Sul crocifisso nelle scuole

Da agnostico, anticlericale ferreo, sbattezzato della prima ora e da difensore della più autentica libertà di fede e di manifestazione della spiritualità personale, sapete che vi dico, riguardo il crocifisso nelle scuole? Se lo tengano pure appeso, ma sì!

Tanto, è ormai da tempo diventato un mero gadget propagandistico-commerciale svuotato di sacralità per colpa innanzi tutto di chi se ne fa contrassegno, la cui presenza non impedisce di certo alla scuola pubblica di essere comunque laica come deve essere per propria missione fondamentale in ogni paese realmente civile. Anzi, il crocifisso è diventato il simbolo lampante da un lato dell’arretratezza culturale nella quale la società italiana langue inesorabilmente, dall’altro dell’arroganza di chi lo usa per i propri biechi fini di propaganda politica e ideologica, per la quale la stessa “difesa delle tradizioni cristiane” è una buona scusa per preservare i propri poteri e privilegi senza (quelli credono) doverne rendere conto. In pratica, usano la fede nel divino per pretendere che si abbia fede in loro, nascondendo dietro la prima le nefandezze generate dalla seconda. Una cosa alquanto blasfema, a ben vedere.

Se ne resti pure lì appeso il crocifisso, ribadisco, per ricordare a chiunque su quale enorme base di ipocrisia si fonda l’Italia ancora oggi, anno 2019 dopo Cristo (e suo malgrado). Tanto, la vera spiritualità e la più autentica fede cristiana se ne stanno ben lontane da queste trovate così meschine.

(L’immagine in testa al post è tratta da https://www.teachdontpreach.ie/)

Lo Strega e M…ah!

Lode e gloria ad Antonio Scurati e al suo M, che ha vinto il Premio Strega 2019 – libro che non ho letto e sul quale dunque non posso dire nulla, anche in forza di certi articoli al riguardo nei quali sul libro si dice tutto e il contrario di tutto. Quindi, appunto, amen.

Resta tuttavia incrollabile la personale opinione circa lo Strega, che ho già rimarcato qui (e non solo lì) e che, giocando irrispettosamente con la copertina del libro di Scurati, ho illustrato nell’immagine in testa al post: a suo modo un “romanzo” o, meglio, una fiction sul grande (?!) mondo dell’editoria nostrana. Ai cui meccanismi (parecchio ostruiti nonostante tutto l’olio messoci dentro) anche Scurati si è dovuto adeguare, a leggere le sue dichiarazioni post-vittoria. Forse suo malgrado. O forse no.

P.S.: ma poi, conta veramente vincere “il più importante premio letterario italiano” come lo stesso Scurati ha dichiarato, appunto? Mah!

Jovanotti, Messner, Plan de Corones, e alcune domande che bisogna porsi

Occupandomi di frequente di progetti culturali riguardanti i territori di montagna, ho seguito con divertita curiosità la querelle tra Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, e Reinhold Messner in relazione al concerto che il primo terrà – salvo decisioni future – agli oltre 2200 metri di quota di Plan de Corones, in Sud Tirolo (qui, nel sito MountCity.it, trovate un buon riassunto della questione, con ulteriori approfondimenti.) Per lo stesso motivo suddetto, mi sono fatto una personale opinione in merito, che mi permetto di proporvi dacché, credo, mette in gioco un elemento che non mi pare sia stato presente del dibattito, almeno non in modo importante come ritengo possa essere.

L’elemento si chiama contestualizzazione. Ovvero: quella riguardante tali “grandi eventi” in quota non è tanto e non solo una questione di impatto e di sostenibilità ambientale, di salvaguardia dell’ambiente naturale, di rumore o di silenzio eccetera ma, io penso, di valutare se un certo “evento” (ovvero fatto, azione, intervento, attività, progetto…) sia contestuale al luogo in cui viene realizzato, in senso materiale (dunque ciò che offre concretamente tale evento) e immateriale (ciò che genera e lascia sul posto, soprattutto culturalmente).

