Soglio in “fasce”

L’affascinante opera grafica qui sopra riprodotta è uno dei frutti del rilevamento compiuto nel 1983 a Soglio, il bellissimo villaggio della Val Bregaglia (sul quale ho già scritto qui), dagli studenti di architettura della scuola di ingegneria dei due semicantoni di Basilea sotto la direzione del noto architetto svizzero Michael Alder e pubblicato nel volume del 1997 Soglio: Siedlungen und bauten / Insediamenti e costruzioni (testo oggi fuori commercio, purtroppo).

L’opera illustra le costruzioni nelle diverse fasce altitudinali del territorio comunale evidenziandone in maniera tanto immediata quanto chiara la relazione con la porzione di riferimento del territorio locale: dal basso in alto si passa dal fondovalle, dove è ancora presente la vite (800-900 m), alla zona dei castagneti (900-1100 m), dominata dal villaggio terrazzato. Al di sopra del paese seguono poi i monti bassi, la fascia inferiore di alpeggi sopra il limite di crescita delle latifoglie (1500 m), e i monti alti, la fascia superiore, appena al di sotto del limite di crescita delle conifere (2000 m), il massimo limite altitudinale dell’antropizzazione nel territorio di Soglio.

L’immagine (cliccateci sopra per ingrandirla) è tratta dalla voce “Soglio” del Dizionario Storico della Svizzera, che potete consultare qui.

Regole imperiture (per costruire sui monti)

[“Roccolo” di Villa Garbald, Castasegna, Svizzera, Studio Miller-Maranta. Immagine tratta da www.garbald.ch.]
Certamente conosciute di chi si occupa di progettazione architettonico-edilizia, le Regole per chi costruisce in montagna redatte dal grande architetto austriaco Adolf Loos, nel 1913 (e oggi contenute in Parole nel vuoto, Adelphi, 1972) rappresentano un micro-trattato di antropologia culturale montana, coniugato in senso architettonico, che risulta interessante e intrigante per chiunque si occupi di paesaggio o semplicemente ne abbia a cuore la salvaguardia e le sorti. Più di un secolo dopo la loro formulazione, le regole di Loos dimostrano tutta l’immutabilità del loro valore (a prescindere dal tono retoricamente obsoleto di certi passaggi e con le dovute contestualizzazioni al presente, ovvio) e palesano – come l’architetto austriaco aveva ben intuito già allora, appunto – la necessità di formulare la più ampia e strutturata visione possibile del luogo e delle sue peculiarità culturali con la relativa comprensione approfondita, quando si opera in contesti di grande bellezza e altrettanto grande delicatezza come quelli di montagna.

[“Casa FM”, Madesimo, Italia, Es-Arch/Enrico Scaramellini. Immagine © Marcello Mariana, tratta da architizer.com.]
Leggendole, ci si può facilmente rendere conto di come la loro saggezza di fondo sia stata molte, troppe volte trascurata, dimenticata oppure proprio ignorata in tanti progetti montani, col risultato frequente e paradossale di constatare spazi abitati in altura che si presentano come potenziali non luoghi, proprio nel contesto che come nessun altro detiene le peculiarità più compiute e definite di “luogo”. Parimenti, come già scrivevo nel disquisire su questo recente volume, oggi ben più di qualche lustro fa sono attivi sui monti progettisti che le regole di Loos dimostrano non solo di conoscerle bene ma pure di averle aggiornate al presente e al futuro ovvero al contesto contemporaneo delle montagne e delle comunità che le abitano nonché al tema della salvaguardia della cultura e dell’identità di esse, per il quale l’architettura e in generale l’azione antropica modificante il territorio rappresentano uno degli elementi fondamentali, nel bene e nel male – ma, appunto, sperando più il primo che il secondo.

Eccole qui sotto, le regole di Loos. Leggetele (se già non le conoscete, ribadisco) e ditemi se non sono soltanto un mini vademecum per progettisti montani ma pure una sorta di minimo breviario di vita in montagna e di relazione virtuosa con essa. Magari su alcune cose non si potrà essere d’accordo, è naturale, tuttavia la visione di Loos rappresenta una manifestazione di pragmatismo e di saggezza che ancora oggi è fin troppo raro trovare sui monti come si dovrebbe.

[“Rifugio Roticcio”, Val Bregaglia, Svizzera, Ruch & Partner Architekten. Immagine tratta da www.ruch-arch.ch.]

Non costruire in modo pittoresco. Lascia questo effetto ai muri, ai monti e al sole. L’uomo che si veste in modo pittoresco non è pittoresco, è un pagliaccio. Il contadino non si veste in modo pittoresco. Semplicemente lo è.

Costruisci meglio che puoi. Ma non al di sopra delle tue possibilità. Non darti arie. Ma non abbassarti neppure. Non porti intenzionalmente a un livello inferiore di quello tuo per nascita e per educazione. Anche quando vai in montagna. Con i contadini parla nella tua lingua. L’avvocato viennese che parla con i contadini usando il più stretto dialetto da spaccapietre deve essere eliminato.

