In morte (imminente) della libertà del web

[Foto di succo da Pixabay]

Facebook ha oggi circa 2,5 miliardi di utenti, Instagram circa 1 miliardo, WhatsApp 1,6 miliardi. Youtube ne ha circa 2 miliardi, WeChat 1,6 miliardi. La popolazione mondiale è attualmente di circa 7,7 miliardi di persone. Mentre osserviamo la pagliuzza di una economia di rete dai tratti ormai chiaramente monopolistici, impossibili da risolvere senza scelte di rottura, per altro previste dalle attuali leggi del mercato occidentale, sfugge a molti, e in special modo alla politica americana, la trave ben conficcata nel nostro occhio planetario. Quella secondo la quale Internet, un sistema nato e ottimizzato per decentralizzare i contenuti e che funziona egregiamente solo quando gli ambiti digitali saranno molti, differenti e debolmente connessi, si sta trasformando in un unico gigantesco canale broadband nel quale il flusso è sempre più spesso unico e controllato. […] Divide et impera, dicevano quelli. Unisci e impera, potremmo dire oggi. Con tanti cari saluti alla grande democrazia della rete Internet, apparentemente a disposizione di tutti ma, nei fatti, ormai nelle mani di pochissimi. Quasi sempre i peggiori.

(Da un ottimo e importante articolo di Massimo Mantellini dal titolo Unisci e impera, pubblicato nel suo blog su “Il Post” venerdì 21 agosto 2020. Potete leggerlo nella sua interezza – fatelo che merita alquanto, ribadisco – cliccando sull’immagine in testa al post. E siate sempre molto diffidenti, quando frequentate il web e i social network. Mooooolto.)

Il principio iconoclasta

[Rimozione della grande croce di Stadelhofer, Zurigo, nel periodo dell’iconoclastia calvinista. Da Illustrierte Reformations-Chronik di H. Bullingers, 1605. Immagine di Roland Fischer, Zürich; Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]
E se invece lo stesso principio iconoclasta che oggi abbatte i monumenti di personaggi dalla storia più o meno opinabile fosse applicato agli stati, oppure alle religioni?

Proprio gli Usa, ad esempio: nella loro forma istituzionale contemporanea ci hanno portato sulla Luna e hanno “inventato” internet, ma quante guerre sporche e quante azioni politiche deprecabili hanno messo in atto nel frattempo?

Oppure le religioni monoteiste, appunto, cattolicesimo in primis, la cui storia, a fronte di innegabili opere di bene, presenta una lista di misfatti che all’inferno così lunga e articolata se la sognano!

Se dovessimo utilizzare il classico metodo della bilancia, ponendo su un piatto le cose buone e sull’altro quelle cattive, temo che buona parte delle istituzioni umane avrebbe la sorte segnata, e sarebbe giustissimo che ciò avvenisse. Di contro, io credo, più ancora che l’iconoclastia fanno sempre molto bene alla causa della giustizia la conoscenza e la consapevolezza, gli strumenti che l’intelligenza, la memoria e la coscienza umane hanno a disposizione per giudicare, capire, reagire, accettare o rifiutare e adeguare la relazione di ciascuno con quelle istituzioni.

Non sono gli eroismi, le santità, le venerabilità e i prestigi di sorta che racchiudono la realtà dei fatti, rappresentandone quasi sempre un’iperbole distorsiva creata ad arte, ma l’equilibrio della verità oggettiva e obiettiva che non può ammettere estremismi celebrativi oppure denigratori, a loro volta iperboli irrazionali e devianti. Un equilibro che è pure la condizione migliore grazie alla quale praticare la libertà di pensiero e d’azione, quella che ogni individuo dovrebbe saper esercitare e che spesso proprio certe simbologie iconiche, ovvero il modo con il quale sono state narrate e imposte, hanno contribuito – a volte pur indirettamente – a impedire.

 

Tutto è politica, meno la “politica”!

[Foto di Gordon Johnson da Pixabay.]
Da sempre sono convinto che qualsiasi azione pubblica che possa comportare qualsivoglia effetto, in primis la trasmissione di un messaggio, sia un atto politico. Lo è certamente il gesto artistico, quale esempio assoluto, ma lo può e lo deve (dovrebbe) essere anche ogni altra pur minima azione compiuta da chiunque. Questo perché l’interazione più o meno attiva e intensa con la sfera pubblica è un atto che influisce sulla relazione, la gestione, lo sviluppo di essa, anche quando lo faccia minimamente o in modi incompresi e inintelligibili dai più. D’altro canto questo comporta che ogni atto individuale pubblico debba essere compiuto coi crismi della logica e della razionalità, dell’intelligenza, della coscienziosità e della consapevolezza civica e culturale, dell’umanità, eccetera. Quindi, è un atto politico un’installazione artistica esposta al pubblico, il portare fuori di casa la spazzatura, il camminare in un bosco, il mettersi in coda alle poste, il chiacchierare con gli amici di come va il mondo, il leggere un libro sul treno, e così via. Tutto o quasi, insomma, ma perché siamo creature civiche e dunque inevitabilmente politiche; solo l’eremita che si isoli dal resto del mondo e dell’umanità su un’isola dispersa nell’oceano potrebbe non esserlo, ma anche in tal caso il condizionale è d’obbligo.

