L’orologio

[Photo credit: Gerhard Gellinger da Pixabay]
Terminata la guerra, non c’era lavoro per tutti nella città ancora disseminata di macerie e rovine. I due fratelli decisero di separarsi: l’uno sarebbe rimasto, l’altro sarebbe partito per cercare miglior fortuna all’estero. Scelsero di salutarsi sotto la Torre dell’Orologio, il primo edificio costruito dalla fine della guerra, simbolo della risolutezza della città di ritornare a percorrere il tempo verso un futuro migliore, con il suo enorme quadrante tra i più grandi al mondo divenuto pure attrazione turistica. I locali ne vantavano la notevole precisione, frutto dell’ingegno e della manualità degli artigiani cittadini, e di quelle doti virtuose che nemmeno le brutture della guerra avevano potuto cancellare: «Soltanto un misero secondo al giorno di differenza!» vantavano gli abitanti della città ai visitatori forestieri, e veramente, per un congegno tanto mastodontico, una tale inezia pareva del tutto insignificante, quasi miracolosa. «Pensate voi, solo per muovere lancette così colossali, grandi come braccia di gru o come ali di aeroplani…» continuavano fieri i locali.

Tanto era l’orgoglio per il loro simbolo cittadino, svettante di gran lunga sopra ogni altro edificio, che gli abitanti della città lo consideravano ormai il tempo campione assoluto, nel quale porre la massima fiducia e sul quale organizzare le proprie attività quotidiane, professionali o di svago. C’erano addirittura quelli che avevano perso l’abitudine di portare orologi da polso: la grande torre si poteva osservare nitidamente da qualsiasi punto della città, e quindi chiunque sapeva in ogni momento l’ora esatta, condivisa da tutti.

Così, su quel rinomato metro temporale, passarono gli anni, la città tornò completamente alla vita, obliando la tragedia di una guerra della quale, dopo sessant’anni, pochissimi ormai conservavano il ricordo. I due fratelli, ormai ottantenni, decisero di riunirsi, quello emigrato all’estero annunciò il suo ritorno per rivedere la propria città natia, e per lettera stabilirono di ritrovarsi sotto il celeberrimo simbolo cittadino, la grande Torre dell’Orologio, che aveva scandito il tempo della separazione, lo scorrere degli anni e ora il momento del ricongiungimento. Puntuale, il fratello emigrato giunse sotto la torre in un radioso sabato mattina, cercando di riconoscere tra la folla della piazza il proprio parente; lì vi rimase quasi sei lunghe ore finché, angosciato e sgomento, se ne andò, chiedendosi perché il fratello non si fosse presentato, cosa fosse successo. Questi, invece, arrivò solo qualche momento dopo, cioè dopo sei ore e cinque minuti, ovvero circa 21.900 secondi: in fondo solo un misero secondo al giorno, per sessant’anni.

(P.S.: è un racconto, questo, al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi moooooolto particolari. Forse sarà pubblicata, prima o poi. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più, al riguardo.)

Sul crocifisso nelle scuole

Da agnostico, anticlericale ferreo, sbattezzato della prima ora e da difensore della più autentica libertà di fede e di manifestazione della spiritualità personale, sapete che vi dico, riguardo il crocifisso nelle scuole? Se lo tengano pure appeso, ma sì!

Tanto, è ormai da tempo diventato un mero gadget propagandistico-commerciale svuotato di sacralità per colpa innanzi tutto di chi se ne fa contrassegno, la cui presenza non impedisce di certo alla scuola pubblica di essere comunque laica come deve essere per propria missione fondamentale in ogni paese realmente civile. Anzi, il crocifisso è diventato il simbolo lampante da un lato dell’arretratezza culturale nella quale la società italiana langue inesorabilmente, dall’altro dell’arroganza di chi lo usa per i propri biechi fini di propaganda politica e ideologica, per la quale la stessa “difesa delle tradizioni cristiane” è una buona scusa per preservare i propri poteri e privilegi senza (quelli credono) doverne rendere conto. In pratica, usano la fede nel divino per pretendere che si abbia fede in loro, nascondendo dietro la prima le nefandezze generate dalla seconda. Una cosa alquanto blasfema, a ben vedere.

Se ne resti pure lì appeso il crocifisso, ribadisco, per ricordare a chiunque su quale enorme base di ipocrisia si fonda l’Italia ancora oggi, anno 2019 dopo Cristo (e suo malgrado). Tanto, la vera spiritualità e la più autentica fede cristiana se ne stanno ben lontane da queste trovate così meschine.

(L’immagine in testa al post è tratta da https://www.teachdontpreach.ie/)

Arto Paasilinna (1942-2018)

Arto Paasilinna se n’è andato. Ha preso le sue cose e via, probabilmente per andare a sorvegliare i boschi di qualche altra dimensione e raccontare le avventure di chi ci troverà. Ed è un po’ come, ora, se parte della foresta letteraria grazie a lui così rigogliosa, nella quale ho vagato per anni e anni senza mai smarrirmi, anzi, ritrovando di continuo nuove e sublimi strade narrative da percorrere, sia stata abbattuta, o quanto meno parecchio sfrondata.

