La prima neve

[Per visitare la fonte dell’immagine – di oggi, intorno alle 12.00 – cliccateci sopra.]

La prima neve che cade sui monti – a quote ordinarie, intendo dire, quella che colora di bianco un’ampia fascia dell’orizzonte e del paesaggio quotidiani, poco sopra casa e anche se solo per poche ore – è una di quelle poche cose che, a me, non solo infonde una deliziosa contentezza ma che, per così dire, mi fa sperare in qualcosa di bello. Fa niente non capire cosa, basta percepire la gradevole sensazione e basta non star lì a indagarla troppo, almeno per quel momento: avvertirla, viverla, goderla e amen.

P.S.: c’è un altro post qui nel blog che ha lo stesso titolo, nel quale ho trattato lo stesso tema in altro modo. Lo leggete qui.

D’io

Il profeta saliva il sentiero sassoso con lunghi e rapidi passi, lo sguardo fisso alla vetta ormai vicina oltre la quale la prima balugine aurorale si stava accendendo. Il suo ansimare era l’unico rumore lassù, segno d’una fatica che tuttavia egli non percepiva, preso com’era dalla missione e dal momento incipiente.
Quando il Sole spuntò oltre l’orizzonte montuoso, fu come se l’Universo intero si fosse acceso di luce abbagliante, o come se un immane incendio senza fiamme avesse avvolto il mondo, scaturendo dal punto in cui l’uomo si era prostrato, gli occhi rapiti da quel prodigio luminoso, le mani aperte in segno di massima accoglienza. Udì la voce del divino forte e imperiosa dentro di sé:
«Ecco la mia legge. Che l’uomo ne sia perennemente guidato, e la sua vita sarà un cammino di gloria e prosperità!».
Di fronte, nel mezzo della luminosità accecante gli apparve una grande lastra d’arenaria, prodigiosamente incisa da chiare parole, da frasi, da periodi compiuti: le leggi divine!
«Grazie, mio dio!» egli urlò, e lo sguardo cercava già di leggere quelle parole, di trarne comprensione nonostante la fremente suggestione dell’evento, mentre il mirabolante sfavillio ultraterreno veniva assorbito dalla turchina purezza del cielo mattutino. Lesse, lesse e rilesse ancora, e poi di nuovo ancora… e di nuovo, per l’ennesima volta, rilesse la lastra incisa. Ne restò sconcertato. Si guardò intorno, poi levò gli occhi al cielo: ora era solo, il silenzio avvolgeva nuovamente il monte, solo un flebile fischio di vento a tratti si poteva udire. Lesse ad alta voce: “Chi osserva la mia legge non a da temere nulla”.
Non a da temere nulla
Ma è… un errore? Un così marchiano errore di ortografia!?!
Mille confusi pensieri presero a girandolare nella sua mente e tutti, in buona sostanza, originavano le stesse domande: come poteva egli, profeta eletto, portare al popolo la legge divina con quel terribile errore? Come poteva essere credibile – dio, la sua legge, il suo insegnamento ed egli stesso in qualità di profeta? E cosa avrebbe pensato il popolo stesso, già animato da una così labile e incerta fede?
In pochi attimi, decise il da farsi. Con gesti risoluti, l’uomo trasse dalla propria bisaccia il coltello, raccolse un sasso e lì vicino trovò un’altra grossa lastra d’arenaria, roccia di cui quel monte era composto. Memore del proprio lavoro di gioventù come scalpellino, in poco tempo ricopiò il testo divino sulla nuova lastra, ora senza più errori e abbellendo pure certi passaggi, che ritenne poco incisivi.
Così, col Sole già alto sopra l’orizzonte, intraprese la discesa verso la folla che lo attendeva, finalmente sollevato e, se così poteva pensare di se stesso, orgoglioso di quanto fatto.

(P.S.: anche questo è un racconto al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi molto molto molto particolari – ho detto “molto”, sì. Ne trovate altri, insieme a scritti d’altro genere, qui. Forse quella raccolta sarà pubblicata, prima o poi. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più al riguardo. Sì, può essere. Forse. Chissà.)

Il volo del falco

(Vecchi scritti, mai pubblicati, saltano fuori ogni volta che “scartabello” tra cartelle e sottocartelle conservate in modi assolutamente entropici (ma un tempo una logica ce l’avevano, ne sono certo) sui miei pc. Questo, ad esempio, è di 22 anni fa -tenetelo presente, se lo leggete – ed è (era) parte di una raccolta di racconti dedicati alla Montagna, rimasta nel classico “cassetto” a beneficio di altri testi, già. Chissà se a ragione o meno, mah!)

