Pubblicare inediti

Questo è un post sulla letteratura. Più precisamente sulla pornografia in letteratura. Quindi se non vi garba l’argomento non dite che non vi avevo avvertiti.
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Perché si pubblicano degli inediti che era meglio restassero tali? La risposta che mi do me la suggerisce Omero (beato lui che non corre il rischio di inediti-parodia!) e la tradizione greco-latina: in Passato sì che gli uomini erano Eroi; sì che erano grandi Loro, e forti e possenti e gloriosi, Loro. Mica come adesso che tutto è rinsecchito e svilito e diminuito: il sapere, la conoscenza, il valore stanno nel Passato. Basta riscoprirlo, ristudiarlo, ri-editarlo….
Viviamo tempi di decadenza? Probabile. Insieme ai tempi, è decaduta pure la stroncatura e la figura stessa dello stroncatore. La causa è da ricercarsi nel marketing editoriale, la conventicola globale del lupo non mangia il lupo, io lo faccio a te e poi tu lo fai a me (le brutte cose innominabili che si fanno tra loro i “poeti laureati” e pure i narratori, laureati e non). Poi non lamentiamoci se la gente che legge s’avvezza a leggere schifezze e, peggio, ad apprezzarle pure. La cattiva letteratura, e in particolare quella di origine sarda, è molto peggio della pessima moneta. La quale, come sanno anche i pescatori cubani, scaccia la buona.

Dall’articolo Inediti di Giuseppe Ravera, pubblicato sul suo blog “Le Nuove Madeleine”, nel quale ragione su come a volte (per non dire spesso e senza pensare di dire solo “qualche volta”) pubblicate inediti solo perché firmati da grandi autori è cosa che alla letteratura fa bene come indossare scarpe nuove e comodissime per attraversare un campo minato. Soprattutto poi se l’inedito del “tal autore” è il tal autore stesso a pubblicar(se)lo.

Potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine (anch’essa “rubata” da lì) in testa al post; questo mio repost pur parziale vuole anche essere un rinnovato invito a leggere il blog di Ravera, sempre foriero di spunti interessanti e riflessioni deliziosamente argute.

Scrivere è come viaggiare

[Foto di Christine Engelhardt da Pixabay.]

Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli.

Aveva ragione Emilio Salgari a sostenere questa cosa, d’altro canto è noto che il grande autore veronese scrisse i suoi romanzi d’avventura ambientati in Malesia e con protagonista il celeberrimo pirata Sandokan senza mai essere stato ne in Malesia ne tantomeno in India o nel Mar dei Caraibi, altre ambientazioni dei suoi romanzi, che invece conobbe e studiò attraverso le pagine di enciclopedie, riviste di viaggi e un gran numero di altre fonti cui attingeva nelle biblioteche delle città in cui visse.

Ma, a parte tali notevoli abilità salgariane, è vero che la pratica della scrittura letteraria ricorda molto quella del viaggio: si parte, da un luogo per la seconda e da una parola o una frase per la prima, si viaggia attraverso territori e fantasie, idee, geografie, intuizioni, storie, eventi, intanto i caratteri messi sul foglio (anche come stampa di un file) tracciano una rotta tra i suddetti elementi esattamente come il viaggiatore la traccia nel suo percorrere il mondo – in fondo è un mondo anche quello che l’autore crea con il suo scrivere, poco o tanto fantastico ma comunque reale e concreto, per il suo lavoro di scrittura: non a caso al riguardo si usa spesso la definizione di “mondi letterari”.

Così i due “viaggi”, quello letterario e quello geografico, interpretano similmente pagine e mappe seguendo visioni e indicazioni, attraversando mete intermedie come tanti capitoli del viaggio stesso, producendo esperienze potenti e utili, se non indispensabili, per il prosieguo del percorso – che potrà essere logico e determinato oppure istintivo e vagabondante, non importa, semmai importa che sia sempre consapevole e relazionato alla dimensione nella quale si viaggia, sia essa quella immateriale delle idee o quella materiale della geografia – esperienze che poi contribuiscono a generare paesaggi, mentali e letterari ovvero territoriali e ambientali che a loro volta diventano elementi identificanti – per la storia scritta o per i luoghi attraversati – e nei quali identificarsi – l’autore nella propria narrazione, il viaggiatore nel territorio che sta esplorando.

Infine, entrambi questi “viaggi” raggiungono una meta – il punto finale che chiude il testo, il luogo nel quale si voleva giungere – che tuttavia non è mai la fine del viaggio, ma il punto di giunzione tra l’arrivo ormai conseguito e una nuova partenza da attuare, dacché mai per l’autore letterario la fine di un testo rappresenta fine della scrittura tout court e mai per il viaggiatore l’arrivo ad una meta comporta la fine del proprio viaggiare.

