Un appello fondamentale, per la cultura

Gli amici di Patrimonio Cultura hanno messo in atto un’iniziativa tanto lodevole quanto necessaria: un appello rivolto a tutti a sostenere anche la cultura, in questo periodo così difficile per tutti, ora soprattutto in senso sanitario ma poi, quando l’emergenza sarà passata, inesorabilmente in senso economico e dunque sociale.

Io ho firmato, spero lo facciate anche voi.
È uno di quei tanti minimi gesti che non costa nulla fare e che possono generare solo benefici. Per tutti, perché la cultura è di tutti e per tutti, e noi tutti siamo cultura.

Di seguito una parte dell’appello, che potete leggere nella sua interezza e firmare cliccando sull’immagine in testa al post.

L’emergenza Corona Virus che vede in prima linea gli operatori medici e sanitari impone che tutti gli sforzi debbano essere prioritariamente convogliati in ambito medico e assistenziale.
Pur tuttavia, le recenti disposizioni hanno imposto uno stop forzato alle attività di tutte le organizzazioni e istituzioni culturali. Questa situazione sta già producendo e produrrà enormi danni di natura economica, oltre che sociale, che renderanno ancora più difficile la sfida della sostenibilità per le organizzazioni culturali.
Stiamo assistendo, infatti, all’annullamento di spettacoli, festival ed eventi, alla cancellazione di impegni con artisti e operatori culturali, al blocco degli accessi ai musei e ai luoghi di cultura, ma, allo stesso tempo, ad un fisiologico calo di visitatori nel nostro Paese, da tutto il mondo.
Con spirito di grande entusiasmo e tenace creatività, alcune organizzazioni culturali si stanno reinventando per comunicare e coinvolgere il loro pubblico al di là della presenza in loco, in un importante e collettivo storytelling della nostra storia, arte ed identità.
Tuttavia questo non basta.
Come professionisti della cultura, della comunicazione e del fundraising crediamo che ciascuno, dallo Stato ai cittadini, dalle imprese alle istituzioni, debba e possa reagire in modo propositivo per avversare questa crisi e sostenere questo settore strategico e identitario del nostro Paese.
Questo è il momento di stare vicino alle nostre organizzazioni culturali. La cultura, con le sue declinazioni di turismo e indotto, è il principale asset dell’Italia e, in quanto tale, svolgerà un ruolo fondamentale nella ripresa dall’emergenza Coronavirus. Ma solo se adesso, nel momento di maggiore crisi, manifestiamo tutti la volontà di sostenere le nostre organizzazioni culturali. […]
Sostenere la cultura in questo momento vuol dire investire sulla ripresa del nostro Paese dopo questa emergenza. Perché il Coronavirus passerà, ma la cultura italiana resisterà, con tenacia e determinazione. Lo fa da oltre duemila anni contro ogni paura, attacco, crisi e difficoltà.

I diritti degli animali (e i doveri dell’uomo)

[Foto di Angelo Giordano da Pixabay]

I diritti degli animali sono la forma più pura di difesa della giustizia sociale perché gli animali sono i più vulnerabili di tutti gli oppressi.

(Isaac B. Singer, citato da Jonathan Safran Foer in Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Guanda, Parma, 2010, pagg.229-230.)

N.B.: cliccando qui potrete leggere un articolo di “Fanpage.it” che illustra alcune modalità per aiutare il salvataggio dei koala e della fauna selvatica australiana dagli incendi che stanno devastando l’isola. Non è solo bello e importante farlo ma, mi viene da dire, è soprattutto umano, veramente, pienamente. Rispetto a quanto sia troppo spesso inumano l’uomo nei confronti degli animali.

