Un test

Sto pensando a dove si potrebbero installare aggeggi come quello raffigurato nell’illustrazione qui sopra e, pur meditando a fondo e a lungo, mi viene sempre in mente un luogo, principalmente, solo che se lo dicessi/scrivessi poi sicuramente qualcuno finirebbe per darmi del sovversivo e allora, beh… allora no, non ve lo dico che li metterei accanto ai seggi elettorali condizionando al “risultato” la partecipazione al voto. Già
Ma appunto, scordatevelo proprio che lo scriva. Ecco.

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Quella sulla musica italiana in radio è una proposta di legge Comic(a)!

Tralasciamo pure il fatto che il documento qui sopra riprodotto, che presenta la “proposta di legge” (!) con la quale imporre alle emittenti radiofoniche di trasmettere una quota minima di brani italiani, è già buffo di suo, col suo contenuto e quel carattere utilizzato che – guarda tu che caso! – si chiama Comic (fate clic sul link e leggete perché è nato e come lo si dovrebbe usare), tralasciamo anche che una tale proposta puzzi lontano mille km di Ventennio e di EIAR ma supponiamo pure, di contro, che nel principio il suo fine possa anche essere nobile… e tralasciamo pure che vorrei tanto sapere chi sceglierebbe poi i brani da trasmettere, chi ne decreterebbe la qualità artistica e su quali basi, e se fosse effettivamente una scelta svincolata da meri accordi commerciali – quella pratica che nel gergo del settore viene chiamata payola – e quanto spazio verrebbe garantito alla musica indipendente, quella che di frequente offre la migliore qualità artistica proprio perché libera da imposizioni commerciali…

Tuttavia, posto e tralasciato quanto sopra, mi chiedo: e se si provasse a supporre che la musica italiana non venga trasmessa dalle radio – accordi commerciali con le case discografiche a parte, le quali peraltro producono pure musicisti nostrani – perché, molto semplicemente, non è di buona qualità? E se fosse tale anche perché il pubblico italiano non gode di un bagaglio culturale e, in tal caso, artistico-musicale, all’altezza e in grado di mettere in evidenza i migliori musicisti rispetto a quello mediocri? No, perché se il talento musicale italiano è ad esempio quello proposto negli ultimi anni dai vari “talent show”, beh… salvo rari casi, gli dei ce ne scampino!

Ciò, sia chiaro, non significa che anche dall’estero non vengano – e siano trasmesse – proposte musicali di qualità discutibile – di contro, da frequentatore di lungo corso della musica e di molte scene estere, so bene come altrove la qualità media sia ben maggiore rispetto a quella nostrana. In verità, di artisti musicali italiani di gran pregio ve ne sono a bizzeffe e sovente sono assai noti e apprezzati all’estero senza che lo si sappia in Italia (ad alcuni di essi vi dedicai anche una puntata del mio programma radio, tempo fa) ma mai – e ribadisco, mai – vengono trasmessi dalle grandi radio (a parte forse che sulla sola Radio3 RAI, emittente pubblica dedita alla cultura, non a caso, e non casualmente la meno ascoltata in ambito RAI): proprio perché di qualità troppo alta per lo standard dell’uditorio italico. Troppi colti, troppo poco d’appeal, poco vendibili, poco divulgabili: cerchio (e porta) chiusa – alla musica di qualità.

Ergo? Cui prodest?

Insomma, devo riassumere quanto sopra a riguardo di quella proposta di legge in comic sans con poche parole? Una bella e buona scempiaggine, in perfetto stile con quanto viene spesso da certa politica. Ecco.

E ascoltate la vera buona musica italiana, mica la robaccia che vi spacciano come tale in TV o sulle radio ultracommerciali e senza che ci sia bisogno di una legge tanto idiota quanto rozza che ve la imponga! Solo sostenendo i musicisti di qualità, sapendo comprenderne il valore, si potrà accrescere il livello artistico delle produzioni musicali: fatto ciò, la diffusione radiofonica verrà di conseguenza. Alla faccia di Sanremo, dei “talent show” televisivi e di tutte le altre simili messinscene.

N.B.: cliccando qui potrete leggere un ottimo approfondimento sulla questione tratto dal Giornale della Musica.

