“Scrittore” chi, cosa, quando… perché?

Ma, in fin dei conti (e al di là delle enunciazioni “di comodo”), basta aver scritto e pubblicato qualche libro per potersi definire “scrittori”? Per acquisire l’accezione e il valore del termine quale sostantivo e non più come aggettivo (sempre che prima si sia saputa acquisire questa, ovvio) o per non essere dei meri “autori”? Chi si definisce “scrittore” è realmente e genuinamente mosso, nella sua pratica letteraria, da “intenti artistici”, come sentenzia la definizione del termine, o è mosso da altri “intenti”? Ovvero: è ancora la presenza di “intenti artistici” a definire e giustificare il termine, oggi, o sono altri elementi? Inoltre: conta ancora, nel definire cosa è lo “scrittore”, il rapporto e la consonanza tra chi è e cosa fa? E con ciò che scrive, con il senso e il valore culturale di quanto scrive e rende pubblico?

Beh, sono domande sulle quali mi ritrovo spesso a riflettere, al fine di ricavarne qualche buona risposta invero piuttosto ostica e indeterminata – domande che, io penso, chiunque scriva dovrebbe porsi, almeno qualche volta.

Comunque io no, scrivo libri ma non sono uno “scrittore”. Il quale peraltro è un termine che si porta pure appresso un sacco di responsabilità, per certi versi assai gravosa, e la scarica addosso a chi lo usa nel momento stesso in cui si definisce tale – e che sovente di quella responsabilità rimane ignaro, o bellamente incurante. Meglio rifletterci sopra per bene, dunque, ed evitare qualsiasi assunzione indebita, già.

(Nell’immagine in testa al post: Ivan Koulikov, (1875–1941), “Ritratto dello scrittore russo Evgeny Chirikov”, 1904.)

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Self(ie)-publishing, ovvero: preservare le risorse naturali del pianeta è cosa nobile e lodevole!

