Arno Camenisch, “Ultima neve” (Keller Editore)

I cambiamenti climatici sono un bel problema, ormai lo sappiamo tutti, anche se l’effettiva e necessaria consapevolezza di quanto il clima stia realmente cambiando, e ancor più di quali conseguenze ciò comporti, non è ancora così diffusa e risaputa. La questione, insomma, è al momento di natura piuttosto immateriale per tanti, nonostante la messe di dati scientifici al riguardo; ben più materiale, concreta e visibile diventa invece in certi ambiti di maggior delicatezza climatica, come sulle montagne. Lassù non servono molti dati e non bisogna essere scienziati per capire e constatare che il clima cambia, fa più caldo, gli inverni si accorciano, non nevica più, o molto meno d’una volta. In montagna il clima non modifica solo il modo di vestirsi o la temperatura dei termostati nelle case: cambia il territorio, cambia il paesaggio, modifica l’economia che per secoli si è basata anche sul fattore climatico e negli ultimi anni ancor più col turismo, cambia le abitudini di residenti e turisti. Basti pensare a quelle località sciistiche poste a quote non elevate che, con l’aumento delle temperature, vedono molta meno neve d’una volta, e che su impianti di risalita e piste innevate hanno costruito l’economia locale e il proprio piccolo/grande benessere: se qui la neve non cade più, è un po’ come se una nave con il proprio equipaggio che abbia navigato per lungo tempo senza alcun problema si ritrovi quasi di colpo in secca… che potrebbero fare d’altro quei marinai, così privati d’improvviso del loro abituale mondo e dello stesso senso delle loro esistenze?

Ecco, il Paul e il Georg sono come due di questi marinai, e la loro “nave” – per uscire dalla metafora marina e tornare definitivamente all’ambito montano – è uno skilift in un piccolo villaggio dei Grigioni, in Svizzera, nel quale, in un inverno di quelli come sovente ne capitano ultimamente, nevica poco o niente. È questa la scenografia dell’ultimo romanzo di Arno Camenisch, tra i più significativi scrittori elvetici contemporanei e, ancor di più, della “letteratura di montagna”: Ultima neve (Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, orig. Der letzte Schnee, 2018) è una specie di originalissimo diario, quasi giornaliero (o almeno sembra tale), che racconta le giornate dei due custodi dell’impianto di risalita in attesa che dal cielo cada la neve in maniera sufficiente per poter sciare e rianimare la montagna altrimenti silente e un po’ triste.

C’è da immaginarseli i due protagonisti del romanzo, il Paul e il Georg, a scrutare il cielo fuori dalla piccola baita che fa da biglietteria per l’impianto, da magazzino, da riparo, da infermeria e da tutto il resto che può servire lì: due uomini di mezz’età, tranquilli come la vita lassù, pragmatici come i montanari sanno essere e anche un poco malinconici per come vedano – anche a prescindere dalla neve – il loro piccolo mondo alpestre cambiare, anno dopo anno… I figli che diventano grandi, il villaggio che si spopola inesorabilmente, i negozi che chiudono, le abitudini che cambiano anche nelle cose più minime e funzionali alla quotidianità (ad esempio come il dover andare a fare benzina a chilometri di distanza, ora che il piccolo distributore del paese ha chiuso), le relazioni sociali che a loro volta si modificano eppoi, tutto intorno, i ghiacciai che si sciolgono, le montagne che cambiano aspetto, il paesaggio che muta e perde alcune delle sue caratteristiche più identitarie… Di tutto questo il Paul e il Georg chiacchierano fittamente giorno dopo giorno, dalla mattina quando, appena sorge il Sole – avviano lo skilift e impilano i biglietti pronti per la vendita, alle quattro meno un quarto del pomeriggio che tra le chiacchiere giungono sempre rapidamente, l’ora in cui si spegne tutto e si dichiara conclusa la giornata. D’altro canto non possono fare molto altro, i due, visto che la neve è talmente esigua, e certi giorni fa così caldo, pur essendo inverno pieno, che di sciatori se ne vedono ben pochi. Al punto che