Fa attenzione alle forme con cui costruisce il contadino. Perché sono patrimonio tramandato dalla saggezza dei padri. Cerca però di scoprire le ragioni che hanno portato a quella forma. Se i progressi della tecnica consentono di migliorare la forma, bisogna sempre adottare questo miglioramento. Il correggiato è stato sostituito dalla trebbiatrice.

La pianura richiede elementi architettonici verticali; la montagna orizzontali. L’opera dell’uomo non deve competere con l’opera di Dio. L’osservatorio degli Asburgo è un elemento di disturbo nel paesaggio del Wienerwald, ma il Tempio degli Ussari vi si inserisce in modo armonico.

Non pensare al tetto, ma alla pioggia e alla neve. In questo modo pensa il contadino e di conseguenza costruisce in montagna il tetto più piatto che le sue cognizioni tecniche gli consentono. In montagna la neve non deve scivolare giù quando vuole, ma quando vuole il contadino. Il contadino deve quindi poter salire sul tetto per spalar via la neve senza mettere in pericolo la sua vita. Anche noi dobbiamo costruire il tetto più piatto che ci è consentito dalle nostre cognizioni tecniche.

Sii vero! La natura sopporta soltanto la verità. Va d’accordo con i ponti a travi reticolari in ferro, ma rifiuta i ponti ad archi gotici con torri e feritoie.

Non temere di essere giudicato non moderno. Le modifiche al modo di costruire tradizionale sono consentite soltanto se rappresentano un miglioramento, in caso contrario attieniti alla tradizione. Perché la verità, anche se vecchia di secoli, ha con noi un legame più stretto della menzogna che ci cammina al fianco.

[Villa Müller, Praga, Repubblica Ceca, Adolf Loos.]
(Per ingrandire ciascuna immagine, cliccateci sopra.) 

 

 

Il corpo della Terra

Occupandomi di studiare la relazione che si instaura tra il territorio e le genti che lo abitano, la stessa dalla quale scaturisce il concetto di “paesaggio”, so bene e constato di continuo che si tratta di una relazione prettamente culturale. Di sicuro si struttura attraverso le molte declinazioni del termine “cultura” – storica, antropologica, sociale, geografica, eccetera – ma in ogni caso anche la parte più emozionale della relazione, pur importante, risulta sostanzialmente subalterna alla prima e da questa influenzata.

Tuttavia, quasi con altrettanta frequenza mi rendo conto che il legame che possiamo instaurare con il territorio e il suo paesaggio può risultare ancora più istintivo, ovvero legato a percezioni poco mediate che pescano da suggestioni diverse e “alternative”: per dire, l’immagine fotografica che vi propongo qui sopra (opera di quell’intrigante fotografo che è Filippo Macchi / Ma.Ni. Adventure Photography, che ringrazio molto per avermela concessa), di primo acchito mi ha generato l’impressione di qualcosa di vivo, la visione ravvicinata d’un organismo vivente, come se gli spettacolari calanchi ritratti fossero linee muscolari o articolazioni oppure, se immaginate ad una scala minore, rughe di un’epidermide antica ma per nulla sfibrata, anzi, ricolma di energia e assolutamente dinamica, appunto (e non solo perché in effetti i calanchi sono parti del territorio dotate di “movimento”). Ciò mi ha generato nella mente la sensazione di una potenziale relazione con questo luogo basata in primis sul contatto fisico tra organismi vivi più che su una elaborazione di matrice culturale, cioè sulla considerazione del luogo come parte a contatto di una grande entità con la quale instaurare un legame fisico, prima che mentale e intellettuale.

Da tempo è stata elaborata la concezione della Terra come grande organismo vivente, derivandola nell’idea di fondo dalla mitologia greca (Gea o Gaia – ma in fondo anche il Genius Loci dei Romani in altro modo dà vita ai luoghi così come certo Panteismo) e mediandola con la visione ecologica e olistica (nonché laica) contemporanea su tali temi: ma è un concetto che appare quasi sempre astratto, tanto suggestivo e affascinante quanto immaginifico e sfuggente. In effetti lo è ma, al di là di qualsiasi possibile tematizzazione di esso in chiave ambientalista, se riusciamo a osservare con maggior dettaglio e sensibilità la forma del territorio nel quale ci troviamo, credo che frequentemente possiamo trovare percezioni e parvenze fisiologiche e così elaborare una visione “biologica” del paesaggio atta a generare una relazione con esso più stretta e, appunto più viva oltre che un’essenza soggettiva del territorio e non solo funzionalmente oggettiva. Una relazione che ci può far comprendere meglio l’importanza della conoscenza e della salvaguardia del mondo nel quale viviamo, anche attraverso una forma di “affetto” generata proprio dal pensarci come organismi a contatto e in vincolo, interattivi e interdipendenti, legati da una relazione diversa nella forma ma non nella sostanza a quella che ci lega con qualsiasi altra creatura vivente: toccare la superficie terrestre come tastare un’epidermide che a suo modo genera vita e che dunque non possiamo permetterci di maltrattare, di ferire, di lacerare o sfigurare, se non assumendo tutta la cura e l’attenzione del caso e senza generare danno ma beneficio, proprio come dovessimo curare la pelle d’un’altra persona, di un nostro simile.