(Immagine tratta da https://boscafelife.wordpress.com/)
(Immagine tratta da https://boscafelife.wordpress.com/)
Leggo spesso sul web interessanti elegie riguardanti il self-publishing e gli allettanti vantaggi offerti dall’autoedizione letteraria all’autore del terzo millennio rispetto a ciò che può offrire il 99,9% degli editori. Addirittura il self-publishing s’è guadagnato un proprio adeguato spazio nell’ultimo Salone del Libro di Torino, con un incontro (griffato Amazon!) nel quale alcuni autori indipendenti hanno rilasciato i propri consigli su come autopubblicarsi e promuovere le opere così prodotte al meglio. Ovviamente leggo anche di prese di posizione contrarie sulla questione, ma senza dubbio lo stato quasi cadaverico dell’editoria italica, e l’etica professionale assai evanescente che sovente presenta, rende piuttosto allettante nella mente dell’aspirante scrittore-con-titolo-edito-in-curriculum la scelta di fare da sé. Lo capisco, sotto certi aspetti.
Lo capisco, sì, come – valutando le circostanze e contestualizzando gli elementi che ne traggo – capisco che ancora oggi vi possa essere gente che pensi che la Terra sia piatta, tuttavia non lo ammetto. Così come, mi spiace, ma non posso proprio ammettere il self-publishing, ovvero: capisco che rappresenti un sistema di pubblicazione di testi scritti alternativo alla classica filiera editoriale, ma non posso ammettere l’uso che tanti, troppi fanno di esso, e le motivazioni che adducono a sostegno di tale loro scelta.
Tra di esse si annoverano il controllo totale sul proprio lavoro senza interferenze altrui (ma pensare che se uno ti consiglia di usare quella copertina piuttosto che quell’altra è perché magari ne sappia più di te, no?), il controllo quasi totale dei diritti sul venduto, al netto della percentuale per la piattaforma di stampa e/o di distribuzione (già, perché autopubblicandoti speri ardentemente di diventare milionario!), i tempi tecnici ridotti (voglio il mio libro subitooooo!), le spese assolutamente basse da sostenere… Ma la motivazione principale a sostengo del self-publishing, alla fine, è da sempre quella che non serva (non servirebbe) l’imprimatur di un editore “vero” per poter diventare, ed essere considerato, uno scrittore. Certo, di scempiaggini in forma di libro parecchi editori, sia grandi che piccoli, ne pubblicano a iosa. Ma quanti autori indipendenti sanno veramente autoresponsabilizzarsi al punto da far vagliare attentamente i loro scritti da gente che se ne intenda veramente (e mica dalla mamma o dalla morosa o dal cugino professore o dall’amico d’infanzia!) prima di decidere di pubblicarli, ovvero prima di cedere alla voglia matta di vedersi il proprio libro, con il proprio nome e cognome stampato in copertina a caratteri ben visibili, tra le mani?
Inoltre: il voler pubblicare ad ogni costo (siamo sinceri, è questa in fin dei conti la base del self-publishing e la sua fortuna!) non è in principio la stessa cosa? Alla fine, allo scrittore che vuole essere tale non interessa che vi sia un editore (sovente sconosciuto, poi) dietro la sua opera: interessa l’opera, il libro, il tomo cartaceo o digitale da mostrare in giro e sul web. Il poter dire “io ho scritto un libro!” – senza poi perdere troppo tempo nello spiegare come lo si è pubblicato, ovvero in base a che sostanziali elementi critici, letterari ed editoriali. Il farsi self(ie)-publishing, in pratica: l’importante non è scrivere, è mostrare il libro scritto agli amici e sui social. E sentirsi finalmente assunti nel celestial empireo degli scrittori. “Scrittori”, già: perché poi, scrivere un libro significa essere scrittori, la regola diffusa e condivisa è questa. Non autori, scrittori. Vabbè.
Insomma: convincetemi che in tema di self-publishing non possa essere valida la ben nota teoria delle finestre rotte, se potete. Che vale, e lo dico da subito, con l’editoria tradizionale – anzi, vale soprattutto con la grande editoria, coi suoi libroidi che non hanno alcun valore letterario imposti come mode irrinunciabili e venduti come fossero detersivi al supermercato – e dunque non vedo perché il self-sublishing ne sarebbe immune. Non vedo perché possa salvarsi dal modus vivendi e operandi imposto dalla società contemporanea – apparire, mostrarsi, esibire, ostentare, pavoneggiarsi, far sapere in ogni modo di esserci (per non sentirsi fuori dal giro (?), emarginati, ignorati, con troppi pochi “like” sui social… self(ie)-publishing, appunto! – proprio il sistema di pubblicazione editoriale più semplice, immediato e meno filtrato che sia disponibile oggi, cioè il più affine alla società liquida contemporanea. Perché pure nell’editoria tradizionale ci saranno tantissimi vetri rotti, ma tutto sommato – soprattutto tra gli editori indipendenti – resta qualcuno in grado di poterli sostituire o quanto meno riparare. Nel self-publishing, invece? Il giudizio dei lettori? Uh, sai cosa può interessare a quei tanti che si credono pronti per il Nobel letterario soltanto perché hanno scritto qualcosa – ovviamente ritenuto un capolavoro assoluto!
Eppoi, diciamoci la verità: cos’è tutta ‘sta foga di voler scrivere, e ancor più di dover pubblicare su supporto solido cartaceo (che alla fine si vede sempre meglio che un mero e inevitabilmente virtuale ebook) in ogni modo possibile ciò che si è scritto? Che senso ha, se poi dobbiamo considerare che in giro non vi sia un’analoga foga di voler leggere? Ma a questo punto non crediamo  – tutti quanti, sì – che pure l’impegno per la conservazione delle risorse naturali del pianeta, in special modo quelle boschive così terribilmente sfruttate per ricavarne carta poi utilizzata in modo parecchio discutibile, sia un’azione profondamente nobile e lodevole?
Tutto ciò, ribadisco per concludere, sapendo perfettamente che un sacco di editori – o pretesi/presunti tali – sono degli emeriti cialtroni, almeno in numero proporzionale a quello degli scrittori – o pretesi/presunti tali. Ma questo, in ogni caso, è un altro discorso.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

La “questione Masterpiece” parte 2a: ma c’è poi tutto questo bisogno di nuovi scrittori? O ci sarebbe ben più bisogno di…

