In montagna ci si può sentire (quasi) sempre liberi.

In montagna ci si può sempre sentire liberi.

Liberi della libertà di non farsi condizionare da circostanze che limiterebbero altri.

Per la scelta di liberarsi da ciò che altri prevedono per te e di affidarsi alla propria esperienza, e così di stabilire liberamente da soli cosa sia “bel tempo” e cosa no.

La libertà di scegliere quale percorso percorrere, sapendo che in tali condizioni la montagna è “tutta per sé” (e viceversa).

La libertà di poter camminare sotto la pioggia, sapendo di essere ben equipaggiati.

La libertà di poter valutare autonomamente l’evolversi delle condizioni e determinare i limiti da non superare.

La libertà dai rumori antropici, vista l’assenza di chi li diffonde.

La libertà della relazione con la Natura d’intorno, senza nessun elemento disturbante.

E anche la libertà di sorridere di quelli – con tutto il rispetto del caso – che chiamano queste condizioni «brutto tempo» non sapendo che in montagna, salvo rari casi, il “brutto tempo” non esiste.

In montagna ci si può sentire sempre liberi ma non da una cosa: la coltivazione della consapevolezza profonda e compiuta del valore della libertà. Un po’ come proprio le montagne che sono quasi ovunque ma non per questo siamo autorizzati a viverle banalmente e a non comprenderne il valore culturale, anche la libertà è quasi ovunque ma non per questo possiamo darla per scontata e non apprezzarne l’importanza ineludibile per la nostra esistenza quotidiana. Esattamente come le montagne, di nuovo, per chi le vive con passione e sensibilità autentiche.

La nuova centrale idroelettrica di Chiareggio, in Valmalenco, sarà un’opera sostenibile oppure uno scempio ambientale?

[Il torrente Mallero nella piana di Chiareggio. immagine tratta da www.flickr.com/photos/renagrisa.]
La Valmalenco, all’altezza dei suoi principali centri abitati di Chiesa, Caspoggio e Lanzada, si biforca in due rami. Quello orientale è percorso dal torrente Lanterna che riceve le acque di fusione dei principali ghiacciai del versante italiano del Bernina, e alla sua testata ospita i grandi bacini idroelettrici di Campo Moro e di Gera, realizzati negli anni Sessanta del Novecento, il secondo sbarrato dalla più alta diga a gravità d’Italia.

Il torrente Mallero percorre invece prima il ramo occidentale e poi il solco principale della Valmalenco fino alla foce nell’Adda nei pressi di Sondrio. Nasce dai ghiacciai del versante Nord del gruppo del Disgrazia e dalle sorgenti poste in prossimità del Passo del Muretto; lungo il suo percorso presenta numerose derivazioni idroelettriche (tra le quali una di prossima realizzazione a monte dell’abitato di Chiesa, oggetto negli scorsi anni di diffuse proteste ma poi definitivamente concessa) mentre vi è una sola diga propriamente detta, quella che forma il Lago Pirola, piccolo bacino di circa 1,9 milioni di m3 posto a 2255 metri di quota sopra la frequentata località di Chiareggio, famoso per le sue acque color blu cobalto.

[Il Lago Pirola. Foto di Gaggi Luca 76, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Proprio il bacino di Pirola è oggetto di un ulteriore nuovo progetto di impianto idroelettrico atto a sfruttare le acque di scarico del lago, gestito da Enel Green Power come bacino di accumulo atto a garantire il funzionamento nei periodi di magra degli impianti Enel posti a valle. Del progetto, invero poco noto anche in zona, ne hanno dato notizia Alfredo Lenatti, di lunga discendenza familiare locale e residente in valle, e Michele Comi, nota guida alpina malenca oltre che geologo, dunque persona oltre modo competente nel merito, con una “lettera aperta” inviata alla stampa locale in forma di denuncia riguardo la «oscura delibera comunale» con la quale lo scorso 25 novembre 2024 il Comune di Chiesa in Valmalenco ha approvato all’unanimità il progetto. Il quale prevede la realizzazione lungo l’erto versante a valle dello sbarramento del lago Pirola, sovente battuto dalle valanghe, e di fronte all’abitato di Chiareggio, di una nuova condotta forzata, in superficie e in galleria, con alla base la relativa centrale di produzione e relative opere di restituzione, al costo stimato di oltre 2,3 milioni di Euro. «Otto mesi di lavoro nel cuore della perla della Valmalenco – scrivono Comi e Lenatti, – con un cantiere permanente e relative strutture per confezionare calcestruzzi in fregio al Mallero, guadi temporanei per il passaggio dei camion, linee di trasporto lungo le pareti rocciose, trasporti con elicottero, stazioni a medio versante tra i pascoli e il lariceto per l’esecuzione dei tunnel in roccia, deposito materiali, ricovero del personale, con adattamento del terreno. A fronte di tale sfregio, va ricordato che l’intera area è collocata nell’area di protezione della rete natura 2000 Il SIC/ZPS “Disgrazia-Sissone” IT2040017.» Comi e Lenatti non esitano a definire il progetto un «enorme sacrificio» chiarendo la propria netta contrarietà a tale «ennesimo assalto alla montagna» e alle sue acque, come detto ampiamente sfruttate già da tempo, e al territorio di Chiareggio, bene comune la cui bellezza «non ha prezzo, non può più essere sacrificata, nemmeno sfiorata, con interventi privi di senso, privi di visione, senza alcun beneficio per le comunità, residenti e non.»