[Foto di József Kincse da Pixabay]

Il volo del falco

Eccolo, eccolo ancora, il falco, spuntare dalle punte ghiacciate della Grande Montagna lentamente e solennemente, volando sopra i tetti, parendo in quella lentezza quasi sospeso, parte d’una dimensione presente e assente in quel momento temporale e in chissà quale altra temporale sfera!
Gli era sempre piaciuto il falco. Lo ammirava volteggiare maestoso nel cielo, le ali aperte quasi che le stesse potessero comprendere nella loro apertura il mondo intero, o almeno l’intero orizzonte, come un re al cospetto del suo regno simbolicamente racchiuso in un’unica sua apertura di braccia. Lo invidiava per il fatto che egli potesse spingersi ovunque volesse, su fin verso le apparentemente inviolabili vette della Grande Montagna, in un mondo senza alcuna limitazione fisica e, conseguentemente, spirituale: solo l’altezza come confine, l’elevazione massima verso l’infinito di un cielo senza termine immaginabile. Il suo volo era stupendo, unico, inimitabile: sprigionava una tale regalità che mai altra terrestre creatura, umana e non e pur di nobile rango, poteva anche solo avvicinare. Spesso la sua planata portava ad incrociare l’infuocato disco solare, e allora la sua parvenza di divinità aumentava ancora di più, la sua pennuta silhouette si ammantava d’un aureo alone sfolgorante che imprimeva nella pupilla impressionata la sagoma d’una visione quasi mistica, di un dio che volesse magicamente nobilitare la visione del mondo ad un qualche umano con la sua sublime presenza aerea […]

(Cliccate sull’immagine oppure qui per leggere tutto il racconto, su file pdf illustrato.)

La prima neve

La notte scorsa è comparsa la prima neve, sui monti sopra casa: una leggera polvere bianca, dai 1700 metri in su, a coprire le vette e rinfrescare a modo l’aria mattutina.

È sempre un piccolo evento, la prima nevicata della nuova “brutta stagione”, per qualcuno deprimente in quanto segnala l’imminente ritorno dell’inverno e del freddo (ma chissà quanto, poi, coi cambiamenti climatici in corso), per altri allettante dacché annuncia pure future giornate e vacanze sciistiche, ma comunque suggestivo per come sappia cambiare di colpo il paesaggio con quel tono bianco e apparentemente neutro capace tuttavia di non rendere affatto neutrale ad esso lo sguardo, la mente, l’animo. Pur se la si osserva da lontano, la neve, la mattina magari mentre si va verso il luogo di lavoro e le solite mansioni quotidiane: sa concedere quel quid di inopinata e stimolante diversità alla giornata che – ci scommetto – in chiunque dona anche solo qualche attimo di piacevolezza.

Ricordavo di aver scritto qualcosa, riguardo la prima neve della stagione, e una breve ricerca me l’ha fatto ritrovare: un raccontino tratto da una raccolta inedita che forse tale rimarrà per sempre, ma non perché non la ritenga meritevole d’essere pubblicata, anzi! Solo che non è ancora giunta la sua ora, e considerando che si tratta di testi ormai vecchi di qualche anno, potrebbe anche essere che quell’ora epifanico-editoriale non giunga nemmeno mai. O magari invece verrà molto presto, chissà. Proprio un po’ come accade con la prima neve dell’anno, sui monti: a volte arriva che è ancora estate, altre volte a gennaio non s’è ancora vista. Ma c’è da augurarsi che arrivi sempre, prima o poi, e il più possibile copiosa, ecco.

Insomma, buona lettura eh!

(Cliccate sull’immagine per visitarne la fonte.)