…Nuovi lettori?
Il precedente articolo pubblicato sulla “questione Masterpiece” (se avete un attimo di tempo per leggerlo, capirete meglio certe cose che esprimerò di seguito), il prossimo talent show della RAI dedicato agli aspiranti scrittori, lo chiudevo con questa domanda: ma c’è poi tutto questo bisogno di trovare un nuovo scrittore se qui sempre meno gente legge libri? Ecco, nel rapido incipit di questo secondo articolo sul tema c’è già tutto il senso della questione e non ci sarebbe granché da aggiungere, se non fosse che la citata rapidità argomentativa non appare per nulla proporzionale alla soluzione della questione stessa.
Già, perché nonostante il sempre più asfittico mercato editoriale italiano, le cui statistiche periodiche su vendite e lettura sono quasi più deprimenti d’una seduta del Parlamento italiano e nel quale ultimamente persino i protagonisti dalle (credute) spalle grosse cominciano a crollare a terra, sui media e sul web è tutto un gran florilegio di “DIVENTA ANCHE TU SCRITTORE!”, “PUBBLICA IL TUO ROMANZO SUBITO!” e cose del genere, ovvero di iniziative varie e assortite dedicate agli aspiranti scrittori nostrani con Donna-Moderna-34la promessa, più o meno velata e/o strombazzata, di vedere il proprio manoscritto non solo pubblicato da questo e quell’altro editore, ma pure la porta d’accesso alla scala del sicuro successo bell’e spalancata (vedi un esempio lampante – e casuale, sia chiaro – qui a lato). Così, tra consigli di scrittori già celebri, vademecum per trasformare il proprio romanzo in un best seller, offerte di consulenza e di aiuto pratico per stamparlo e promuoverlo – in aggiunta agli immancabili concorsi letterari ai quali ora si aggiunge pure il suddetto Masterpiece, e di contro tralasciando quella sorta di enorme pentolone anarchico del self publishing, cartaceo e digitale – pare proprio che tutti gli aspiranti scrittori d’Italia potranno trovare in un modo o nell’altro la possibilità di pubblicare il proprio testo, e così di fregiarsi di quel titolo – “scrittore”, appunto – che a quanto sembra dalle nostre parti è più ambito di quello di Presidente della Repubblica… Già, perché pare proprio che di aspiranti scrittori l’Italia sia veramente piena: una cosa di principio positiva, sia chiaro – mille volte meglio un popolo di letterati piuttosto che, ad esempio, di sbraitanti e rozzi tifosi pallonari, opinione personale – tuttavia è pressoché inevitabile chiedersi se effettivamente ci sia tutto questo bisogno di nuovi scrittori, in un paese nel quale – lo accennavo poco fa – battute che solo pochi anni fa si scambiavano ridendo tra addetti ai lavori, del genere “tra un po’ ci saranno più scrittori che lettori” oppure “finiremo per comprarci i libri tra di noi!”, sono ormai quasi diventate realtà di fatto, e tutto fuorché divertenti!
La letteratura, si sa, è l’arte espressiva più immediata e di facile realizzazione, ma è inutile dire che non basta saper scrivere bene per comporre una storia di buon valore letterario; non parliamo poi del talento, cosa assai rara, e ancor meno parliamo della preparazione che ogni aspirante scrittore dovrebbe acquisire e fare propria in maniera profonda prima di cominciare a scrivere con fini editoriali: fa parecchio specie il constatare (frequente) che tanti prolifici “scrittori” (o aspiranti tali) sono spesso mediocri lettori, soprattutto di quella letteratura “classica” (aggettivo che fa rabbrividire molti) che rappresenta la base indispensabile per voler costruire un qualche apprezzabile “castello” letterario. Eccolo, il punto della questione, la lettura: non sarebbe finalmente il caso, prima di produrre nuovi scrittori, fare qualcosa per produrre (e su scala industriale) nuovi lettori? Aspiranti lettori: di questo ci sarebbe realmente bisogno, in Italia! Che poi, a ben vedere, di talentuosi