[La valle di Chiareggio in primavera. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Amici di Chiareggio“.]
Alla “denuncia” di Comi e Lenatti ha dato rapido seguito il sindaco di Chiesa in Valmalenco Renata Petrella, con una “precisazione” piuttosto piccata diffusa dalla stampa locale nella quale fin dalle prime righe denota «la preoccupazione destata nella popolazione a causa di informazioni che ritiene false, tendenziose e strumentalizzate» e la necessità «di ristabilire la verità dei fatti e mettere in guardia l’opinione pubblica da chi, per fini non chiari e sconosciuti, ma sicuramente non nobili, ama seminare il panico ed infangare l’altrui operato».

Petrella, rimarcando che la vicenda della centralina del Pirola ha origine nel 2001, ritiene infondate le preoccupazioni espressa nella “lettera aperta” di Comi e Lenatti sostenendo che «la centralina sarà un impianto a bassissimo impatto ambientale: l’amministrazione comunale in carica ha preteso, sia nei confronti dei soggetti realizzatori sia verso gli altri enti autorizzativi, che l’opera sia pressoché invisibile. Infatti, la condotta forzata, del piccolo diametro di 40 cm, verrà completamente interrata e la superficie di scavo ripristinata. Il manufatto della centralina, sarà anch’esso, salva la mera porticina di accesso, interrato. L’impianto funzionerà solo per due mesi l’anno, nel periodo autunnale, in concomitanza allo storico e fisiologico svuotamento delle acque del lago Pirola da parte di Enel.» Ciò a fronte della corresponsione al Comune di Chiesa in Valmalenco da parte della società incaricata dei lavori la quale poi assumerà la proprietà del nuovo impianto, indicata come «valtellinesi sensibili al territorio» di «una somma, forfettaria “ una tantum” pari ad € 200.000,00» e non senza mancare di lanciare “agli ambientalisti” contrari all’opera e «fautori dell’utilizzazione dell’energia pulita» alcune frecciatineDiamo un umile consiglio: se è vero, cosa di cui non dubitiamo, che ci tenete così tanto al territorio, ci sarebbero da fare tante opere di bonifica nei boschi, compresa la manutenzione dei sentieri, che farebbero risparmiare soldi e risorse umane alla comunità, purtroppo non in grado di sopportarne neanche il peso economico. Tali azioni vi renderebbero coerenti con le idee che professate…sempre e non solo quando vi fa comodo.»)

Di pochi giorni più tardi è la replica di Comi e Lenatti… [continua su “L’AltraMontagna”, qui o cliccando sull’immagine sottostante.]

La bellezza in montagna, o forse no

[Per ingrandire l’immagine e leggere meglio, cliccateci sopra.]
Nel 2020, per la seconda edizione di ALT[R]O Festival, creai lungo un tratto del Sentiero Rusca una sorta di “percorso letterario” denominato “Suggestioni di lettura di strada. Camminare sulle parole” dotato di “segnavia” fatti da citazioni tratte da libri variamente dedicati ai temi della montagna e al paesaggio “stencilate” direttamente sul sentiero, nella parte dotata in certi tratti di un (discutibile, in verità) manto asfaltato per farsi anche ciclovia di fondovalle.

La prima delle citazioni che formavano il percorso è quella che mostra l’immagine lì sopra e che spiego di seguito (così come feci di persona in quei giorni del Festival accompagnando i partecipanti). Le altre le potete trovare qui.