Non è un caso, d’altronde, che i grandi scrittori sono sempre anche grandi viaggiatori e i grandi viaggiatori, se non sono autori ma vogliono provare a descrivere i proprio viaggi, lo sanno fare in forza di un “talento” coltivato proprio attraverso il viaggiare, pratica che si manifesta come un serbatoio privilegiato e pressoché illimitato di idee, intuizioni, spunti, illuminazioni, visioni e fantasie per lo scrittore. Insomma: ciò che si dice un autentico circolo virtuoso tra scrivere e viaggiare, nel quale (e dal quale) è sempre bellissimo lasciarsi “volteggiare”: tra le parole, i libri, le idee, i territori, i luoghi e le rispettive, affini meraviglie di questo mondo così sorprendentemente uguale, all’apparenza differente e invece assolutamente unico.

Un effetto farfalla letterario

[Photo by Lacie Slezak on Unsplash.]
I libri veramente grandi sanno generare una sorta di proprio “effetto farfalla“: basta il semplice sfoglio di ogni singola pagina dei loro volumi per scatenare un uragano di emozioni nella mente, nel cuore e nell’animo dei loro lettori.

Leggere troppo, ma non leggere abbastanza

Qualche giorno fa sul sito web de “La Repubblica” è stato pubblicato un video (cliccate sull’immagine qui sopra per vederlo) nel quale Bruno Le Maire, ministro francese dell’Economia, si è rivolto alle giovani generazioni in un appassionato discorso diventato virale sui social a favore della lettura dei libri in contrapposizione alla dipendenza da web e social. «Leggete, staccatevi dagli schermi. Gli schermi vi divorano, la lettura vi nutre» ha detto Le Maire. «Gli schermi vi svuotano, i libri vi riempiono. Fa tutta la differenza. La letteratura e i libri vi permetteranno di scoprire quanto siete unici e fino a che punto non assomigliate a nessun altro. È quello che fa l’umanità. Ogni persona è unica. Ed è la letteratura che ce lo insegna.»

Al ministro francese, e al suo appello senza dubbio ottimo e importante nei principi esposti, ha “risposto” a suo modo Pier Luigi Sacco, intellettuale illuminante che sovente “ospito” qui sul blog in forza della costante lucidità e profondità delle sue considerazioni sui temi della cultura in genere, il quale sulla propria pagina facebook ne ha postate alcune al riguardo che nuovamente trovo assai interessanti e sagaci per come sottolineino un paio di cose fondamentali, sull’argomento. Ve le propongo, sicuro che a vostra volta le troverete importanti e “preziose”:

Questo appello sarà anche diventato virale, ma sospetto che a viralizzarlo siano stati soprattutto i genitori e i coetanei del Ministro. Fare la morale alle nuove generazioni non è mai stato efficace in genere. Per quanto nella sostanza ciò che viene detto sia vero, nel senso che la letteratura e i libri in generale sono una risorsa fondamentale, la cui rinuncia comporta un grave impoverimento in molti sensi, non credo che sia così che si convincerà qualche giovane in più a leggere. Credo che abbia ragione Pennac quando dice che il modo migliore di creare abitudine per la lettura è leggere ai propri figli, nell’età in cui questo è ancora possibile, ed estendendo il senso del suo ragionamento anche alle età successive dello sviluppo, creando interesse attorno a quello che i libri hanno da dirci e da raccontarci, non attraverso la demonizzazione dei nuovi mezzi, ma attraverso un loro uso intelligente. Anche perché c’è stato un periodo in cui il nuovo erano proprio i libri stampati, e qualcuno si stracciava le vesti pensando a come i romanzi licenziosi avrebbero corrotto l’animo dei giovani. Una delle doti dei libri è che consentono di mantenere una memoria storica. Forse il problema delle generazioni oggi mature non è che hanno letto troppo, ma che non hanno letto abbastanza per affrontare i tempi che viviamo con una sufficiente generosità e apertura mentale.