scrittori ce ne sono già tanti in circolazione: basta girare per le rassegne letterarie dedicate alla piccola e media editoria e notare, lì ben più che nei cataloghi delle nuove uscite dei grandi editori, quanta ottima produzione letteraria vi sia ovvero come l’editoria indipendente faccia effettivamente ancora una preziosa opera di talent scouting, i cui benefici effetti vanno però puntualmente a sbattere contro il muro di gomma dell’oligarchia editoriale nostrana, dei suoi indispensabili dividendi azionari e del processo di trasformazione del libro da opera culturale in oggetto di consumo, in bene da scaffale di ipermercato, a meri fini di cassa e a totale scapito della autentico valore letterario (inutile fare nomi, titoli, sfumature o che altro: capirete bene a chi mi sto riferendo…)
Perché, accidenti, non si mette lo stesso “spettacolare” e mediatico impegno nel creare lettori, piuttosto che nuovi scrittori? Perché non mettere in atto una buona volta un reale e fondamentale investimento culturale ed economico promuovendo in maniera intensa e martellante la lettura? Forse perché veramente chi ci comanda teme che leggere libri sviluppi troppo l’intelligenza, quando invece il popolo più è ignorante più è facilmente comandabile? Può essere, senza dubbio, vista la realtà dei fatti… Eppure, basterebbe che anche solo una parte degli italiani che non leggono nemmeno un libro all’anno – e, lo sapete, sono circa i 2/3 del totale – ne leggesse almeno uno, possibilmente di buona qualità, che il mercato editoriale nostrano tornerebbe a respirare a pieni polmoni, e probabilmente ci sarebbe pure posto per tutta quella messe di aspiranti scrittori coi cassetti di casa ricolmi di manoscritti magari in qualche caso pure di ottimo livello, che invece ora non sono altro che un’ennesima zavorra utile solo ad accelerare l’inesorabile affondamento della nave editoriale italiana – già bell’e piena di falle, peraltro!
Lo ribadisco: i bravi scrittori in Italia non mancano, i lettori invece sì, e in modo sempre più drammatico; ovvero, manca la volontà – da parte di un po’ tutto il sistema o “filiera”, se preferite – di cambiare il punto di vista sulla questione editoriale e la relativa strategia, che poi presuppone un indispensabile cambio di visione culturale generale, senza dubbio. Ma l’importante è cominciare, e ancor prima è capire – l’ho già scritto in altre occasione e tengo molto a sostenerlo nuovamente – che il mercato editoriale non è un mercato industriale/finanziario qualsiasi, con un produttore di beni “attivo” e un mercato di consumatori “passivo”: no, è assolutamente un circolo virtuoso nel quale ogni elemento ha pari importanza e contribuisce al “bene” comune. Possiamo pure diventare tutti quanti Wilde o Hemingway o Kafka, ma se nessuno compra più libri saremo come impeccabili sciatori su una spiaggia ad Agosto: inutili e fuori luogo. Occorre un fronte comune e unitario a favore innanzi tutto della lettura, occorre far capire a chiunque quanto il leggere libri sia un’attività meravigliosa – e farlo senza “guerre religiose” contro TV, web o che altro, occorre (ri)creare un senso letterario diffuso grazie al quale le case editrici comprendano quanto il pubblicare libri privi di valore per meri fini di guadagno rappresenti una palese zappata sui propri piedi (ormai è lapalissiana, ‘sta cosa: a fronte di tanti strombazzati best sellers, quanto è aumentata la vendita di libri? Zero, anzi, è calata appunto!) mentre la letteratura di qualità è sempre stata e sarà sempre un investimento proficuo sotto ogni aspetto. E scommettiamo che, se ciò accadrà, non ci sarà nemmeno bisogno di un talent show televisivo per trovare qualche nuovo grande e preparato scrittore? Da un campo ben coltivato non potranno che nascere bellissimi fiori, in un’arida steppa non cresceranno che arbusti rachitici…

