Paolo Paci, “L’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa” (Corbaccio)

Racconta una leggenda che un tempo, tra le più alte montagne della Svizzera Centrale, vi fu un bruto, un “orco” anzi, che attentò alle virtù virginali di una giovane la quale venne salvata da un monaco, che si frappose tra i due per salvaguardare le virtù della fanciulla. Chissà poi per quale metatesi geografico-toponomastica, le tre figure diedero il nome alle grandi montagne che sovrastavano le loro terre: Eiger, l’“Orco”, Mönch, il “monaco”, Jungfrau, la “vergine” o “fanciulla”. Parrebbe una leggenda scaturente da chissà quali antiche narrazioni; in verità è una storiella ottocentesca, nata ai primordi dell’era turistica alpina per suggestionare e attrarre i viaggiatori che dal Nord Europa giungevano sulle Alpi Svizzere lungo i propri Grand Tour. In ogni caso è anche così, grazie a questi pittoreschi nomi, che nella famosa triade dell’Oberland bernese, con al traino l’intera regione montana del Canton Berna, identifichiamo e riconosciamo alcune tra le vette alpine più famose al mondo – probabilmente le più famose e conosciute anche iconograficamente, con il Cervino e il Monte Bianco. D’altro canto i tre gioielli alpini di roccia e ghiaccio sono incastonati in un territorio che senza alcun dubbio è tra i più spettacolari al mondo, ricco di laghi, fiumi, valli, boschi e alpeggi, un’infinità di vette secondarie ma non per questo meno scenografiche, ghiacciai, forre, gole, cascate e paesaggi da cartolina con villaggi pittoreschi, castelli monumentali, hotel da sogno, attrazioni d’ogni sorta e innumerevoli altri elementi geografici, morfologici, antropici – insomma, un piccolo-grande mondo montano che forse solo in Svizzera si può trovare o, poteri anche dire, solo gli svizzeri hanno saputo inventare.

Similmente, questo piccolo-grande mondo montano elvetico è ricco, anzi, letteralmente ingolfato di storie, fatti, eventi, imprese, episodi, cronache con protagonisti personaggi, reali o fantastici, più o meno celebri e comunque tutti quanti in grado di raccontare narrazioni affascinanti che Paolo Paci  scrittore e giornalista di viaggio milanese, ha raccolto durante il suo personale vagabondaggio nell’Oberland e poi registrato ne L’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, (Corbaccio, 2020), sorta di diario in forma di reportage del proprio viaggio, a volte più cronachistico, altre più confidenziale – o meno giornalistico.

Paci percorre in lungo e in largo l’intera regione montana bernese, prendendola alla larga ovvero partendo dalla “mia” Lucerna e dalle sue due montagne per eccellenza, la Rigi e il Pilatus, che propriamente non fanno parte della regione dell’Oberland ma che delle sue vette certamente offrono panorami tra i migliori e più ampi dell’intera zona, e che risultano fondamentali proprio per la “scoperta” della regione stessa dal punto di vista turistico oltre che per la forma logistica (e commerciale) del relativo sviluppo, posto che sulla Rigi (sì, al femminile, come è d’uso definirla presso i locali) prese a salire la prima ferrovia di montagna d’Europa già nel 1871, modello per tutte le altre ferrovie, funicolari, funivie turistiche nate successivamente in gran quantità sia in Svizzera che altrove.

L’autore poi si avvicina sempre più al centro della regione, seguendo un moto quasi a spirale che ha come ovvio fulcro la triade alpina citata e con il quale tocca le principali zone e i relativi centri, da Meiringen a Interlaken, a Thun e Gstaad, Kandersteg, Lauterbrunnen e così via, per ogni luogo narrando del paesaggio naturale e, soprattutto, di quello umano, senza tralasciare di riferire delle peculiarità maggiormente turistiche in loco e con ciò evidenziando come, fin dall’inizio dell’era turistica, il successo della regione si basi su un certamente anglosassone ma pure intrigante e assai confortevole leisure, un ozio ricreativo il più possibile agevolato da servizi e attrazioni funzionali al divertimento e alla fascinazione del turista – pratica nella quale, bisogna ammetterlo con la dovuta ammirazione, gli svizzeri sono pressoché insuperabili. Anche dove questo, ad occhi più attenti e sensibilità più vivide, appaia come un gran divertimentificio alpino spesso alquanto kitsch e straniante ovvero, come già scriveva Alphonse Daudet nel suo celeberrimo Tartarino sulle Alpi (1885), «un vasto Kursaal, un vero casino panoramico dove viene per distrarsi gente da tutte le parti del mondo». Infine Paci approda sulle tre grandi montagne sorelle, con un particolare e inevitabile focus sulla storia alpinistica dell’Eiger, la cui Nordwand, il versante Nord, è stata per lungo tempo la più difficile (e mortale) parete delle Alpi, ma pure denotando l’importanza simbolica e iconografica che queste montagne hanno rappresentato e continuano a rappresentare per l’intera regione alpina nonché per tutta l’Europa.

Libro bellissimo e di affascinante lettura in forza della traboccante ricchezza di narrazioni che contiene, L’Orco, il Monaco e la Vergine ha dal mio (opinabilissimo, sia chiaro) punto di vista una piccola debolezza nel non aver approfondito maggiormente l’aspetto antropologico di certe realtà storiche peculiari nella e per la regione esplorata e raccontata, che sicuramente Paci, da “viaggiatore alpino” sensibile qual è, ha saputo percepire e che avrebbero fornito uno spessore meno cronachistico e più umanistico – se così posso dire – al testo. D’altro canto posso ben capire che, se queste ulteriori osservazioni di natura antropologica fossero state presenti, avrebbero probabilmente troppo dilatato il testo e magari fornito di un’apparenza saggistica meno d’appeal. Tuttavia l’affascinante narrazione diaristica intessuta da Paci dovrebbe e potrebbe ben diventare – e mi auguro sia così – uno stimolo notevole ad andare personalmente ad approfondire la scoperta e la conoscenza dell’Oberland Bernese e dei suoi aspetti più “intimi”, un territorio il cui fascino estetico e culturale è certamente indescrivibile nel suo complesso ma che, nonostante ciò, Paolo Paci ha saputo mirabilmente raccontare e trasformare in una narrazione scritta che incuriosirà (e magari alcuni entusiasmerà) ogni autentico viaggiatore.

Un consiglio: leggete il libro tenendo lì con voi una mappa della regione, oppure consultatene nel frattempo una on line. “Vedere” sul terreno, ovvero su una carta geografica, le varie località narrate da Paci, capire in questo modo ciò che hanno intorno, cercare di immaginarsi il paesaggio che le contraddistingue (anche qui, nel caso, facendosi aiutare dal web), aiuta moltissimo ad apprezzare ancor più sia il testo che i luoghi stessi nell’ambito dell’intera regione, vero e proprio labirinto di valli ciascuna a suo modo peculiare e tutte quante nell’insieme (cioè reciprocamente) rappresentative di quello che è il “cuore ghiacciato” e oltre modo spettacolare, oltre che profondamente emblematico, della nostra Europa.