L’Italia è un paese culturalmente alla deriva? No. S’è già schiantato, e da un bel po’.

a4ff67f1-5851-4e27-b8f1-45328d596d9d_large_pVi riassumo io in due parole ciò che c’è scritto qui sopra: quasi il 40 per cento dei dirigenti e dei professionisti italiani non ha letto un solo libro in tutto l’anno che è appena passato.
Nemmeno un libro.
Niente, ok? Niente.

Guardate bene l’infografica lì sopra, appunto, e considerate il raffronto con Spagna e Francia, i due paesi europei culturalmente più affini all’Italia.
Bene – si fa per dire. Considerato il raffronto, ora, quando sentite parlare di crisi industriale, di stagnazione economica e di recessione, di made in Italy che non funziona più, di perdita della cultura del lavoro, di ristrettezze di vedute strategiche del management nostrano e di mancanza di innovazione, di futuro incerto se non fosco, di cervelli lasciati fuggire all’estero o di cervelli che si rifiutano di restare in Italia e di tutto il resto di affine nonché, in generale, se vi chiedete il perché la società civile italiana sia tanto arretrata, degradata, ignorante, imbarbarita, incapace di risolvere i (gravissimi) problemi che la ammorbano e di non farsi comandare da una classe politica a dir poco ignobile, non guardatevi troppo in giro con fare stupito a pensare e supporre chissà che. La verità è in pochi e certi dati, come quelli lì sopra. Dati che attestano “il capolinea culturale dell’Italia”, come denuncia LINKIESTA dal cui sito ho tratto l’infografica (cliccandoci sopra potrete leggere l’articolo relativo) ovvero, come penso io ormai da tempo e in modo sempre meno dubbio, la sostanziale morte culturale di questo povero paese. Purtroppo per noi tutti.

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7 pensieri su “L’Italia è un paese culturalmente alla deriva? No. S’è già schiantato, e da un bel po’.”

  1. Siamo un popolo di saccenti, io mi ci metto in mezzo per prima, perché abbiamo la presunzione che, una volta “sistemati”, non abbiamo più niente da dare, il gioco è fatto, il dado è tratto… insomma fai un po’ tu. In Italia, continuerò a ripeterlo credo all’infinito, si studia per avere un posto di lavoro che ci faccia pagate mutuo e bollette a fine mese e non per il puro piacere di Sapere. È il modo di farci crescere dall’asilo in poi che ci fa credere a ciò. In fondo non è tutta colpa nostra se il sistema non ci fa andare oltre. Ritornando come sempre alla Finlandia, lì il piacere del conoscere (e non dell’apprendere) inteso come la facoltà di possedere le nozioni e le esperienze necessarie, è intriso nella società dalla nascita e si cresce con tali valori assorbiti e non imposti. Il nocciolo della questione secondo me parte sempre dalla famiglia, quell’imprinting che solo essa sa dare. Tutto il resto, come la scuola che viene dopo, in un’età in cui certi modi di fare /agire sono già instillati, sta solo a cementare, affinare ma se non c’è appunto la materia prima, su cui lavorare scuola e società non possono nulla. Il gusto del conoscere attraverso la lettura e tutto ciò che può aiutare non si apprende dopo, non ce lo possiamo far piacere. Dovrebbe diventare un’abitudine, una seconda pelle, un’esigenza: come il corpo ha bisogno di mangiare, così l’animo ha bisogno di leggere (che può essere, in questo caso, sinonimo di cultura). Tutto il resto viene da sé. Buona giornata Luca 🙂

    1. Hai perfettamente ragione, in particolare quando scrivi che “Il nocciolo della questione secondo me parte sempre dalla famiglia, quell’imprinting che solo essa sa dare.” Ho più volte sostenuto discussioni in tal senso, a difesa della scuola e in critica, spesso feroce, di ciò che (non) si insegna in famiglia. Ma sai, toccare un’istituzione così sacra e sacralizzata, qui, è cosa da rogo inquisitorio immediato…
      Purtroppo, in un paese nel quale la fascia di popolazione adulta legge sempre meno – e dunque, io temo, ce la siamo giocata, in tal senso – bisogna assolutamente, necessariamente, incontrovertibilmente lavorare sulle fasce giovani, che peraltro essendo tali non si sono ancora rincretinite come noi adulti. Fin dall’asilo, appunto, o se possibile anche prima. Così certamente, come dici tu, tutto il resto verrà da sé e sarà facilmente qualcosa di buono e fruttuoso.
      Grazie grazie grazie grazie (trallallà | trallallà) graaaaazieeeee!!! 😀
      (Cantiam che tutto passa!!! 😉 )

  2. Credo che un problema sia anche il proliferare di lauree inutili, problema che emerge anche nel grafico da te riportato. Tutti si laureano, tutti contenti con le loro coroncine d’alloro e il 30 e lode preso in scienze della comunicazione erboristica applicata alle politiche omeopatiche. Parlo per esperienza personale, ci sono cascato anche io come un idiota. Fortunatamente mi sono gettato su altro non appena preso il pezzo di carta.
    Insommma, sono convinto che più della metà dei laureati italiani non sappia fare un bel niente. Figuriamoci leggere.

    1. Ciao Lorenzo!
      Beh, certamente la tua osservazione è giusta, tanto più che hai prove concrete per sostenerla! Certo unire tale evidenza da te rimarcata col fatto che l’Italia sia una delle nazioni europee col tasso di laureati più basso e/o con l’abbandono dei corsi maggiore, non fa che palesare ancor più la gravità della situazione. Che poi, appunto (banalità dirlo ma forse no) non ne il pezzo di carta che rende colta la persona, anzi: in certi casi (quella metà da te citata…) la rende presuntuosamente tale ma in realtà ancor più “ignorante” – nel senso anche di ignorare ciò che ha realmente valore per sé stessi e per la società in cui si vive.
      Grazie del tuo commento, Lorenzo! 🙂

  3. De profundis. Non mi viene in mente altro.
    Oltre tutto abbiamo un numero di laureati (utili o no non sta a me giudicare) inferiore alla media europea. Non vedo vie d’uscita

    1. Ciao, Tenar!
      Ecco, infatti: di quel numero di laureati ho appena detto rispondendo a Lorenzo.
      Francamente, condivido parecchio le tue impressioni iniziali e finali: si dice che la speranza sia l’ultima a morire, ma a volte pare che qui già stiamo allestendo i paramenti funebri…
      Grazie! 🙂

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