La contagiosa intelligenza degli alberi

È ormai cosa risaputa che gli alberi sono creature dotate di una peculiare forma di intelligenza, del tutto diversa da quella animale e per questo sfuggente alla nostra comprensione ordinaria ma non meno funzionale. Come denota questo articolo de “Linkiesta” (uno dei tanti che sul web trattano il tema),

«Gli alberi parlano. Comunicano sempre. Vivono collegati in una rete fatta di segnali chimici che si trasmettono attraverso le radici. Una vitalità sorprendente che è stata scoperta da poco, grazie a studi e ricerche scientifiche ormai numerose e ben fondate di biologi e studiosi delle foreste. Le connessioni chimiche che viaggiano tra le radici delle piante creano una sorta di organismo unico multipolare, in cui tutto avviene secondo logiche di sistema e, addirittura, seguendo ragionamenti di causa ed effetto.»

Ma il bello dell’intelligenza degli alberi è che, sempre attraverso un proprio modo peculiare, può rendere più intelligente anche la nostra quotidianità, in forza delle tante manifestazioni “vitali” che un albero può offrire e per come con esse possiamo migliorare il mondo in cui viviamo. È la cosiddetta economia circolare del legno, definizione nella quale il termine “economia” compendia nel suo senso anche il valore ecologico, culturale e antropologico della presenza arborea nello spazio in cui viviamo e, dunque, anche la relazione che abbiamo e che dobbiamo mantenere e salvaguardare con tali creature tanto preziose – segnalando di contro la pericolosità tremenda delle attività di deforestazione, ancora così praticate in giro per il mondo.

L’economia circolare del legno è ottimamente rappresentata dall’infografica in testa al post tratta dall’ultimo numero – il 107 – di “Alpinscena”, la rivista della CIPRA, che spiega in modo tanto chiaro quanto suggestivo perché gli alberi siano per noi tutti creature a dir poco fondamentali – persino a prescindere dalla fotosintesi clorofilliana. Cliccate sull’immagine per leggerla in un formato “poster” più grande nonché ben stampabile, e non dimenticate di manifestare tutta la vostra deferenza e affabilità agli alberi che vi capita di incontrare!

Auguri, “K”!

A fronte di una triste notizia per l’editoria come quella sulla fine di UTET Grandi Opere, oggi ce n’è anche una buona che alla prima può fare almeno un po’ fa da contraltare. Infatti è sempre bello leggere della nascita di un nuovo periodico che tratti di arti&culture ovvero, nello specifico, di libri e lettura: come “K” la rivista letteraria de “Linkiesta” curata da Nadia Terranova, peraltro dotata di una veste grafica notevolissima, che da oggi si può acquistare online e, a breve, nelle migliori librerie indipendenti in tutta Italia.

Cliccate sull’immagine lì sopra per saperne di più e, da parte mia, un caloroso augurio a “K” di lunga vita e prosperità – che ne abbiamo tutti bisogno, nell’ambito culturale e fuori!

Il Giorno della Memoria (giusta)

Pochi anni infatti ci separano dal più orribile crimine di massa che la storia moderna debba registrare: un crimine commesso non da una banda di fanatici, ma con freddo calcolo dal governo di una nazione potente. Il destino dei sopravvissuti alle persecuzioni tedesche ricorda e testimonia fino a che punto sia decaduta la coscienza morale dell’umanità.

Albert Einstein

Un disegno della pittrice ceca Helga Weissova, nata a Praga nel 1929. Internata nel ghetto di Terezin poco dopo il suo dodicesimo compleanno, Weissova vi rimarrà per quasi tre anni, per poi venire deportata ad Auschwitz, Freiburg e Mauthausen. Verrà liberata da soldati americani il 5 maggio del 1945.
Un disegno della pittrice ceca Helga Weissova, nata a Praga nel 1929. Internata nel ghetto di Terezin poco dopo il suo dodicesimo compleanno, Weissova vi rimarrà per quasi tre anni, per poi venire deportata ad Auschwitz, Freiburg e Mauthausen. Verrà liberata da soldati americani il 5 maggio del 1945.