Una soluzione drastica

[Immagine tratta da qui: https://www.improntaunika.it/. Cliccateci sopra per leggere la fonte originale.]
Le immagini degli animali coinvolti nei devastanti incendi che stanno sconvolgendo da settimane l’Australia e dovuti per gran parte ai cambiamenti climatici di matrice antropica in atto oltre che ad azioni dolose, con numeri stimati da vera e propria ecatombe (fossero anche in eccesso, la questione non cambierebbe affatto, sempre che non siano invece in difetto), da un lato sgomentano e stringono il cuore, dall’altro suscitano una rabbia irrefrenabile. Il genere umano non può veramente più andare avanti così, a distruggere il pianeta e sterminare le creature che lo abitano. Gli umani meriterebbero veramente tutte le peggiori conseguenze possibili derivanti dalle loro azioni scellerate, se non fosse che tali conseguenze finirebbero – e finiscono – per coinvolgere anche gli altri abitanti del pianeta. Già, perché siamo tutti quanti abitanti di questa povera Terra, bellissima se non fosse per la presenza umana, e nessuno dotato di più o meno diritti solo perché si crede più intelligente delle altre specie, anzi: tale maggior intelligenza comporta non maggiori diritti, semmai maggiori doveri: ma l’uomo mai si è voluta riconoscere tale responsabilità, facendo invece di tutto per agire in maniera del tutto deleteria per l’intero pianeta – se stesso incluso, così dimostrando palesemente di essere, nella graduatoria che denota il livello di intelligenza delle specie viventi, agli ultimi posti se non proprio in fondo alla stessa.

Sul web si possono trovare alcuni modi coi quali aiutare le associazioni e gli enti che in Australia stanno cercando di soccorrere gli animali coinvolti negli incendi e di limitare i comunque terribili danni: ad esempio qui trovate qualche buon riferimento, oppure qui per aiutare concretamente i koala, in particolare, grazie all’iniziativa di una giovane ticinese.

Per il resto, a fronte di una tale perniciosa presenza d’una specie vivente sul pianeta, così deleteria per qualsiasi altra, non verrebbe che da pensare a una sola soluzione, peraltro forse già avviata. Ma sapete bene che il solito, dogmatico, meschino antropocentrismo dei componenti di quella razza leverebbe subito dei gran strepiti di sdegno e riprovazione. Be’, dal mio punto di vista, pure tali strepiti non farebbero che giustificare quella drastica soluzione. «Tolto il dente tolto il dolore» si dice, no? Ecco, e amen.

P.S.: intanto, giova di nuovo ricordare che proprio l’Australia è stata indicata tra i paesi che hanno sostanzialmente fatto fallire la recente COP25 di Madrid. Già. D’altro canto, ci hanno mandato i loro politici umani, alla conferenza sui cambiamenti climatici, mica i koala. E si vede.

I sentieri, la Svizzera, la Lombardia

(Image credit: https://pixabay.com/it/users/pexels-2286921/)

Occupandomi di progetti culturali per i territori di montagna, sovente mi trovo a trattare pure il tema delle rete sentieristica (ovviamente oltre al fatto di percorrerla di frequente nei miei vagabondaggi montani) e il suo grande valore culturale e antropologico, che fa dei sentieri un elemento al quale assicurare una fondamentale salvaguardia per quei territori.
Posto ciò, il tema dei sentieri lo devo considerare anche dal punto di vista politico/amministrativo, gioco forza, e un recente articolo di “Swissinfo.ch” mi ha reso evidente quanta differenza vi sia nella considerazione politica della rete sentieristica, tra la Svizzera e l’Italia, rappresentata in modo emblematico da una delle regioni più ricche e avanzate (dunque, si può presupporre, pure più munifiche al riguardo), la Lombardia.
Vi propongo un ragionamento un po’ tecnico e forse poco attraente ai non appassionati di montagne ed escursioni che per ciò schematizzo, al fine di renderlo il più chiaro possibile, con i link alle varie fonti di riferimento dei dati indicati.

Dunque, in Lombardia nel 2017 sono stati istituiti la Rete escursionistica della Lombardia (REL) e il Catasto dei sentieri, al fine di classificare la rete di sentieri del territorio regionale, la cui estensione è di 13.000 km circa sui 24.000 kmq circa di territorio: molto banalmente, ogni km quadrato di superficie lombarda (che però ha un’ampia parte di pianura, bisogna considerarlo) ha 542 metri di sentiero.

