Come e cosa sarà il web di domani? Ce lo svela Dario Bonacina questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 5 novembre duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 3a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE, intitolata “Meglio conoscere oggi il web di domani”!

Inutile negarlo: siamo donne, uomini, individui, cittadini ma pure, e sempre di più, utenti della rete. Sul web passiamo molte ore tutti i giorni, ci “incontriamo”, parliamo, discutiamo, ci informiamo, vediamo, ascoltiamo, compriamo, qualcuno si sposa o divorzia, pure…  Social network, siti d’informazione e di influencer marketing, negozi on line, piattaforme multimediali a interattività sempre maggiore, smartphone e tablet eternamente connessi sono sempre più gli ambiti e gli strumenti nei quali/coi quali ci manifestiamo, nuove pubbliche piazze, nuove residenze virtuali presso le quali trovarci. Ma, posta tutta questa pervasività della rete nella nostra vita quotidiana, in verità dove sta andando il web? Come si sta evolvendo? Facebook ha cominciato il suo declino? Che social network monopolizzerà la rete nei prossimi anni? Quanto ancora oltre rispetto ad ora si spingeranno la multimedialità e l’interattività degli utenti con il web? La TV per come la conosciamo oggi ha gli anni contati? Cosa faranno domani gli smartphone per noi (o contro di noi)?
Temi tanto intriganti quanto importanti, questi, dei quali si disserterà in questa puntata di RADIO THULE, alle ore 21 in FM e streaming su RCI Radio, con un ospite prestigioso e qualificato: Dario Bonacina, tecnico informatico, esperto di new technologies e cultura digitale, articolista per numerose testate del settore e, in questa puntata, nostra preziosa guida nel futuro della rete, e in fondo di noi tutti.

Dunque mi raccomando: appuntamento a stasera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui. Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 19 novembre, ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Il futuro del web? Comincia lunedì in RADIO THULE, su RCI Radio!

Il web, ovvero il mondo virtuale nel quale sempre più “viviamo” ovvero ci “manifestiamo”, giorno dopo giorno, tra social network, siti d’informazione e di influencer marketing, negozi on line, piattaforme multimediali a interattività sempre maggiore… Ma in verità dove sta andando, il web? Come si sta evolvendo? Facebook ha cominciato il suo declino? Che social network monopolizzerà la rete nei prossimi anni? Quanto ancora oltre rispetto ad ora si spingeranno la multimedialità e l’interattività degli utenti con il web? La TV per come la conosciamo oggi ha gli anni contati?
Temi tanto intriganti quanto importanti, questi, dei quali si disserterà nella prossima puntata di RADIO THULE, lunedì 5 novembre alle ore 21 in FM e streaming su RCI Radio, con un ospite prestigioso e qualificato
Save the date e occhio al blog, che a breve ne saprete di più!

Matera, capitale europea della… incultura?

Dicevano, motivando l’assegnazione del titolo di “capitale europea della cultura 2019” a Matera, che “L’obiettivo di Matera di porsi alla guida di un movimento finalizzato all’abbattimento degli ostacoli che impediscono l’accesso alla cultura è visionario”.

Bene, agosto 2017: delle (sole!) tre librerie cittadine, una è a rischio di chiusura. Riguardo i lavori programmati in poli culturali fondamentali per la città – e per una “capitale della cultura” ancor di più – come il restauro del Museo, il potenziamento della sede universitaria o la stabilizzazione della Biblioteca provinciale, «Non sono neppure state avviate le pratiche». Nel frattempo, i celeberrimi Sassi «si stanno trasformando in un bazar, rinnegando la loro storia. Dove c’erano officine, magazzini, cantine, ora i turisti dormono, mangiano, si abbronzano».

Ma tranquilli, manca ancora un anno e mezzo di tempo al 2019 e non si può non restare coerenti con quanto asserito nella citazione in testa all’articolo: infatti, sperare che in questo tempo rimanente la città diventi una vera e giustificata capitale europea della cultura non trovate sia altrettanto visionario?

Un attimo… vediamo cosa ha ribattuto l’assessore cittadino ai Sassi e alla Gestione Unesco: «Il percorso tecnico è definito, ora la parola passa alla volontà della politica».
Ah, la “volontà della politica”, dice?
Sì, assolutamente, totalmente, inesorabilmente visionario!

Sia chiaro: che l’intero anno 2019 in veste di “capitale europea della cultura” per Matera sia un successo strepitoso. Sperando che nel frattempo si determini cosa si voglia intendere per “cultura”: forse è questo il vero nocciolo della questione nonché l’autentico progetto di sviluppo a lungo termine per la città, ben oltre il 2019.