Mi spiego meglio: da che la montagna è diventata un ambito turistico, prima d’elite e poi sempre più di massa, è stata sottoposta troppe volte a strategie e interventi che nulla hanno avuto (e tutt’oggi hanno) a che fare con l’ambiente montano e la sua cultura peculiare – intendendo col termine “cultura” il compendio dei significati che i monti offrono – i loro Genius Loci, in pratica. Oggi, la gran parte dell’immaginario comune legato ai monti, e alla catena alpina in particolare, è composto da elementi importati nelle terre alte da altrove, solitamente dalle città e dal pensiero urbano e attuati da centri di potere lontani (non solo come distanza geografica) dai monti: elementi che nel tempo hanno imposto modelli di sviluppo adeguati per i territori urbanizzati ma totalmente avulsi, quando non perniciosi, per i territori naturali ovvero dove l’equilibrio tra genti e ambienti fosse determinato da ben altre relazioni – antiche, tradizionali, rozze quanto si vuole ma assolutamente espressive della cultura ivi presente, dunque semmai da modernizzare e adeguare ai tempi, non certo da stravolgere oppure da cancellare e sostituire con tutt’altro. Da questo immaginario alpino comune, artificioso e deviato, scaturisce un concetto di “paesaggio” che troppe volte fa della montagna la rappresentazione di una succursale in quota della città, con infrastrutture, emergenze architettoniche, regolamentazioni urbanistiche, modifiche ambientali e del territorio, suoni, rumori, pratiche di fruizione dei luoghi, monetizzazione e patrimonializzazione delle loro peculiarità che oggi vengono considerate “normali” (spesso dagli stessi montanari, purtroppo) e che invece non c’azzeccano nulla di nulla con il contesto montano. Ciò chiaramente non vuol dire che la montagna debba essere mantenuta allo stato brado, selvaggio, che su di essa non si possa fare nulla e che ci si debba vivere ancora in anguste baite di pietra muovendosi solo a piedi e trasportando le merci a dorso di mulo. No: significa che in montagna si può fare tutto ma tutto, in un territorio così fragile (materialmente e immaterialmente) va fatto con buon senso, cioè facendo che ogni intervento sia in tutto e per tutto consono con il luogo, il suo valore, il suo ambiente e la cultura ivi presente. Il che significa pure che ogni intervento deve e dovrà sempre contribuire a salvaguardare questa cultura fondamentale (senza la quale, è bene osservarlo, la montagna muore immantinente, diventa una sorta di deserto in quota – ma come ogni altra cosa privata della propria cultura peculiare, d’altro canto) ovvero, ancora meglio, deve e dovrà contribuire a svilupparla e a farla progredire in modo da assicurarle un buon futuro – buono per se stessa, per i luoghi dai quali tale cultura scaturisce e per qualsiasi individuo che vi si relaziona, sia esso un abitante o un visitatore/ospite.

Questo, a mio modo di vedere, significa contestualizzazione, questo vuol dire contestualizzare un evento – cioè qualsiasi intervento – al luogo in cui viene realizzato e alla sua dimensione vitale. Una pratica tanto di importanza basilare (soprattutto in ambiti “delicati” come la montagna) quanto disattesa e trascurata fin troppe volte (soprattutto in montagna, già).

In base a tutto ciò, e prima di chiedermi se il concerto di Jovanotti (e qualsiasi altra iniziativa similare) sia più o meno ecosostenibile, io mi chiedo: è consono al luogo in cui viene realizzato? Vi si relaziona, lo narra, ne fornisce una rappresentazione più o meno virtuosa, o è meramente autoreferenziale e mirato a scopi e fini di tutt’altra natura? Cosa lascia, poi, sul/nel/al luogo in cui viene realizzato? Contribuisce autenticamente ad accrescerne il valore – non solo turistico ed economico ma ambientale, culturale, sociale? Sviluppa il luogo, insomma, o “sviluppa” solo se stesso e chi ne è fautore?

Ecco: questo io mi chiedo – e chiedo a chiunque si sia interessato della questione – prima di ogni altra cosa. Altrimenti il dibattito rischia di essere un mero pourparler basato senza dubbio su questioni concrete e importanti ma, alla fine, piuttosto ridondante, sterile e soprattutto superfluo per la montagna e la sua realtà concreta, presente e futura.

Io, per la cronaca, una mia risposta alle domande sopra esposte ce l’ho. Ed è piuttosto netta e incontrastabile.

Di nuovo: BASTA MOTO SUI SENTIERI!

Il “report” pubblicato qualche settimana fa dalla Federazione Motociclistica Italiana con il quale la stessa FMI cerca di asserire in modo “scientifico” la sostenibilità ambientale delle attività motoristiche in territori naturali è ignobile. E tale lo è perché doppiamente ipocrita.

