanza grosso per il calcio in culo che voglion piazzarti.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.13.)