Dello scrivere dediche sui propri libri


Qualsiasi autore di testi letterari, che poi abbia avuto la fortuna di poterli presentare in pubblico, avrà ineluttabilmente sostenuto il momento – solitamente a fine presentazione – della firma delle copie del proprio libro (detto appunto firmacopie, in gergo), con altrettanto ineluttabile dedica ai richiedenti i quali di norma la richiedono espressamente e comprensibilmente. È un momento di massima apoteosi egotistica, per gli autori particolarmente sicuri di sé (la maggioranza) oppure di imbarazzo più o meno malcelato dall’ovvio piacere della richiesta, al quale tuttavia si contrappone il dilemma su cosa scrivere affinché il lettore del proprio libro ne sia soddisfatto. Ecco, io faccio parte della categoria degli “imbarazzati-ma-contenti”, per due sostanziali motivi: uno, non credo di essere così bravo, così noto e tanto reputabile da meritare una tal considerazione da parte dei lettori (i quali magari mi chiedono la dedica per mera cortesia – ma forse questo mio è solo un eccesso di modestia) ma ovviamente mi fa piacere che quelli siano così magnanimi, o così falsi, nei miei confronti; due, siccome voglio almeno dedicare una reciproca considerazione personale, riguardo quelle richieste, anche come forma di gratitudine immediata, da sempre personalizzo le dediche a chiunque e per qualsiasi mio libro, così che, salvo dimenticanze, credo che non esista una dedica su un libro del quale sono l’autore uguale a un’altra. Forse anche per questo motivo il momento della firma dei libri risulta per me quasi “imbarazzante” (anche se il termine dal mio punto di vista è sbagliato, in forza della sua connotazione negativa; meglio arduo): per quell’impegno subitaneo che devo mettere nello scrivere qualcosa, al contempo, di simpatico, gradito, sensato (o non troppo stupido e banale) e identificante, nel senso che possa ricordare al lettore quel momento e chi lo ha “sancito” attraverso la relativa dedica con piacere, anche a prescindere dal libro sulla quale è stata apposta. Insomma, deve essere a sua volta “letteraria”, la dedica, pur nella sua estrema stringatezza: una sorta di micro racconto istantaneo che, ribadisco, ha pure un fine di ringraziamento e di considerazione ricambiata verso il lettore da parte di me autore – posto che ciò vale per me, sia chiaro, e che qualsiasi altro autore ha certamente un proprio valido modus operandi al riguardo.

Intorno al tema “dediche sui libri” vi disserta con la propria solita e notevole arguzia Luca Goldoni in un bell’articolo di qualche tempo fa (lo potete trovare e leggere nella sua interezza qui), nel quale racconta di alcune sue emblematiche (e divertenti) esperienze al riguardo e che comincia così:

Credo che ogni libro dato alle stampe con maggiore o minore fortuna meriterebbe un libro bis, di successo sicuro: una raccolta delle dediche che l’autore ha vergato. Basterebbe un annuncio pubblicitario per invitare i lettori che hanno avuto il volume dedicato a inviare copia fotostatica del pensiero o battuta o peana firmati dall’autore. Naturalmente ci vorrebbe uno scrittore molto spregiudicato per pubblicare questo genere di autoritratto. Come non esiste maschio che non desidererebbe sprofondare scoprendo che altri uomini hanno ascoltato una sua dichiarazione d’amore, così, forse, non c’è scrittore che non si sentirebbe a disagio se fossero raccolte e analizzate le dediche che ha fatto al suo recensore, a un ministro, al parrucchiere della moglie, a un presidente di giuria, a una bella donna, a un altro scrittore: sterminate devozioni, gaglioffe umiltà, ammirazioni cosmiche. Oppure battute riuscite, tanto riuscite da essere riprodotte in piccole serie, con la speranza che i destinatari non s’incontrino mai e non s’accorgano d’essere stati catalogati nel tipo A o nel tipo B. Forse è più facile scrivere un buon libro che cento buone dediche.
È durante la presentazione di un volume, quando cioè bisogna vergare trenta o quaranta dediche una dopo l’altra, che l’autore si sente con le spalle al muro. Cerca di variare un po’ la formula sulle pagine già aperte che gli arrivano sotto la penna, come sfornate da una rotativa: con un cordiale pensiero, con viva cordialità, con sincera simpatia. È difficile un riferimento più preciso verso persone certamente amabili e cortesi (al punto di acquistare il libro) ma purtroppo sconosciute. […]

(Luca Goldoni, La difficile arte della… dedica, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.142, aprile 2020. L’immagine in testa al post è invece tratta da libreriamo.it ed è una dedica apposta sul suo On the Road da Jack Kerouac, il quale scrive: «Cara Janie Adams, potrai forse trovare una curiosa somiglianza tra Remi Boncoeur nel capitolo undici e il tuo grande amico Henri Cru – e io, credimi, lo so bene, essendo il Sal Paradise contenuto nel romanzo».)