Innanzi tutto, perché rappresenta un bieco tentativo di autoassoluzione che per tale obiettivo di fondo vanifica la scientificità dello studio – il quale peraltro ovviamente comprova la sostenibilità delle attività motoristiche in ambiente: qualcuno veramente crede(va) che uno studio commissionato dalla FMI a favore delle sue attività se ne sarebbe uscito dicendo che no, ci spiace, quelle vostre attività non sono compatibili con la salvaguardia ambientale? Ma per favore!

Comunque, fosse “solo” per questo, si potrebbe pure soprassedere e persino apprezzare questa apparente attenzione all’ambiente. In verità c’è ben di peggio e di più ipocrita, che si origina dal fatto che lo studio fa riferimento “ad eventi occasionali come gare di enduro o motocavalcate, che interessano lo specifico luogo per uno/due giorni all’anno” (pag.35), da che fa riferimento ad una ben precisa e limitata area (il “campo gara ProPark di Ceranesi (GE)”, utilizzata fin dal 1990) e, soprattutto, dalle foto che vedete a corredo di questo articolo. Le ho scattate pochi giorni fa su un sentiero delle Prealpi Bergamasche, anche piuttosto accidentato in certi tratti, a circa 1200 m di quota; uno di quegli itinerari rurali dove una specifica legge regionale (nr.31 del 5 dicembre 2008), pur integrata da esecrabili emendamenti, impedisce in generale il passaggio di mezzi motorizzati se non dietro specifici permessi temporanei (relativi a eventuali manifestazioni sportive). Bene, lorsignori della FMI, ipocritamente, fanno finta di nulla riguardo quella gran schiera di motociclisti che se ne fregano bellamente del suddetto divieto di transito e scorrazzano liberamente per i sentieri di montagna, sapendo benissimo che la legge è ben poco applicabile in quanto mancano i controllori del suo rispetto (le forze dell’ordine di ogni specie, notoriamente esigue ovunque) e approfittando biecamente del sostanziale menefreghismo delle amministrazioni locali (salvo qualche raro caso) che se da un lato effettivamente possono fare poco, anche per mancanza di adeguati strumenti dispositivi, dall’altro fanno spallucce e pensano ad altro.

Eppure io, appassionato camminatore quale sono, 8 volte su 10 uscite in montagna trovo tracce del passaggio di motociclette dove non vi dovrebbero essere. Inoltre, non di rado, quando incrocio i “produttori” di quelle tracce, noto bene la sicumera e la boria di chi si sente “intoccabile” – così come ho conosciuto persone finite in ospedale per essere state aggredite da motociclisti particolarmente violenti ai quali avevano contestato il transito proibito.

Posto quanto sopra, proviamo a denotare il tutto alla FMI. Scommettiamo che minimizzeranno la questione, che citeranno “pochi casi isolati”, che altezzosamente sosterranno che “qualche cane sciolto” non può rovinare l’intero movimento? Be’, nelle mie uscite in montagna percorro una piccola parte di territorio alpino, e di tracce di passaggi motociclisti, come detto, ne trovo quasi ovunque. Per pura legge statistica, i “pochi casi isolati” potrebbero rappresentare la gran maggioranza del movimento motociclistico fuoristradista. Punto.

Ipocrisia allo stato purissimo, insomma.

A questo punto, rinnovo l’appello già diffuso sia qui che altrove (e sulla questione ne ho scritto anche qui): se ne vedete scorrazzare di tali motociclisti ove è loro proibito (quasi ovunque sulle vie rurali, appunto), denunciate, denunciate, denunciate! Fotografateli, girate un breve video, fate in modo che siano evidenti le targhe o altri dettagli utili al riconoscimento e poi d-e-n-u-n-c-i-a-t-e. Non fategliela passare liscia! Un atto di prepotenza così marchiano e tanto dannoso non può più restare impunito: lo devono capire loro, i colpevoli, e parimenti lo devono capire le autorità amministrative e istituzionali. Non è una mera posizione di parte, questa, e chiedo scusa a quei motociclisti che invece rispettano le regole, l’ambiente e le altre persone, ma è una fondamentale questione di civiltà, di buon senso, di educazione civica. Qualcosa che tutti dovremmo sentire come indispensabile da mettere in atto, se non vogliamo che anche quei territori ancora custodi di grande fascino, bellezza e purezza vengano definitivamente guastati e messi nelle mani di gente priva di qualsiasi scrupolo e dignità che ne possa disporre liberamente – e prepotentemente.