Certo, come ribadisco, bisogna essere consapevoli di tale condizione “politica” singolare e condivisa.

Ecco: posto ciò, io credo che sempre più col tempo si sia imposta una classe politica a dir poco indecente, e sostanzialmente antitetica alla politica nel senso originario e nobile del termine, proprio perché sempre più persone hanno trascurato, dimenticato, ignorato o rifiutato la matrice politica di ogni propria azione pubblica, richiudendosi in un crescente egoismo autoreferenziale, antisociale, dissociante e alienante in conseguenza del quale il valore politico che agisce materialmente e immaterialmente sulla realtà è stato (abbastanza sovrappensiero, o per mera ottusità) demandato ad un ambito virtualmente superiore – quello “politico” nel senso di attività esercitata dai movimenti politici – il quale, trovandosi il campo libero da qualsiasi limitazione morale, sociologica e filosofica, ha potuto degradarsi e degradare il senso stesso della “politica” fino alla situazione attuale.

Per dirla in parole povere: ove buona parte delle persone se ne freghino del valore culturale e politico del proprio essere parte della società, pensando solo ai propri interessi e dimenticando di agire in uno spazio pubblico condiviso, il politico-di-partito si ritrova con le mani libere (e pulite di default) per fare ciò che vuole. Da qui, il passo all’indecenza di governo e di potere è brevissimo, avendo a che fare con una classe dirigente istituzionale di partenza ben misera di valori, cultura, etica, visionarietà e quant’altro un politico dovrebbe possedere ovvero coltivare con il massimo impegno.

Anche per questo, in fondo, la democrazia si dimostra una forma di governo così traballante e disarmata e il principio per il quale «ogni popolo ha i governanti che si merita» si dimostra di valore ineluttabilmente assoluto. O la politica torna ad essere un’attività democratica, dunque condivisa e praticata da tutti, oppure è ben difficile sfuggire da una sorte nefasta.

E, per essere chiari, «ben difficile» è un espressione eufemistica, ecco.

Destra? Sinistra? Ancora?!

Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.

Se una cosa è di destra, non va bene alla sinistra.
Se una cosa è di sinistra, la destra protesta.

Destra, sinistra.
Sinistra, destra.

La sicurezza è di destra, il clima è di sinistra,
gli immigrati di sinistra e la Madonna di destra.

Sinistra, destra, destra sinistra.

Una bella minestrina è di destra, il minestrone è sempre di sinistra (cit.).
Gli operai erano di sinistra, oggi son di destra.
I “padroni” erano di destra, oggi son di sinistra.
Abbassare le tasse è di sinistra e pure di destra, ma sia la sinistra che la destra non le abbassano.

Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.

Il culatello è di destra, la mortadella è di sinistra (cit.).
Eccetera.

Ma veramente ancora oggi, nel 2019, siamo qui a dibattere di politica in questo modo che non solo è ormai retorico e anacronistico, ma pure – vista la realtà dei fatti – francamente idiota?
Non è forse che (come già osservavo qui) proprio questa presunta “alternanza”, che ci viene fatta credere come la quintessenza della democrazia, sia invece diventata il suo più pericoloso cancro? Non ci sarebbe bisogno, pure qui, di un bel cambio di paradigma, di molta più concretezza oggettiva e molta meno puerile retorica?

Chiedo, ecco.

Capitalismo

Elnur Babayev, Capitalism, 2014. Opera vincitrice del Silver Award nell’Annual Poster Competition della prestigiosa rivista americana Graphis.

L’opera del bravissimo artista e designer turco a qualcuno sembrerà fin troppo di sinistra, ci posso scommettere. D’altro canto, non è proprio il reiterare contrapposizioni ideologiche così chiuse e manichee (nell’uno e nell’altro senso) che non solo si offrono le condizioni ideali a certi sistemi – proprio come il capitalismo, ad esempio – di corrompersi e deviarsi sempre di più causando danni tremendi e, al contempo, si degrada la democrazia a livelli da stadio ricolmo di facinorosi, deviando pure essa verso forme politiche alquanto inquietanti – come in Italia, per fare un altro esempio del tutto significativo?

Di sistemi – sociali, economici, politici, ideologici – presentati come innovatori e poi rivelatisi illiberali e barbarici, nati proprio in forza di quei manicheismi, ne dovremmo ormai avere abbastanza. E l’essere costretti a usare il condizionale, in quel verbo, la dice lunga su quanto siamo ancora civicamente primitivi e privi di senso politico – nell’uno e nell’altro. Purtroppo.

Insomma… torna sempre utile ribadire il mai troppo compianto Giorgio Gaber:

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra,
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.
Ma cos’é la destra cos’é la sinistra?

(clic)