Viaggiare per il mondo con Battiato

Credo che non esista un brano di Franco Battiato che non contenga in un modo o nell’altro il “viaggio”. Nel senso materiale o immateriale del termine e del concetto ovvero geografico, mentale, spirituale, metafisico, astrale, la musica di Battiato è potente e oltremodo suggestiva rappresentazione del viaggio nonché pratica sonora per viaggiare, con la mente nell’ascolto ma propedeuticamente per il viaggio vero e proprio. E non è solo una questione di interpretazione delle armonie e dei testi, ma sapete bene che i brani del grande Maestro siciliano sono infarciti di innumerevoli citazioni di luoghi, paesi, città, regioni e di genti, tradizioni, culture, saperi identificanti quei luoghi.

Posto ciò avrei voluto fare io (ma non l’avrei fatto così bene) ciò che ha fatto Alessio Arnese con “MAPPIATO”, sito web che presenta la Carta dei luoghi citati nelle canzoni di Franco Battiato con relativa playlist dei brani dai quali vengono le varie citazioni geografiche.

Un bellissimo modo non solo per omaggiare Battiato e la sua arte musicale, ma anche per dimostrarne il mirabile cosmopolitismo e l’illuminante valore multiculturale: un aspetto fondante e centrale, questo, di tutta la sua produzione artistica. Quello di Battiato è un multiculturalismo che è connessione di differenti e distinte identità culturali, lontano da certo globalismo ideologico o da superficiali banalizzazioni che nel voler vedere (pur giustamente) il pianeta come un solo luogo ignora e trascura la sua imprescindibile geografia umana. È relazione di tante identità tutte peculiari, confronto di culture, scambio di saperi, cognizioni, erudizioni, fervido invito alla conoscenza e all’arricchimento reciproco senza mai rinnegare la propria identità, anzi, facendo di essa il primo – e non solo perché proprio – elemento di condivisione e arricchimento. Che è poi, tutto questo, uno dei sensi fondamentali del viaggio più autentico, espresso in modo inarrivabile da chi – Battiato stesso, intendo dire – si è autodefinito un “professionista del viaggio” (clic) facendone una pratica di conoscenza, comprensione, illuminazione, sapienza e, a suo modo, di ascetismo.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare “MAPPIATO” e, inesorabilmente, buon viaggio!

Sapete dov’è la Curlandia?

[Foto di Gordon Johnson da Pixabay.]

Sulla mia carta fai-da-te non sono annotati stati-nazione, ma antiche regioni frontaliere inghiottite dalla geopolitica. Sentite che nomi. “Botnia”, dove il fondo del Baltico muore nella tundra. “Carelia”, un labirinto di fiumi tra Russia e Finlandia. “Livonia”, coperta di laghi e abeti. Ascoltate come suona bene la parola “Curlandia”, terra di lagune e dune di sabbia battute dal vento. Cercate sull’atlante la Prussia Orientale, la Latgallia e la Masuria, vengono i brividi solo a nominarle. E che mi dite della Polesia, lo spartiacque più piatto del mondo, terra dalle cui paludi un tempo potevi scendere in barca sia sul Baltico, sia sul Mar Nero? O delle sterminate colline della Volinia?
E ancora la Rutenia, la Podolia, la Bucovina: provate a fare questi nomi in un’agenzia di viaggi. Vi prenderanno per matti. Ma voi insistete, mostrate la carta geografica, dite che sono posti reali, che contengono fiumi, città, monasteri, sinagoghe, pianure e montagne. Dite che volete vedere anche la Budjak, ultima propaggine dell’Ucraina prima del Delta del Danubio, selvaggia terra di minareti in mezzo a un mare ortodosso, spazio franco di zingari e pastori. Pretendete di visitare la Bessarabia, la Dobrugia e la Tracia. Rieducate l’industria del turismo, spiegate che col petrolio alle stelle il viaggio deve ridiventare avventura e scoperta, mollare i centri rinomati, scegliere le periferie, ridiventare leggeri. In seimila chilometri non ho incontrato un viaggio di gruppo e nemmeno un ristorante cinese. Di italiani meno che meno. Vorrà pur dire qualcosa.

(Paolo Rumiz, Trans Europa Express, Feltrinelli, Milano, 2011, pagg.15-16.)

Questo è, a mio parere, uno dei passaggi più belli ed evocativi del noto libro-diario di viaggio di Rumiz lungo il “confine verticale” europeo, dal Circolo Polare Artico fino al Mar Nero, e ciò per due motivi.

Il primo, perché Rumiz evidenzia nuovamente l’importanza fondamentale dei toponimi, i nomi dei luoghi, veri e propri scrigni lessicali di storie e culture millenarie nonché di relativi saperi, nozioni, rivelazioni sul luogo che denominano nel corso del tempo e sulle genti che lo hanno vissuto, trasformato e abitato. Lo stesso Rumiz in un altro suo bel libro, La leggenda dei monti naviganti, scrive che «Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi» ed è verissimo, perché in effetti è anche grazie al nome che gli uomini gli conferiscono che uno spazio, un territorio, una zona diventa luogo e prende a vivere, a diventare dimora di un proprio Genius Loci. Per questo, in fondo, conoscere e indagare l’origine e il significato dei toponimi significa da un lato viaggiare nello spazio-tempo e, dall’altro, contribuire a mantenere vivo il luogo relativo. Tanta roba da un semplice nome, no?