Dove diavolo è?

Poste le recenti e “considerevolissime” (!) dissertazioni polemiche che stanno impegnando a fondo l’opinione pubblica itaGliana e le “migliori” menti del paese – dissertazioni assolutamente significative dello stato psichico di esso (peraltro delle quali, noterete, colgo notizia da un sito di informazione estero), mi sovviene di riproporre il seguente raccontino inedito, che farà parte di una raccolta molto e dico mooooolto – particolare di futura pubblicazione editoriale, il quale mi pare assai consono alla situazione.
Nota a margine (ma non troppo): nuovamente certi itaGliani si dimostrano bravissimi non solo a mostrarsi ridicoli ma pure a impegnarsi a fondo per fornire prove indubitabili di esserlo veramente. Ecco.
Buona lettura, e siate sempre assennati!

Dove (diavolo) è?

L’esorcista arrivò nel piccolo borgo tra i monti una mattina di vento teso, parandosi in centro all’unica vera strada del luogo come un cowboy che si preparasse ad un duello all’ultimo sangue, alla maniera resa da tanti classici film western. E in effetti era giusto qualcosa del genere, per il prete, una sfida temibile da affrontare e vincere: in quel minuscolo paese c’era il demonio! – questa era la sua certezza, suffragata da “plausibili” testimonianze di pii visitatori del posto che, tra l’altro, riferivano di aver trovato la chiesetta del paese chiusa, inequivocabile segno della temporanea vittoria del male su quelle povere anime, miserrimi senzadio circuiti da chissà quali incantesimi satanici.
Proprio in quella chiesa l’esorcista si installò, facendone la base delle proprie indagini alla ricerca del covo del maligno – perché di certo aveva scelto una delle case del borgo come suo nascondiglio, infestandone i locali e possedendone i residenti come da consueto modus operandi infernale.
Su tale piano d’azione il prete basò la sua urgente opera redentrice: dal giorno successivo sottopose tutti gli abitanti del paese – lattanti inclusi – ad un “terzo grado” inquisitorio, ingiungendovi professioni di fede a raffica e ostentando ad ognuno i più potenti simboli del sacro per indurne il demoniaco rigetto. Dovette tuttavia concludere, dopo poco, che nessun abitante del paese risultava posseduto.
Certo il demonio era assai astuto – pensò il prete – e lì aveva “lavorato” veramente bene: se non era nelle persone, inesorabilmente doveva essere nelle cose! Dunque egli passò al sacro setaccio ogni caseggiato civile del borgo – stalle e baracche comprese – mitragliando una vastissima scelta di invocazioni e benedizioni celesti, convinto di veder emergere e fuggire da qualche crepa d’un muro il demonio da un momento all’altro. Ma non accadde nulla, il che lo lasciò non poco perplesso.
Fece un tentativo anche con gli animali – non scordando canarini, criceti e pesci rossi – ma ancora niente. Eppure c’era, il maledetto, lo sapeva, ne era certo, ne sentiva l’infernale afflato, aveva controllato ogni cosa in paese, persone, animali, case, stalle, tutto! Che accidenti restava ancora da ispezionare? Prese a pregare fervidamente e levare le mani al cielo, colto da un evidente sconcerto, invocando a gran voce una divina illuminazione redentrice.
«Beh, non avrebbe esaminato la chiesa!» gli fecero notare quelli del paese. Il prete-esorcista, a sentirsi obiettare tale palese evidenza, restò prima di sasso, poi si fece paonazzo e prese a inveire nella maniera più impensabilmente turpe contro i locali, con una tale crescente furia che quelli dovettero infine chiamare il medico del paese il quale a sua volta allertò l’ospedale più vicino che invio subito un’ambulanza, il cui personale prese in consegna l’uomo tra le sue irripetibili ingiurie e non prima di costringerlo a una inevitabile sedazione.
Il villaggio tornò così alla propria abituale tranquillità, senza alcun diavolo di sorta a turbare di nuovo la quotidianità dei suoi abitanti.

(P.S.: cliccate sull’immagine lì sopra per sapere di che si tratta.)