N.B.: fatti e citazioni riportate nell’articolo sono tratte da La Stampa, qui.

Le ceneri di Pasolini

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Se si dovesse, nonostante tutto, scegliere una parola che ha ossessionato la vita di Pasolini, l’argomento che sottende tutto il percorso intellettuale e umano dell’artista e che ci dà modo d’interpretare senza equivoci tutta la sua opera d’intellettuale, artista e cineasta, la scelta cadrebbe, senza alcuna esitazione, su passione. È nella passione la radice esistenziale di Pasolini, un eterno adolescente per il quale il mondo è un prolungamento di se stesso, un Narciso continuamente teso con lo sguardo per trovare la propria immagine riflessa sulla superficie  della realtà. E’ l’unico intellettuale italiano a possedere i tratti congeniali all’Eros di Platone, un filosofo artista che predica il mondo in un’effusione d’Amore.

Così scrive Giuseppe Salzano in un articolo intitolato La denuncia-poesia de “Le ceneri di Gramsci” che traggo dal sito del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, dedicato a quella che probabilmente è la più famosa silloge poetica di Pasolini il cui titolo pare sia stato ispirato proprio dalla suggestiva immagine – qui sopra riproposta – del grande intellettuale di fronte alla tomba dell’altrettanto grande filosofo, nel cimitero acattolico di Roma.

Ecco: Walter Siti, in questo articolo su Gli Stati Generali, afferma che “Pasolini tutti lo citano ma nessuno ha voluto essere suo erede“. L’immagine in testa al post – non a caso presente anche nell’articolo de GSG – mi ha riportato alla mente il testo di Salzano su Le Ceneri di Gramsci e la riflessione con cui ho “risposto” a quanto asserito da Siti Il quale, sia chiaro, è uno dei massimi esegeti di PPP, se non il massimo): non è che nessuno ha voluto essere erede di Pasolini, semmai – io credo – nessuno ha saputo essere un suo degno erede.  E se da un lato è – se così posso dire – “meglio” così, dacché ciò conserva in maniera netta e imperitura la sua figura e il suo pensiero senza pericoli di evoluzioni distorcenti, dall’altro lato è una delle più grandi tragedie italiane, questa: che non vi sia più alcun “intellettuale” (termine che a me non piace affatto e a breve – in un prossimo articolo – vi dirò perché) in grado di guidare in modo virtuoso e proficuo (per la cultura tutta, in primis) il “pensiero nazionale”, di tracciarne la via, di porvi i necessari marker filosofici (e non solo) che lo determinino ovvero – perché no – che ne siano riferimento per altrettanta costruttiva critica.

Non vorrei che, dopo “le ceneri di Gramsci”, si debbano pure rimpiangere le ceneri di Pasolini ovvero – identificate nella sua figura – quelle dell’intera cultura attiva italiana. Perché, in tal caso, a incenerirsi rapidamente sarebbe l’intero paese, con tutto quanto si porta appreso.

Self(ie)-publishing, ovvero: preservare le risorse naturali del pianeta è cosa nobile e lodevole!