Come acutamente afferma qualcuno (Andrea Coccia su Linkiesta, ad esempio), forse da tempo lo stiamo celebrando in modo errato, il Giorno della Memoria: perché ricordiamo la tragedia delle vittime dell’Olocausto, ma almeno allo stesso modo, se non ancor più, dovremmo ricordare – bene, molto bene – l’infamia dei carnefici. Che sono stati i nazisti, in primis, ma non solo loro, non soltanto la loro “cultura”, la loro follia assolutista. Se è accaduta una tragedia tanto spaventosa come la Shoah nel cuore della civiltà più progredita del mondo, dovremmo farci qualche domanda e finalmente, dopo 72 anni ovvero prima che veramente il più terribile oblio cancelli ogni cosa dalla mente delle persone, dovremmo pure darci qualche risposta. Sperando di esserne in grado: viceversa, vorrà dire che la decadenza della coscienza morale dell’umanità indicata da Einstein sarà continuata e alquanto peggiorata, lungo questi 72 anni.

Con la cultura non si mangia… anzi no: non TI FANNO mangiare!

12112046_1104000772952045_4790945494532222734_nVe lo ricordate, no, cosa sentenziò pubblicamente quel noto ex ministro italiano in un frangente nel quale, assurgendosi a rappresentante e portavoce non solo del governo di appartenenza o un’intera classe politica ma dell’intero, strategico e ben radicato modus operandi alla base degli atti pubblici istituzionali… Con la cultura non si mangia disse. Già.
Ma se tale dichiarazione programmatica comprova in maniera indubitabile il “perché” della situazione di frequente sfascio del comparto culturale italiano, con conseguenti ricadute sociali e civiche, in verità sarebbe un poco da modificare, posta la realtà effettiva delle cose in tal senso: con la cultura non ti fanno mangiare. Perché qualcuno che mangia c’è, e solitamente non è mai colui che la cultura la produce, semmai è chi la cultura sfrutta per mere ragioni politico-gestionali (per stare seduto sull’ennesima poltrona istituzionale itaGliana, insomma). Invece chi la cultura la sa produrre, e spesso dimostrando un talento mirabile – in letteratura, in arte visiva, nel cinema, nel teatro e in tanti altri comparti culturali – inevitabilmente farà la fame. O meglio, verrà ridotto a fare la fame, almeno finché non troverà la porta giusta da aprire e ciò quasi sempre svendendosi alle bieche e distorte logiche commerciali (se non proprio consumistiche) che purtroppo da tempo hanno intaccato anche la cultura nazionale e che rifuggono da qualsiasi autentico talento creativo/artistico/culturale in genere come il fuoco dall’acqua. Per questo, anche nel campo creativo, sempre più “cervelli”, ovvero giovani culturalmente talentuosi, se ne vanno all’estero (vedi qui, ad esempio). Forse alla fine sfonderanno, forse no, ma certamente in ogni caso non saranno costretti alla miseria per non riuscire a valorizzare adeguatamente – o quanto meno sufficientemente – le loro capacità.
A meno che, un domani, qualcuno non ci spieghi come fare la spesa e pagare le bollette di casa con visibilità, creatività, talento, sacrificio, gavetta infinitaTutti valori che la nostra società non riconosce più, ormai.

L’Italia è un paese culturalmente alla deriva? No. S’è già schiantato, e da un bel po’.

a4ff67f1-5851-4e27-b8f1-45328d596d9d_large_pVi riassumo io in due parole ciò che c’è scritto qui sopra: quasi il 40 per cento dei dirigenti e dei professionisti italiani non ha letto un solo libro in tutto l’anno che è appena passato.
Nemmeno un libro.
Niente, ok? Niente.

Guardate bene l’infografica lì sopra, appunto, e considerate il raffronto con Spagna e Francia, i due paesi europei culturalmente più affini all’Italia.
Bene – si fa per dire. Considerato il raffronto, ora, quando sentite parlare di crisi industriale, di stagnazione economica e di recessione, di made in Italy che non funziona più, di perdita della cultura del lavoro, di ristrettezze di vedute strategiche del management nostrano e di mancanza di innovazione, di futuro incerto se non fosco, di cervelli lasciati fuggire all’estero o di cervelli che si rifiutano di restare in Italia e di tutto il resto di affine nonché, in generale, se vi chiedete il perché la società civile italiana sia tanto arretrata, degradata, ignorante, imbarbarita, incapace di risolvere i (gravissimi) problemi che la ammorbano e di non farsi comandare da una classe politica a dir poco ignobile, non guardatevi troppo in giro con fare stupito a pensare e supporre chissà che. La verità è in pochi e certi dati, come quelli lì sopra. Dati che attestano “il capolinea culturale dell’Italia”, come denuncia LINKIESTA dal cui sito ho tratto l’infografica (cliccandoci sopra potrete leggere l’articolo relativo) ovvero, come penso io ormai da tempo e in modo sempre meno dubbio, la sostanziale morte culturale di questo povero paese. Purtroppo per noi tutti.