Il secondo motivo è che in quel brano Rumiz ci ricorda di come molto poco, a ben vedere, conosciamo il mondo che abitiamo, e non territori lontani, esotici e di ostica visita ma regioni che sono parte del nostro stesso continente, in certi casi a un paio d’ore d’aereo o a poche di più d’auto da noi. Eppure la storia della parte di mondo in cui viviamo è ancora in gran parte dentro quei nomi: quelli che sono venuti dopo, sovente per imposizione geopolitica del tutto slegata dalla realtà storico-geografica relativa, sanno raccontare molto meno dei primi delle loro terre, dei loro luoghi, delle genti che vi sono nate o che le hanno abitate, delle loro geografie, morfologie, paesaggi, mitologie. Anche in tal caso conoscerli, quei nomi, e sapere a quali luoghi si riferiscono, non è un mero esercizio nozionistico ma un prezioso esercizio culturale e identitario – di identità virtuosa e benefica, intendo dire, quella che scaturisce da un luogo vivo e per questo identificante, appunto, giammai da una pretesa più o meno localistica che quasi sempre si nutre proprio della carenza di cultura storica, geografica e antropologica nonché di elementi del tutto avulsi e scriteriati.

Ed è un esercizio, quello a cui ho appena accennato, che possiamo fare in ogni territorio e luogo, piccolo o grande, dacché ciascuno di essi ha i suoi toponimi referenziali, identitari, storici, tradizionali, vernacolari, che il passare del tempo e la trasformazione della presenza umana tende a dimenticare e far svanire quando invece la loro salvaguardia è, ribadisco, una fondamentale manifestazione di vitalità culturale e antropologica. Perderne la conoscenza, di contro, significa perdere la storia, i saperi e l’anima dei luoghi in essi racchiusi: qualcosa che una civiltà già troppo smemorata come la nostra non si può assolutamente permettere.

Alpinscena #105

Quando mi chiedono quale sia la miglior rivista che si occupi di cultura di montagna, non ho esitazioni a rispondere: è “Alpinscena”, la rivista della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione della Regione Alpina, organizzazione indipendente, senza fini di lucro, impegnata per la protezione e lo sviluppo sostenibile delle Alpi.
Pubblicata in cartaceo da due a quattro volte l’anno nelle varie lingue in uso negli stati alpini, e con carattere solitamente monotematico, “Alpinscena” affronta questioni di attualità per le Alpi con modalità molteplici ma sempre altamente approfondite e attraverso visioni tanto innovative quanto costruttive. A informazioni basilari fornite da esperti sono affiancati esempi concreti riguardanti le seconde case, il riscaldamento globale, la diversità biologica, le costruzioni energeticamente efficienti, l’innovazione e molto altro che oggi forma l’ambiente alpino e determina la vita e la relazione con esso dei suoi abitanti o dei visitatori. Il tutto in poche ma dense pagine, nelle quali si può trovare quello che probabilmente è il punto di vista più avanzato in tema di Alpi, di paesaggio alpino, di vita in montagna, di fruizione della regione alpina. Ed è persino gratuita e scaricabile direttamente dal sito della CIPRA! – anche se un sostegno economico volontario è assai gradito.
Insomma, da conoscere e leggere, se siete studiosi, ricercatori cultori, abitanti, appassionati delle Alpi della loro realtà culturale.

Cliccate sull’immagine in testa al post per conoscere l’ultimo numero di “Alpinscena”, oppure qui per abbonarvi alla versione cartacea. Qui invece potete navigare nel sito web della CIPRA.

Buone e proficue letture alpine!

Il podcast della puntata #2 di RADIO THULE 2012/2013

Ecco qui, come tradizione del giorno successivo a quello della diretta, il file in podcast della puntata #2 di RADIO THULE 2012/2013 di lunedì 22 Ottobre 2012! Puntata intitolata Un inviato speciale tra la gente “normale”, e con ospite in studio Bruno Carenini, prossimo al debutto su RCI con la sua nuova trasmissione Gente Comune, corrispondente dai quattro angoli del pianeta per RCI, viaggiatore instancabile e cittadino del mondo: una bella chiacchierata sulle sue esperienze di viaggio e di contatto con popoli, società e culture diverse, su come realmente viene vista l’Italia (e gli italiani) all’estero, e su quanto la gente comune (appunto!), ovunque si trovi, dica, pensi, speri, sogni, e abbia voglia di esprimerlo…

Cliccate sulla radio qui sopra per ascoltare e scaricare il file, oppure visitate la pagina del blog dedicata al programma con tutto l’archivio delle puntate di questa e delle stagioni precedenti.

Prossimo appuntamento con RADIO THULE, lunedì 5 Novembre 2012. Save the date e, per ora, buon ascolto!