Il comune ha minacciato di chiudere lo skilift, da quando è presidente quell’altra testa di legno vogliono risparmiare su tutto, sarebbe un peccato per il nostro bel muletto, se pensi a quanti ci hanno imparato a sciare, da qui veniva fuori un campione un anno sì e un anno no, come il Seppi Plum, un lampo, peccato solo che è finito nel bosco. Una miniera di talenti è questa, ma poi ti arrivano quelli lì e non trovano uno scarpone abbastanza grosso per il calcio in culo che voglion piazzarti. (pag.13)

Sì, perché il piccolo skilift del Paul e del Georg alla fine non è solo un semplice impianto di risalita a beneficio del divertimento degli sciatori e dell’economia dei locali: è un vero e proprio simbolo identitario, un marcatore referenziale di senso quasi antropologico, una “bandiera” del villaggio che ha garrito a lungo al vento dei monti ma che ora di vento ne ha ben poco a disposizione, solo una flebile brezza ogni tanto. È anche una specie di indicatore del tempo che passa, di metronomo che detta il ritmo– tranquillo, pacato, regolare – della vita quotidiana di lassù, con il ta-ta-tà dei piattelli che girano lungo il cavo, salgono a monte e poi discendono nuovamente a valle ogni giorno per innumerevoli volte, quasi fossero le cellule di un fluido vitale che, in un modo o nell’altro, dava forza al villaggio e ne dettava la routine e le consuetudini, almeno in inverno, facendo anche in modo che i suoi abitanti si sentissero in relazione col resto del mondo.

Ora invece non nevica più come una volta, appunto, e non c’è molto da poter fare per risolvere la cosa. Solo aspettare e sperare che le correnti cambino, che il freddo scavalchi i monti e scenda in valle, che la neve finalmente si decida a cadere copiosa e rivitalizzante come una fonte d’acqua pura nel deserto. Il Paul e il Georg attendono pazienti, fanno tanti piccoli lavoretti al loro skilift e alle piste, sistemano tutto quanto affinché gli sciatori – quando arriveranno – possano trovare il posto di loro massimo gradimento, e intanto parlano, dissertano, fantasticano, ingannano il tempo in ogni modo venga loro in mente ma sempre e comunque, anche se la neve al suolo è in quantità risibile e nessuno o quasi si fa vedere, lassù, il loro skilift lo fanno partire ogni benedetta mattina. Perché è anche una specie di polmone artificiale, di macchina che dà loro la parvenza d’una vita, d’una speranza che le cose possano sistemarsi magari non come un tempo ma certamente meglio di adesso. E i due sanno bene che, se il loro impianto si dovesse fermare, sul villaggio e su quella zona di Alpi calerebbe un silenzio che veramente sarebbe da definire “di tomba” e ciò non rappresenterebbe soltanto una triste allegoria. “La vita è una ruota che gira” dice il noto adagio popolare: e in fondo cos’è, lo skilift, coi suoi cavi e son i piattelli che vanno su e giù, se non a sua volta una “ruota”?

Arno Camenisch si conferma un ottimo cantore della montagna contemporanea, non solo svizzera, con storie dietro la cui apparente semplicità si conserva tutta la complessità del vivere “in alto”, della cultura montana, della particolare relazione tra questi territori così “duri” e la gente che li abita e se ne fa immagine e rappresentazione, di una realtà fragile e non di rado logorata ma pure, di contro, tra le poche a riuscire faticosamente a conservare un’identità e una dignità di antico e prezioso valore, il che mantiene la montagna (e le Alpi in particolare) un iper luogo di matrice positiva che può evolvere a neo luogo, spazio e ambito di vita “elevata” sotto ogni significato del termine nonché rinnovata ed emblematica riguardo i tanti, troppi “non luoghi” che invece ormai caratterizzano il vivere contemporaneo sul piano e nella città. Tutto ciò, Camenisch lo racconta col suo particolare stile, figlio assolutamente legittimo della lingua romancia delle sue terre grigionesi, del suo particolare ritmo, delle sue sonorità, della sua espressività così apparentemente elementare eppure così intensa, densa, antropologica, che pure nella traduzione italiana, grazie al solito ottimo lavoro al riguardo di Roberta Gado, mantiene tutto il suo fascino.

Da leggere. Perché è veramente come andare sui monti e sentire l’erba, la terra, la roccia sotto i piedi così come le pagine del libro tra le mani, leggendone la storia così come si “legge” il paesaggio montano.

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