Tullio Dandolo (la cui citazione ho tratto da Paolo PaciL’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pagg.12-13) è stato uno dei numerosi che, nel suo viaggio attraverso le Alpi (una sorta di Grand Tour alla rovescia, dall’Italia verso Nord), ne ebbe un’impressione terribile, niente affatto “bella” (anzi, gli parvero un «ributtante spettacolo», persino!), scrivendo quelle sue impressioni nel 1829, dunque proprio all’inizio della moderna “era” turistica alpina che stava costruendo e sviluppando i suoi immaginari estetico-culturali. D’altro canto un personaggio ben più celebre e importante, Hegel, a sua volta delle Alpi scrisse: «Dubito che il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo dell’utilità per l’uomo, che invece deve rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non avere distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche.»

Invece oggi il paesaggio alpino e montano rappresenta per chiunque una delle quintessenze terrene del concetto di bellezza. Peccato che, come indirettamente Dandolo e Hegel riportano, prima dell’avvento del turismo, il concetto di “bellezza” in montagna non esisteva: l’hanno portato e imposto nelle Alpi i viaggiatori dei Grand Tour dall’Ottocento in poi, conformandolo su stilemi estetici pittorici (e pittoreschi), romantici, industriali, metropolitani e meramente ludico-ricreativi che con i monti non c’entravano (e non c’entrano nemmeno oggi) granché. Semmai, per i montanari era “bello” ciò che era funzionale, che serviva a sopravvivere in quota: ad esempio il bosco perché dava la legna, non perché fosse misterioso e affascinante, il prato perché consentiva il pascolo del bestiame, non per la vividezza del verde dell’erba, eccetera. Ecco, forse si dovrebbe tenere più presente questa evidenza, quando decidiamo di stabilire cosa sia bello e cosa no nel paesaggio montano. D’altronde, al riguardo: e se le nostre convinzioni circa ciò che è “bello” o “brutto” non fossero così giustificate e giustificabili come crediamo? Se dovessimo rimetterle in discussione, noi per primi che le formuliamo e le usiamo come ordinari metri estetici di paragone, per capire se siano effettivamente sostenibili?

[Panorama estivo dell’alta Valmalenco. Immagine tratta da www.montagnaestate.it.]
Non che per quanto sopra si debba tornare a (non) considerare il bello come facciamo oggi ma come facevano i montanari d’un tempo (la cui vita assai grama probabilmente toglieva pure la voglia e la sensibilità verso il “bello estetico” e la conseguente emozione verso i quali noi oggi siamo così sensibili!) e additare i monti come “spettacoli ributtanti”. Ma, appunto, potrebbe essere interessante cercare di giustificare, noi con e per noi stessi, le nostre valutazioni estetiche, di supportarle con riscontri oggettivi e con considerazioni culturali, di percepire l’emozione del bello e non mantenerla in “superficie” nel nostro animo ma sprofondarla in esso ovvero approfondirla, comprenderla maggiormente, acuirne il senso e il valore. Potrebbe diventare, quella bellezza che stiamo valutando, ancora più bella, oppure svelarsi come altro, chissà!

Potremmo ad esempio scoprire che aveva ragione, al riguardo, un altro grande personaggio dell’arte e della cultura umane più contemporaneo a noi, John Cage, quando scrisse che «La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.» (citato in AA.VV., Il libro della musica classica, Gribaudo, 2019, pag.304.) Un’osservazione sagace e illuminante, vero?

“La Montagna assetata”

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla a un formato più leggibile.]
Qualche giorno fa, grazie alla preziosa opera di informazione e sensibilizzazione di Michele Comi, vi raccontavo in questo articolo di come in Valmalenco, laterale della Valtellina, si voglia avviare l’ennesimo sproporzionato e scriteriato progetto di predazione delle risorse idriche montane, e ciò nonostante il cambiamento della situazione climatica sulle Alpi oltre che contro il reiterato parere negativo degli organi tecnici competenti.

A quelle mie osservazioni, relative a un caso tra tanti simili riscontrabili in molte località alpine, fanno eco le parole ben più prestigiose di Enrico Camanni pubblicate sabato 11 settembre in un suo editoriale su “La Stampa, a commento della notizia che il Rifugio Quintino Sella al Monviso chiudeva per la siccità dal momento che il Monviso, montagna un tempo ricca di ghiacci e acque, è a secco. Affiancata all’editoriale di Camanni si può leggere una riflessione di Carlo Petrini su siccità e agricoltura di montagna.