La “questione Masterpiece” parte 1a: un talent show per aspiranti scrittori in TV, cui prodest?

Avrete sicuramente già e letto e sentito di Masterpiece, il prossimo talent (?!) show (!) della RAI per aspiranti scrittori (se no potete saperne di più QUI oppure QUI), e mi rendo perfettamente conto che disquisire ora di un qualcosa del quale si sa ancora poco o nulla e, soprattutto, non si è visto, può apparire di certo avventato ovvero prevenuto – sì, perché, rimarcando a mia volta ciò che già tanti hanno denotato, è veramente difficile pensare a due elementi più antitetici di TV e letteratura, soprattutto intesa come “arte della scrittura”, ergo la predisposizione iniziale verso un evento televisivo del genere da parte specialmente di chi la letteratura la vive sul campo (e la osserva e valuta nella sua reale essenza contemporanea) non può che essere facilmente negativa. D’altro canto, potrebbe pure essere che il dialogo impossibile tra televisione – ovvero tra linguaggio televisivo odierno, soprattutto di matrice “reality/talent” – e nuova letteratura si tramuti invece nel punto di forza del programma, e che dunque Masterpiece si riveli una buona occasione attraverso la quale il valore culturale (o meglio socio-culturale) dei libri e della scrittura letteraria venga illuminato da quelle luci della ribalta viceversa più volte accusate di oscurare totalmente il suddetto fondamentale valore nonché di spegnere nel pubblico la passione per la lettura.
MasterPiece_Con-Sfondo
Tuttavia, a costo di risultare prevenuto, appunto, sul tema qualche inevitabile dubbio mi sorge, non tanto dettato da una posizione aprioristica quanto da una obiettiva e pragmatica analisi della realtà mediatica contemporanea la quale, sarete d’accordo anche voi, non è che negli ultimi anni ci abbia offerto dei mirabili vertici di apprezzabile diffusione culturale e artistica, anzi… Mi chiedo, ad esempio: un format televisivo come quello dei “talent”, dal quale nemmeno il più oculato e bendisposto autore non può sfuggire (se si decide di giocare a tennis mica si può scendere in campo con ai piedi gli sci!), quanto alla fine distorce – perché è inevitabile che ciò accada – l’esercizio della scrittura letteraria il quale, lo sapete bene, di tutto ha bisogno meno che di un palcoscenico e di luci di scena e di applausi a comando ovvero d’altro del genere? E poi – ribadendo un concetto a me assai caro e che ritengo fondamentale, nella letteratura: un “talent” televisivo per scrittori ricerca un nuovo gran bel libro da pubblicare oppure un nuovo attraente personaggio da inquadrare suggestivamente nelle telecamere, ben spendibile poi in varie successive ospitate fino a che il pubblico si sia rotto le scatole di lui o finché vi sia un suo sostituto? Inoltre – domanda relativa, il testo che uscirà vincitore e che quindi verrà pubblicato da Bompiani (peraltro con previsioni editoriali che mi sembrano quanto meno prive di qualsiasi fondamento logico…) venderà perché sarà effettivamente un libro di apprezzabile valore letterario o perché sarà il libro di quello/quella tanto carino/a e simpatico/a che ha vinto Masterpiece in TV? Starà in piedi, letterariamente, quando i riflettori si saranno spenti? Ancora: ma per trovare un nuovo bravo scrittore c’è effettivamente bisogno della TV e dei suoi canti di sirene mediatiche? Di più: anche a prescindere da libri e scrittori, cosa in sostanza hanno prodotto tutti i “talent shows” televisivi degli ultimi tempi? Grandi artisti? Oppure vacui personaggiucoli da rotocalchi gossipari e semmai (soprattutto!) grandi ascolti e relativi proficui merchandising? Ecco, appunto, gli ascolti: essendo programma televisivo e dunque inevitabilmente legato ad un certo riscontro di pubblico (generalmente determinato a priori anche in base a fattori economici), se in tal senso Masterpiece si rivelasse un flop?
Insomma: cui prodest? La Rai si accoda a tutta quella messe di soggetti (editori a pagamento, concorsi letterari, self publishing…) che sulle speranze e sui sogni di tanti aspiranti scrittori hanno creato un florido mercato (molto florido, sì, ma troppo spesso in senso univoco!), il pubblico televisivo potrà (forse) avere un nuovo personaggio del quale chiacchierare al bar la mattina, la Bompiani (Uhm… Perché proprio lei, poi?) avrà un testo edito che venderà un po’ più di altri grazie al supporto televisivo (senza poi rischiare troppo in termini d’immagine, visto quello che ormai anche i grandi e blasonati editori a volte pubblicano!)… Ma la letteratura? C’azzeccherà qualcosa in tutto ciò? Ecco, è forse questa la domanda che infine mi pongo con maggiore peso. Perché in effetti, ripeto ancora, le risposte a tutte le altre sopra indicate domande potrebbero essere pure positive e Masterpiece dimostrarsi un programma bello e utile – non c’è che augurarselo, a ben vedere: magari la tivvù italiota tornasse ad essere autentica elargitrice di buona cultura popolare! Però, ora come ora, e in considerazione di ciò che la TV contemporanea ha generato nei tempi recenti, il timore che in tali contesti la letteratura non possa che uscirne quanto meno sminuita nel suo valore artistico fondamentale (è e resterà un’arte, già, anche se ormai quasi più nessuno ci fa caso…), se non malamente vilipesa, resta vivo, pur con tutte le buone intenzioni del caso. E pure vivido, già.
Ah, un’ultima domanda: ma c’è poi tutto questo bisogno di trovare un nuovo scrittore se qui sempre meno gente legge libri? Beh, facciamo che di questa ulteriore faccenda ne parleremo prossimamente, ok?!