La prima neve

Quando la prima neve cade sui tetti del villaggio ai piedi delle montagne, tutti i bambini corrono verso le finestre rivolte alle più alte vette del massiccio nella speranza che i bianchi nembi carichi dell’algido dono, magari sulla spinta d’un poco di vento, s’aprano a mostrare la cima più alta: lassù certamente essi potrebbero intravedere il Re Gigante della Grande Montagna, intento a spargere nel cielo intorno con ampi movimenti delle colossali mani i fiocchi nevosi. Egli osserva dalla sua dimora di ghiaccio sita sulla più alta vetta l’andamento stagionale, il cambio delle tonalità naturali dei boschi e dei prati, lo scomparire delle corolle floreali sugli alpeggi, il rientro delle mandrie nelle stalle, le prime gelate notturne; inoltre, suoi falchi messaggeri per l’ultima volta nell’anno salgono fino alla più alta vetta e riferiscono dei cambiamenti avvenuti al Gigante. Egli sa che tutto quanto sta accadendo non è che il richiamo perentorio della Natura, per far che la prima neve scenda ad indurire il terreno così da predisporlo al letargo invernale ed ammanti l’intero paesaggio del suo prezioso silenzio, che all’uomo lenisce i turbamenti dell’animo e fa sentire prossimo il tempo di ritornare al riparo nel calore della propria casa per proteggersi dalle ormai imminenti intemperie invernali.
Ma anche gli adulti, che richiamano prima o poi i propri figli dal gelido incanto del paesaggio imbiancato, guardano anche solo un attimo verso l’alto, verso la più alta vetta pur nascosta dalle basse nuvole: essi sanno bene che il Re Gigante della Grande Montagna vive e persevera sostentandosi dei loro sogni e dei loro aneliti, che sugli arditi fianchi del monte acquisiscono la necessaria energia e purezza per potersi slanciare verso l’alto e raggiungere il cielo.

Routine (Un racconto inedito – per ora)

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e presto potrete saperne di più…

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Per motivi che qui, ora, verrebbe troppo lungo spiegare, il cinquantaduenne Gregor B., sposato con due figli, entro ventiquattrore sarebbe morto. E la cosa era certa, niente di probabile o ipotetico: no, inevitabile e ineluttabile, al punto che, a parte l’ovvio sconcerto, a Gregor non venne nemmeno di disperarsi. In fondo non sarebbe servito a nulla, stante l’inesorabile realtà dei fatti.
Avrebbe dovuto avvisare la moglie e i due figli – erano entrambi già grandi, il trauma non sarebbe stato così tremendo, forse. Però aveva pure quell’importantissima riunione in ufficio – per questo si era alzato molto prima del solito e ancora dormivano tutti, a casa – e i suoi capi erano settimane che raccomandavano, a lui e ai colleghi, la buona riuscita di essa. In tutta sincerità, sentirsi responsabile di un eventuale fallimento solo perché avrebbe dovuto arrivare lì e dire a tutti, “ehi, ragazzi, sospendete tutto, tanto entro domani sarò morto!” gli chiudeva lo stomaco. Beh, poco male per un imminente defunto! – penserete voi; d’altro canto la diligenza sul lavoro era da sempre un suo vanto e sempre lo sarebbe stato, se lo ripeteva di continuo. Semmai avrebbe parlato a casa al ritorno, di tutto quanto. Prese l’auto e s’infilò nel caotico traffico mattutino.
Lungo la strada si ricordò della partita a tennis di giovedì sera con Fred. Beh, avrebbe dovuto disdire la prenotazione del campo. Però telefonare a Fred in quel momento significava dovergli spiegare tutta la situazione, e chissà quante domande gli avrebbe fatto, l’amico. Sarebbe di sicuro arrivato tardi in ufficio. Quindi… Oh, la spia della riserva! Doveva far benzina, altrimenti… Gli venne da sorridere, seppur amaramente: a cosa serviva fare rifornimento, ormai? Vide in fondo al viale l’insegna di una stazione di servizio. Beh, forse alla moglie l’auto sarebbe servita, si disse. E per causa sua, probabilmente. Svoltò a destra e si fermò alla pompa.
La riunione in ufficio andò benissimo, vennero firmati i contratti per due nuove grosse commesse. I suoi capi furono così contenti del risultato che prospettarono a Gregor qualche giorno-premio di ferie, magari già la prossima settimana. Avrebbe dovuto dir loro del suo destino incipiente? Forse sì… Ma accidenti, era la prima volta che sul lavoro si meritava un tale premio! Sarebbe stato come schiaffeggiare la fortuna, rovinando quel piccolo momento di gloria. Ringraziò, concluse la giornata lavorativa e tornò a casa, non prima però di essere passato dal lavasecco per ritirare le sue camicie. “Anche se non le indosserò mai più in una vacanza!” pensò.