Qualche anno fa, quando ebbi occasione di girovagare in lungo e in largo per la sua Finlandia, la rotta che seguii la stabilirono anche i suoi libri letti, le storie narrate, i meravigliosi personaggi protagonisti e i luoghi nei quali essi combinavano le proprie divertenti e illuminanti follie, che volevo visitare o dai quali volevo transitare per sentirmi almeno un poco dentro le vicende lì ambientate. Al punto che non potei lasciare Helsinki senza recarmi in “pellegrinaggio” alla WSOY, la sua storica casa editrice, e acquistare presso il bookshop interno alcuni suoi libri in lingua originale. Della quale, per inciso, non ci capisco pressoché nulla: solo per il piacere di averli nella stessa parlata con la quale li aveva pensati e scritti.
Ecco.

Poi, ci tengo a rimarcare che Paasilinna ci lascia qui, sulla Terra, alcuni tra i più fenomenali libri degli ultimi decenni, e il prezioso retaggio di uno stile narrativo unico, divenuto nel tempo profondamente emblematico di un intero panorama letterario, quello nordico-scandinavo, senza dubbio tra i migliori al mondo. Ma, soprattutto, a parte tali annotazioni meramente “critiche”, a quelli come me che l’hanno letto innumerevoli volte (grazie alla mai abbastanza encomiabile Iperborea) Paasilinna lascia delle emozioni così grandi da restare sempre stabilmente e solidamente forti, radicate, vive. Almeno quanto i grandi alberi delle maestose e infinite foreste finniche, ove un guardaboschi come tanti altri è diventato uno dei più grandi scrittori della nostra epoca.

In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto.

(Da Piccoli suicidi tra amici.)

P.S.: Qui trovate alcune delle personali “recensioni” dei libri di Arto Paasilinna letti.

La polenta di mais (una storia un po’ vera e un po’ verosimile)

Ora vi racconto una breve storia, per la gran parte vera e per una piccola parte, se così posso dire, verosimile.

C’era una volta la polenta – ma proprio letteralmente, nel senso che c’era la polenta come una volta (cinquecento anni fa, suppergiù) la facevano: generalmente con farina di segale o di farro, cereali tipici delle zone rurali e montane. La gente di allora la mangiava e gli piaceva, anche perché non è che ci fosse granché d’altro di cui cibarsi, ai tempi. Quella c’era e quella andava bene, senza pensarci più di tanto.

Poi, un giorno (del XV secolo), dal Nuovo Continente detto “America” cominciò a giungere un’altra farina, mai vista prima: la farina di mais, o “granoturco”. Inizialmente tale novità passò quasi inosservata, anche perché si pensò che il mais servisse solo a divenire buon foraggio per gli animali e nulla più; per di più lo si poteva coltivare negli orti, esenti da canoni e decime quindi direttamente utilizzabile da chi lo coltivasse senza altri passaggi “politico-daziari”, ed era in grado di assicurare una produzione maggiore rispetto a quella dei cereali tradizionali. Si diffuse così assai rapidamente e ben presto qualcuno intuì che, soprattutto per la popolazione meno abbiente, il mais poteva rappresentare una risorsa alimentare assolutamente importante, se non vitale. Lo si macinò, se ne produsse farina di varia granatura e subito si comprese che quella farina poteva risultare adatta proprio a cucinare il piatto principale di tante comunità del tempo, la polenta: si provò a cucinarla e – sorpresa delle sorprese! – non solo se ne produceva molta di più rispetto a prima ma la polenta di mais, d’un bel colore giallo vivo, era pure molto più gustosa di quelle ottenute dalle farine rustiche tradizionali. Certo, le prime volte il sapore risultava diverso, strano, d’altro canto per secoli s’era gustata tutt’altra polenta e si sa, le abitudini consolidate è duro accantonarle, ma non ci voleva molto che il palato si concordasse con il “nuovo” sapore, anzi, che lo trovasse assolutamente buono, appunto.

«Apriti cielo! Qual sacrilegio si vuol porre in atto!» qualcuno sbottò. Ma come?! La “nostra” polenta la si cucina con segale o farro, tutt’al più con farina di castagne o di miglio! Come si può offendere tale secolare tradizione subendo l’invasione di quella bizzarra pianta esotica? Si difendano i “nostri” valori culinari, si diffidi da ogni farina immigrata, si fermi subito l’invasione! Prima le nostre farine! Quella polenta giallastra se la cucinino a casa loro!
Proteste varie e a volte veementi si levarono da più parti eppure, nonostante ciò, la farina “immigrata” di mais si diffuse in misura sempre maggiore: d’altro canto contribuiva parecchio a sfamare contadini e montanari, era molto buona e, con un minimo di buona sapienza culinaria (sovente frutto delle risorse e delle necessità quotidiane ovvero del più pragmatico buon senso), si poteva integrare bene e proficuamente con altre pietanze tipiche e tradizionali dei territori in questione – formaggi, selvaggina e carni varie, latte, patate e così via – affinandone sempre di più la prelibatezza.