(Immagine tratta da https://boscafelife.wordpress.com/)
(Immagine tratta da https://boscafelife.wordpress.com/)
Leggo spesso sul web interessanti elegie riguardanti il self-publishing e gli allettanti vantaggi offerti dall’autoedizione letteraria all’autore del terzo millennio rispetto a ciò che può offrire il 99,9% degli editori. Addirittura il self-publishing s’è guadagnato un proprio adeguato spazio nell’ultimo Salone del Libro di Torino, con un incontro (griffato Amazon!) nel quale alcuni autori indipendenti hanno rilasciato i propri consigli su come autopubblicarsi e promuovere le opere così prodotte al meglio. Ovviamente leggo anche di prese di posizione contrarie sulla questione, ma senza dubbio lo stato quasi cadaverico dell’editoria italica, e l’etica professionale assai evanescente che sovente presenta, rende piuttosto allettante nella mente dell’aspirante scrittore-con-titolo-edito-in-curriculum la scelta di fare da sé. Lo capisco, sotto certi aspetti.
Lo capisco, sì, come – valutando le circostanze e contestualizzando gli elementi che ne traggo – capisco che ancora oggi vi possa essere gente che pensi che la Terra sia piatta, tuttavia non lo ammetto. Così come, mi spiace, ma non posso proprio ammettere il self-publishing, ovvero: capisco che rappresenti un sistema di pubblicazione di testi scritti alternativo alla classica filiera editoriale, ma non posso ammettere l’uso che tanti, troppi fanno di esso, e le motivazioni che adducono a sostegno di tale loro scelta.
Tra di esse si annoverano il controllo totale sul proprio lavoro senza interferenze altrui (ma pensare che se uno ti consiglia di usare quella copertina piuttosto che quell’altra è perché magari ne sappia più di te, no?), il controllo quasi totale dei diritti sul venduto, al netto della percentuale per la piattaforma di stampa e/o di distribuzione (già, perché autopubblicandoti speri ardentemente di diventare milionario!), i tempi tecnici ridotti (voglio il mio libro subitooooo!), le spese assolutamente basse da sostenere… Ma la motivazione principale a sostengo del self-publishing, alla fine, è da sempre quella che non serva (non servirebbe) l’imprimatur di un editore “vero” per poter diventare, ed essere considerato, uno scrittore. Certo, di scempiaggini in forma di libro parecchi editori, sia grandi che piccoli, ne pubblicano a iosa. Ma quanti autori indipendenti sanno veramente autoresponsabilizzarsi al punto da far vagliare attentamente i loro scritti da gente che se ne intenda veramente (e mica dalla mamma o dalla morosa o dal cugino professore o dall’amico d’infanzia!) prima di decidere di pubblicarli, ovvero prima di cedere alla voglia matta di vedersi il proprio libro, con il proprio nome e cognome stampato in copertina a caratteri ben visibili, tra le mani?
Inoltre: il voler pubblicare ad ogni costo (siamo sinceri, è questa in fin dei conti la base del self-publishing e la sua fortuna!) non è in principio la stessa cosa? Alla fine, allo scrittore che vuole essere tale non interessa che vi sia un editore (sovente sconosciuto, poi) dietro la sua opera: interessa l’opera, il libro, il tomo cartaceo o digitale da mostrare in giro e sul web. Il poter dire “io ho scritto un libro!” – senza poi perdere troppo tempo nello spiegare come lo si è pubblicato, ovvero in base a che sostanziali elementi critici, letterari ed editoriali. Il farsi self(ie)-publishing, in pratica: l’importante non è scrivere, è mostrare il libro scritto agli amici e sui social. E sentirsi finalmente assunti nel celestial empireo degli scrittori. “Scrittori”, già: perché poi, scrivere un libro significa essere scrittori, la regola diffusa e condivisa è questa. Non autori, scrittori. Vabbè.
Insomma: convincetemi che in tema di self-publishing non possa essere valida la ben nota teoria delle finestre rotte, se potete. Che vale, e lo dico da subito, con l’editoria tradizionale – anzi, vale soprattutto con la grande editoria, coi suoi libroidi che non hanno alcun valore letterario imposti come mode irrinunciabili e venduti come fossero detersivi al supermercato – e dunque non vedo perché il self-sublishing ne sarebbe immune. Non vedo perché possa salvarsi dal modus vivendi e operandi imposto dalla società contemporanea – apparire, mostrarsi, esibire, ostentare, pavoneggiarsi, far sapere in ogni modo di esserci (per non sentirsi fuori dal giro (?), emarginati, ignorati, con troppi pochi “like” sui social… self(ie)-publishing, appunto! – proprio il sistema di pubblicazione editoriale più semplice, immediato e meno filtrato che sia disponibile oggi, cioè il più affine alla società liquida contemporanea. Perché pure nell’editoria tradizionale ci saranno tantissimi vetri rotti, ma tutto sommato – soprattutto tra gli editori indipendenti – resta qualcuno in grado di poterli sostituire o quanto meno riparare. Nel self-publishing, invece? Il giudizio dei lettori? Uh, sai cosa può interessare a quei tanti che si credono pronti per il Nobel letterario soltanto perché hanno scritto qualcosa – ovviamente ritenuto un capolavoro assoluto!
Eppoi, diciamoci la verità: cos’è tutta ‘sta foga di voler scrivere, e ancor più di dover pubblicare su supporto solido cartaceo (che alla fine si vede sempre meglio che un mero e inevitabilmente virtuale ebook) in ogni modo possibile ciò che si è scritto? Che senso ha, se poi dobbiamo considerare che in giro non vi sia un’analoga foga di voler leggere? Ma a questo punto non crediamo  – tutti quanti, sì – che pure l’impegno per la conservazione delle risorse naturali del pianeta, in special modo quelle boschive così terribilmente sfruttate per ricavarne carta poi utilizzata in modo parecchio discutibile, sia un’azione profondamente nobile e lodevole?
Tutto ciò, ribadisco per concludere, sapendo perfettamente che un sacco di editori – o pretesi/presunti tali – sono degli emeriti cialtroni, almeno in numero proporzionale a quello degli scrittori – o pretesi/presunti tali. Ma questo, in ogni caso, è un altro discorso.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.