Ebbene sì: mentre le nostre montagne si deglacializzano e conoscono situazioni di siccità mai viste prima, a fronte di temperature sempre più elevate anche in alta quota, politici e imprenditori senza scrupoli e legati a strategie di sfruttamento industriale delle risorse naturali risalenti al secolo scorso, dunque non solo obsolete ma palesemente nocive, pensano unicamente a continuare la predazione di quelle risorse, nascondendosi dietro la scusa delle “energie rinnovabili” attraverso un greenwashing tanto ipocrita e bieco quanto pericoloso. Senza più neve e pure senza più acqua, il che significa inevitabilmente senza più cultura, identità, sviluppo, vitalità: di questo passo che montagne saranno quelle del futuro prossimo? Come è possibile che progetti dissennati come quello della Valmalenco e come tanti altri, turistici, industriali, commerciali in giro per le Alpi vengano ancora pensati e realizzati?

Vi ripropongo di seguito l’editoriale di Enrico Camanni, che offre molti spunti di riflessione sul tema. Riflessioni quanto mai necessarie e che devono diventare al più presto azione concreta e definitiva contro chi vuole depredare, degradare, soffocare le nostre montagne e le genti che le abitano, privandole di qualsiasi buon futuro.

Alla fine della piccola età glaciale, verso la metà dell’Ottocento, lo storico parigino Jules Michelet scriveva che «le Alpi sono il serbatoio dell’Europa e il teatro delle alte relazioni che intercorrono fra correnti atmosferiche, venti, vapori e nuvole… Arbitrando elementi diversi e opposti, ne favoriscono la pace. Li accomunano sotto forma di ghiacciai e li distribuiscono equamente fra le nazioni». L’immagine non va intesa in senso politico ma ecologico, perché le nevi hanno realmente il potere di immagazzinare l’acqua d’inverno e restituirla gradualmente tra la primavera e l’estate, alimentando sorgenti, ruscelli, torrenti e fiumi, ma anche fontane, acquedotti e campagne. Dissetandoci generosamente, senza eccessi né sprechi. Dai tempi di Michelet i ghiacciai sono smagriti terribilmente e i serbatoi idrici d’alta quota si sono ridotti almeno del cinquanta per cento, ma poiché l’acqua delle montagne ha continuato a dissetare le città, a illuminare le nostre case, perfino a innevare artificialmente le piste di sci, nessuno s’è posto il problema che un giorno potesse scarseggiare o finire. Abbiamo sviluppato un’idea talmente consumistica della montagna, magnifico terreno di giochi e avventure, che per decenni, forse secoli, ci siamo scordati che ogni prelievo ha un limite e le risorse naturali possono esaurirsi, comprese le nevi “perenni” che studiavamo a scuola nell’ora di geografia, memorizzando quell’aggettivo raffermo come una verità inviolabile.
Invece non è così, non c’è nulla di perenne in natura. Tutto cambia, tutto si trasforma. La crisi climatica lo certifica con la violenza dei fenomeni estremi, alternando alluvioni e bombe d’acqua di potenza inaudita alla siccità di questa e altre estati, o di inverni senza neve, innalzando a vista d’occhio il livello delle nevi “immacolate ed eterne”, come ci insegnavano nell’ora di religione, cancellando i nevai e prosciugando le riserve. La sete di questi giorni è la sete di un pianeta ormai diviso in due parti dall’effetto serra, con la desertificazione che avanza da sud fino alla barriera delle Alpi, mentre a nord la fusione dei grandi ghiacciai e delle calotte polari è destinata a sollevare il livello dei mari e annegare le coste. Ci mancherà l’acqua dolce e malediremo quella salata.
Pochi giorni fa sono stato nel cuore del Monte Bianco e dalla Tour Ronde all’Aiguille du Midi, dalla Vallée Blanche all’Aiguille du Plan, ho visto distese di neve rosa.
«È la sabbia del deserto» mi hanno spiegato, «ha soffiato per giorni e ha insanguinato i ghiacciai».
Più che la scena di un crimine, mi sembrava la metafora del riscaldamento globale, come se il deserto fosse già arrivato a contaminare la nostra illusione di purezza e irraggiungibilità dell’alta montagna. L’incontaminato non esiste più, la crisi ecologica è ovunque, anche a quattromila metri. Siamo tutti responsabili e vittime di quello che ci sta succedendo. Guardando la neve color salmone e le cordate che ci camminavano sopra, ho pensato che per noi è solo un fenomeno fisico, perché abbiamo la spiegazione, mentre la sapienza orientale saprebbe scorgervi qualche rivelazione, forse un’ammonizione, comunque non si rifugerebbe nella spiegazione scientifica. I ghiacciai himalayani, a differenza dei nostri, sono considerati dalle popolazioni dei luoghi speciali, governati da prodighe divinità. Le candide cime innevate recano il dono della fertilità, perché dalla neve sgorga l’acqua e dall’acqua nasce la vita. Ogni esistenza scende dalle montagne.