Ma a ben vedere, in quanto organismi viventi parte di un unico grande ecosistema, non siamo tutti quanti vicendevolmente simili?

È una visione estremamente immateriale e astratta, questa mia, lo so bene. Eppure anch’essa mi aiuta a comprendere meglio il territorio, il luogo il paesaggio nel quale mi trovo e a relazionarmi con esso, per quanto posso essere capace di fare: nel modo più culturalmente approfondito possibile, certamente, ma non senza l’apporto di quelle libere percezioni emozionali suddette. Solo vaneggiamenti, forse, o forse no. Chissà.

“Architetti e territori, 5 esperienze alpine”

Disquisendo spesso sul blog o in articoli vari di paesaggi montani e interventi antropici in essi, e non di rado dovendolo fare con toni critici in forza di ciò che nella forma e nella sostanza sui monti viene realizzato ovvero, per farla breve, di cose brutte in un ambito invece così bello (il che le rende ancora più opinabili), vado spesso alla ricerca dell’antitesi, cioè di cose belle e fatte bene e non solo per mere seppur importanti ragioni estetiche, ma per la presenza di una coerenza teorica e pratica rispetto al territorio oggetto dell’intervento, al suo paesaggio e al locale patrimonio culturale, sia quello materiale che quello immateriale. E se, come spesso accade, le cose brutte risultano più evidenti e più dissonanti (per cui viene conseguentemente più facile parlarne e denunciarne il danno cagionato, appunto), di cose belle e ben fatte sui monti ce ne sono molte, a opera di progettisti che finalmente si mostrano consapevoli del luogo nel quale operano, delle sue peculiarità culturali, della storia e del paesaggio, ricercando un dialogo fruttuoso con il Genius Loci dal quale trarre preziose e specifiche indicazioni sulle quali poi costruire i propri progetti.

Architetti e territori, 5 esperienze alpine, quaderno numero 48 della Fondazione Courmayeur Mont Blanc e sintesi dell’omonimo progetto pluriennale dell’Osservatorio sul sistema montagna “Laurent Ferretti” promosso dalla Fondazione stessa, presenta e descrive le esperienze professionali di cinque tra i più significati architetti in attività sulle Alpi e lo fa attraverso un punto di vista particolare e alquanto emblematico, ovvero relazionando i progetti con i luoghi nei quali sono stati realizzati. Non solo: altra particolarità, è che si tratta di luoghi specifici e geograficamente limitati, dunque dotati di una propria omogeneità paesaggistica e culturale in genere che ha rappresentato per i cinque architetti un elemento di base imprescindibile, facendo dunque dei lavori non solo meri interventi architettonici più o meno conformi al territorio ma innanzi tutto delle rappresentazioni coerenti dell’identità di quei luoghi, narrata e reinterpretata secondo i canoni della progettazione architettonica più avanzata e innovativa. Si possono così conoscere le esperienze – che nell’ottica geografica appena descritta vi elenco per ampiezza decrescente dei territori considerati – di Maruša Zorec in Slovenia, di Helmut Stifter e Angelika Bachmann in Alto Adige, di Hans-Jörg Ruch in Engadina, di Armando Ruinelli in Val Bregaglia e infine di Enrico Scaramellini in Valchiavenna []

[Enrico Scaramellini, Casa VG, Madesimo, 2017. Foto di Marcello Mariana, fonte: abitare.it.]
(Potete leggere la recensione completa di Architetti e territori, 5 esperienze alpine cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Grandi viaggi con pochi passi

A volte si percorrono grandi distanze ma si fanno “piccoli” viaggi. A volte invece basta fare pochi passi per compiere viaggi e avventure incredibili, o per scoprire che di ciò che si credeva di conoscere in verità si conosce poco o nulla.

Per il viaggio autentico non serve tanto una meta, e non serve un modo di viaggiare più di altri: se è vero ciò che disse Pessoa, «i viaggi sono i viaggiatori», è perché è altrettanto vero che i viaggiatori sono il viaggio. Che questo sia lungo solo pochi passi oppure milioni di chilometri, che porti in capo al mondo o poco oltre l’uscio di casa: non è tanto che per viaggiare servano dei viaggiatori, semmai per il viaggiatore autentico serve un viaggio da fare. Qualsiasi esso sia, ovunque esso porti.

È ciò che, per naturale conseguenza, rende un viaggio veramente autentico, più di ogni altra cosa.