Così, pur tra le grida dei vari detrattori, la polenta di mais divenne sempre di più un elemento fondamentale della dieta rurale alpina (e non solo), al punto che giunse il giorno in cui qualcuno in viaggio in terre lontane da quelle natie, alla domanda su quale pietanza fosse la più mangiata tra la sua gente, rispose senza esitazione: «La polenta!». Ed erano sempre di più, anno dopo anno, a rispondere in quel modo: ormai la polenta gialla non era più solo un cibo tra tanti altri, ma era diventata un vero e proprio simbolo identitario delle genti che se ne cibavano, distintivo nei confronti dei forestieri e accomunante verso gli altri abitanti dei territori similari e con affini saperi, capace di identificarli e indicarne a suo modo il proprio bagaglio culturale ed etno-antropologico così come diventando, la polenta stessa, una specie di carta d’identità gastronomica (ma non solo) di inconfondibile valore.

Insomma: da pietanza “invasiva” e “calpestante” le tradizioni e le identità originarie, a nuovo e forte simbolo identitario nonché altrettanto forte e strutturata tradizione culturale – nel senso più ampio del termine – dacché, come disse Oscar Wilde, la tradizione è un’innovazione ben riuscita. E la polenta lo fu, e lo è, alla massima potenza, al punto che oggi siamo in molti a difenderne il valore culturale e identitario tradizionale (sic et simpliciter), con tanta passione, nessun pericolo di ideologismi di sorta e un’antropologica golosità.

Ecco, fine della storia breve.

Nel nostro mondo fluido impegnarsi per tutta la vita nei confronti di un’identità, o anche non per tutta la vita ma per un periodo di tempo molto lungo, è un’impresa rischiosa. Le identità sono vestiti da indossare e mostrare, non da mettere da parte e tenere al sicuro.

(Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Laterza 2003, pag.87.)

Basta col piazzare croci sui monti!

Prendo spunto dall’articolo sopra riprodotto (tratto da L’Eco di Bergamo dell’8 aprile – giornale peraltro legato alle gerarchie cattoliche locali) che ribadire un concetto che sostengo da sempre (vedi qui, ad esempio) con irremovibile forza: basta con il piazzare croci sulle vette dei monti!

È una pratica indegna e bieca già da tempo denunciata da più parti (si legga al proposito il pensiero di Reinhold Messner, oppure quello del grande antropologo Annibale Salsa) non solo per l’inquinamento visivo, culturale e materiale che apporta in spazi di naturale purezza ambientale, per giunta di limitatissima estensione: ancor più, è qualcosa di sostanzialmente blasfemo. Le vette dei monti fin dalla notte dei tempi sono luoghi dotati d’una loro forte sacralità – non a caso religioni d’ogni epoca le hanno considerate tali, e non soltanto quelle di matrice pagana – che trascende da qualsivoglia simbologia e iconografia di parte. Piazzarci un manufatto espressamente “confessional-politico” come una croce non c’entra nulla con qualsiasi buon concetto di fede (anzi, lo svilisce terribilmente) e rappresenta un vero e proprio vilipendio a quella ancestrale sacralità assoluta, la profanazione di un luogo che rappresenta la forma più pura di contatto tra la Terra e il cielo – da ciò, primariamente, ricavando la sua intangibilità sacra. Di più: quelle croci sulle vette dei monti, che vorrebbero affermare la forza e la supremazia della religione cristiano-cattolica sul sottostante mondo antropizzato, in verità ne sanciscono innegabilmente la totale debolezza. Perché se c’è bisogno di tali manufatti simbolici, sovente di materiali e dimensioni volgarmente impattanti sul paesaggio, per affermare qualcosa che si ritiene indiscutibile per (preteso) “diritto divino”, è la prova della sostanziale ipocrisia e della matrice ingiuntiva di tale diritto, e di tutto quanto ne consegue.

L’orribile croce sulla vetta del Pizzo Formico, nelle Prealpi Bergamasche, alta ben 19 metri!

Ugualmente, che qui, ancora oggi, si faccia il possibile per disseminare di croci le montagne, è altrettanta prova della sconcertante arretratezza culturale della nostra società. Perché sì, è nuovamente una questione culturale, in primis: quella cultura, guarda caso, di cui il nostro paese è palesemente carente da tempo.

P.S.: e grazie di cuore alla Soprintendenza ai Beni Archeologici per la resistenza che, nel caso illustrato nell’articolo, sta opponendo. Anche se temo, vista la bieca potenza politica delle gerarchie cattoliche, soprattutto in zona, che tale resistenza possa essere presto soffocata, alla faccia di qualsiasi diritto naturale della Montagna e della sua cultura.