N.B.2: chi scrive – lo dico senza alcun vanto ma per mero dato di fatto – trasmette musica in una radio (indipendente) da quasi 30 anni. Già.

Festival? Sanremo?

Qualche sera fa sono in casa di amici i quali, malauguratamente per loro, ancora posseggono e guardano la TV. Il canale su cui è sintonizzata trasmette dei messaggi pubblicitari tra i quali ne scorgo uno che attira la mia attenzione*, e ciò più che altro perché penso di aver capito male il messaggio relativo. Lo seguo con maggior concentrazione, dunque, e bastano pochi altri attimi per convincermi che no, non avevo capito male, quello spot sta veramente annunciando l’imminenza di un “certo” evento – di quel solito evento nazional-popolare tipico di questo periodo, che rende ormai altrettanto tipico il personale sconcerto…

Ma come?! Pure quest’anno lo fanno, il Festival di Sanremo???
Ohmmamma!

P.S. #1: peraltro, uno spot di una banalità e stupidità notevolissime.

P.S. #2: l’immagine in testa al post si riferisce al festival sanremese serio, ça va sans dire.

 

Il paese (sur)reale

Concordo con quanto sostengono molti: la situazione italiana attuale è talmente surreale che se André Breton, nel 1924, avesse avuto l’inopinata capacità di prevederla o la possibilità fantastica di viaggiare nel tempo e così constatarla, avrebbe maturato non poche remore riguardo la pubblicazione del suo celeberrimo Manifeste du surréalisme, quanto meno considerando cosa il termine “surreale” indichi,  nell’Italia di oggi. Ovvero qualcosa la cui accezione è sostanzialmente opposta a quella originaria riferita al mondo dei sogni, mentre qui siamo semmai pienamente addentro nel recesso degli incubi. Già.

Tutto diverso, tutto come prima

A tutti i “reduci” delle ultime elezioni politiche, ai vittoriosi e agli sconfitti, agli esultanti sobri, a quelli gongolanti e a quelli sguaiati, ai delusi, ai depressi, agli irosi e agli affranti sull’orlo di un crisi di nervi, a quelli che “poteva andare peggio” e a quelli che “non poteva andare meglio”, agli orgogliosi e ai vergognosi, ai boriosi e ai meschini, a quelli che se potessero rivotare cambierebbero la loro scelta e a quelli che nemmeno si ricordano cos’hanno votato, a quelli che dicono che è finita un’era e a quelli che sostengono che ne è cominciata una nuova (ma non si tratta della stessa “era”), a chi commenta, analizza, giudica, critica, esamina, sviscera, profetizza, vaticina, a quelli che saltano sul carro dei vincitori, a quelli che si ritrovano buttati a terra e agli altri che stanno già pensando di diventare nuovi carrozzieri
A tutti costoro, insomma, consiglio di leggerci sopra qualcosa, giusto per svagarsi un attimo e magari capire un po’ meglio come stanno le cose. Ecco, leggere qualcosa tipo il brano seguente, peraltro celeberrimo – anzi, sempre più tale anche perché sempre più atemporale – e poi mettersi il cuore in pace. In qualsiasi caso.

Il ragazzo divenne serio: il suo volto triangolare assunse una inaspettata espressione virile. “Parto, zione, parto fra mezz’ora. Sono venuto a salutarti.” Il povero Salina si sentì stringere il cuore. “Un duello?” “Un grande duello, zio. Contro Franceschiello Dio Guardi. Vado nelle montagne, a Corleone; non lo dire a nessuno, sopratutto non a Paolo. Si preparano grandi cose, zione, ed io non voglio restarmene a casa, dove, del resto, mi acchiapperebbero subito, se vi restassi.” Il Principe ebbe una delle sue visioni improvvise: una crudele scena di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato soldato. “Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettersi con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev’essere con noi, per il Re.” Gli occhi ripresero a sorridere. “Per il Re, certo, ma per quale Re?” Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?” Abbracciò lo zio un po’ commosso. “Arrivederci a presto, Ritornerò col tricolore.” La retorica degli amici aveva stinto un po’ anche su suo nipote; eppure no. Nella voce nasale vi era un accento che smentiva l’enfasi. Che ragazzo! Le sciocchezze e nello stesso tempo il diniego delle sciocchezze.

(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1969 – 1a ed.1958.)