Il blocco dello scrittore

Volevo scrivere qualcosa sul cosiddetto “blocco dello scrittore” e su come superarlo, ma non m’è venuto da scriverci nulla.

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Scrivere, per evitare una crisi (Emil Cioran dixit)

Scrivo per non passare all’atto, per evitare una crisi. Non ho scritto una sola riga alla mia temperatura normale. Scrivere è una provocazione, una visione fortunatamente falsa della realtà che ci situa al di sopra di ciò che è e di ciò che ci sembra essere. Esiste un vantaggio ancora più notevole, di cui lo scrittore ha il monopolio: quello di sbarazzarsi dei propri pericoli. Mi chiedo cosa sarei diventato senza la facoltà di riempire delle pagine. Scrivere significa disfarsi dei propri rimorsi e dei propri rancori, vomitare i propri segreti.

(Emil M. Cioran, Esercizi di ammirazione. Saggi e ritratti, Adelphi, 1988, traduzione di Mario Andrea Rigoni e Luigia Zilli.)

Quella di Cioran è un’ennesima attestazione nei confronti della reale e profonda essenza dello scrivere, per che compia tale pratica artistica con piena cognizione di causa. Una pratica sempre intensa, sconquassante, autodestabilizzante, a volte pure sconvolgente. Giammai solo una “passione”, un “divertimento” o altro di simile, no: qualcosa invece che brucia ovvero raggela l’animo nella sua parte più profonda, e che proprio per questo può diventare qualcosa di veramente grande – anche per ne gode, per il lettore. O qualcosa di annientante – spesso a insaputa dello stesso autore ma non del buon lettore, quello che legge per sua precisa volontà e non che legge per “calcolata persuasione”.

WALDEN sta tornando!

Vi ho già raccontato di Walden, qui sul blog, all’epoca dell’uscita del numero 0: un magazine nuovo nel senso più pieno del termine – a partire dal fatto che definirlo “magazine” è cosa intuitiva ma assai imprecisa e per molti aspetti sminuente.

Un’impresa letteraria ed editoriale così innovativa ha comportato un percorso inevitabilmente arduo, al fine di trasformare l’originaria bella idea in un progetto altrettanto bello quanto concreto. D’altro canto è uscendo dai sentieri già tracciati e lasciando nuove tracce altrove, dove nessuno è passato ovvero dove nessuno ha realmente osservato intorno e oltre, che si può realmente esplorare e conoscere a fondo un territorio, allontanandosi dalle convenzioni dell’ordinario per generare intuizioni e cogliere visioni stra-ordinarie. Ciò può comportare difficoltà, ostacoli da superare, passi lenti e accorti, meditazioni più approfondite, ma se la direzione è quella giusta e la perseveranza consona, si possono raggiungere orizzonti altrimenti invisibili e profondamente illuminanti.

Bene, Walden s’è fatto il suo buon percorso articolato, ha superato gli ostacoli, ha ponderato il proprio cammino senza mai scordare la meta prefissatasi – nella certezza che quella meta non è che il punto di giunzione tra due tappe del lungo cammino d’un viaggio nel quale, più di ogni altra cosa, è chi viaggia a essere il viaggio stesso.

E pure chi legge lo è: sì, perché Walden sta tornando. O, meglio, sta finalmente iniziando il suo vero e speriamo illimitato viaggio. Così ha scritto al riguardo il suo direttore editoriale, Antonio Portanova, sulla pagina facebook del magazine:

Cari amici. Walden è tornato. Questi mesi ci hanno fatto capire che possiamo e vogliamo continuare la nostra avventura editoriale. Dopo il numero 0, che ci ha dato tante soddisfazioni, abbiamo preparato il terreno per ciò che verrà, d’ora in avanti.
Siamo felici e orgogliosi di annunciarvi che il numero 1 di Walden è in uscita: avrete prestissimo aggiornamenti e, d’ora in avanti, per chi lo vorrà, un appuntamento fisso semestrale. Due uscite l’anno che, se avremo il seguito sperato, ci auguriamo un giorno di moltiplicare. Se vi è piaciuto il nostro numero-pilota, il numero 0, aiutateci a far conoscere il magazine. Come molti di voi già sanno, questo progetto si basa solo sul riscontro dei lettori. Che speriamo siano ogni giorno di più.
Il numero 1 di Walden sarà un monografico, interamente dedicato al tema del vento. Restate sintonizzati sulle nostre frequenze, da qui all’imminente uscita vi daremo ulteriori dettagli. Intanto, una piccola anticipazione: è di questi giorni la notizia che il Cile ha istituito cinque nuovi parchi nazionali. L’articolo de Il Post potete leggerlo qui. All’interno del numero 1, parleremo anche di Douglas Tompkins, l’uomo cui dobbiamo buona parte di questa bellissima notizia.
Grazie a tutti coloro che hanno creduto nell’idea di Walden. Siamo tornati.

Lodi e glorie imperiture a Walden, dunque. E tenete sott’occhio, oltre che la pagina facebook, il sito del magazine, nel quale peraltro potete pure abbonarvi e/o acquistare il numero 0.

In effetti un nome così, “Walden”, tanto carico di senso, di storia, di fascino e di valore culturale, antropologico, filosofico nonché – last but non least – umano, non poteva trovare manifestazione editoriale più significativa.

L’appello a favore della cultura, e la pioggia nel deserto

L’appello ad una ben maggiore attenzione nei confronti della cultura da parte della politica, rivolto a questa da una nutrita schiera di intellettuali, artisti, studiosi, accademici ed esponenti vari del panorama culturale nazionale nell’imminenza del voto elettorale, mi dà l’impressione di un improvviso acquazzone in mezzo al deserto.

Ovvero, da un lato qualcosa di necessario, indispensabile, essenziale per un territorio tanto arido – culturalmente, e non solo – come purtroppo è quello italiano; dall’altro, un apporto di pioggia assolutamente vitale che tuttavia rischia di essere assorbito totalmente da un terreno, ribadisco, ormai inariditosi al punto da non saper trarre nulla o quasi di realmente rinvigorente, da una tale circostanza.

Sono pessimista, sì, perché ho la netta sensazione che le classi politiche e dirigenti italiane non da oggi ma da tempo abbiano scelto di mettere da parte la cultura, di relegarla in un angolo polveroso e buio quando non di ignorarla del tutto, inseguendo altri “valori” molto più materiali, biechi, assolutamente più degradanti ma in grado di conferire tornaconti particolari (ovvero a vantaggio dei singoli, non certo della collettività) nel breve periodo. Qualcosa, insomma, di totalmente antitetico a ciò che è la cultura, ma pure a ciò che è la civiltà.

Ben venga l’appello suddetto, anzi, sia lodato e glorificato in ogni modo. Ma che non resti un’iniziativa dettata dal momento elettorale, che l’appello diventi un’invocazione, una sollecitazione continua, un’esortazione costantemente reiterata e rivendicata. Come se quell’acquazzone estemporaneo potesse diventare un monsone, inondando quei territori al momento quasi del tutto desertici, rendendoli di nuovo culturalmente fertili, produttivi, vivi: e tutti noi che in qualche modo ci occupiamo di cultura dobbiamo essere “nuvole” cariche di siffatta indispensabile pioggia. È un dovere dalla cui messa in atto nessuno si può sentire sollevato. Perché – lo rimarca bene lo stesso appello – se la cultura è viva, vive anche la società e ugualmente è viva la civiltà. Il che in Italia, peraltro, significa pure fare “vivere” bene il PIL.

Sono considerazioni del tutto elementari, queste, di una logicità assoluta. Meno che per la politica italiana, temo, almeno per come ha agito fino a oggi.

P.S.: in ogni caso, come la penso sul tema lo scrissi pure qui – e ribadisco con crescente decisione quelle mie riflessioni.

(Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere un articolo al riguardo tratto dall’Huffington Post.)

Determinismi 2.0 #5: pochi lettori, o troppi scrittori?

Ma poiin Italia ci sono troppi scrittori per la quantità di lettori che comprano libri, o ci sono pochi lettori per la quantità di scrittori che pubblicano libri?