In Svizzera, il cui territorio è di circa 42.000 kmq, la valenza dei sentieri quale rete viaria è sancita fin dalla Costituzione Federale, all’articolo 88; la rete dei sentieri segnalati è estesa per circa 65.000 km: sono 1,5 km di sentieri per km quadrato di territorio, pressoché totalmente alpino o prealpino.

La Lombardia, per la manutenzione dei suoi 13.000 km di sentieri e in occasione dell’istituzione della REL e del Catasto dei sentieri, ha stanziato dei fondi: 4 milioni di Euro per tre anni, ovvero 1,3 milioni circa all’anno; altre fonti citano invece 2 milioni di Euro per il biennio 2017/2018, pari a 1 milione all’anno.

In Svizzera, il Governo Federale e i Cantoni investono circa 50 milioni di franchi all’anno, pari al cambio attuale a circa 45,5 milioni di Euro, per la manutenzione dei 65.000 km di sentieri, il che equivale a un investimento di 700 Euro/km all’anno.
In Lombardia, stando alle cifre suddette, l’investimento è pari a 100 Euro/km all’anno, nell’ipotesi più “larga”, e a poco meno di 77 Euro/km all’anno in quella più “stretta”. Ovvero, da 7 a quasi 10 volte meno che in Svizzera.

Ora: voi direte che sì, ok, ma la Svizzera è ricchissima, la Lombardia non lo è così tanto, però è pure la regione più “benestante” d’Italia e quindi l’unica – ad eccezione delle regioni autonome – che possa essere paragonata pur empiricamente alla Confederazione. Inoltre, non conosco quanto le altre regioni italiane spendano per i propri sentieri ma, da lombardo e per i motivi sopra detti, ho ipotizzato il paragone di cui avete appena letto.
Capirete che la differenza è abissale, a fronte della necessità di interventi del tutto similari – voglio dire: un sentiero è tale in Lombardia e in Svizzera, non è che là siano lastricati d’oro e qui no! Di contro, sia chiaro, meglio 100 o 77 Euro che nulla, ci mancherebbe, tuttavia – ribadisco – la differenza è così ampia da non poter non risultare significativa e fonte di conseguenti riflessioni, che mi auguro vengano elaborate, nell’ambito della montagna italiana.

Cacciatori “ambientalisti”

Devo ammettere una cosa che io stesso ritengo “sconcertante”, per certi aspetti, ma che per altri si basa su fatti assolutamente oggettivi: da abitante della montagna non sarò mai un cacciatore – e ribadisco, mai – ma non posso che ringraziare solo i cacciatori se zone tutt’oggi ampie dei boschi e dell’ambiente naturale dei monti di casa sono ancora ben tenute, a tutto vantaggio della stessa avifauna, e non lasciate in balia del rimboschimento selvaggio, condizione di dissesto potenziale per il terreno, di disequilibrio biologico oltre che segno palese e desolante dell’abbandono della cura della montagna.

Sono loro che vedo per i boschi, fuori dalla stagione venatoria, a far manutenzioni varie, a pulire e sistemare i sentieri, ad assestare i piccoli smottamenti del terreno e togliere le piante schiantate al suolo nel corso di qualche tempesta, insieme a volontari di gran cuore che tuttavia si contano sulle dita di una sola mano. Loro, e non altri.

Detto ciò, lo ripeto, per me stesso non ammetto e concepisco l’attività venatoria a scopo ludico, quantunque ne consideri l’appartenenza alla tradizione storica delle montagne di casa e d’altrove. Ma, appunto, se non ci fossero quei cacciatori, sicuramente molti dei boschi e dei sentieri attraverso i quali pratico il mio vagabondare montano non sarebbero più accessibili, in preda alla più disordinata selvatichezza di ritorno e con conseguente cospicuo danno al valore culturale del territorio.

Ecco.

(Cliccate sull’immagine – presa da qui – per saperne di più, sulla caccia.)