La fine di Navalny (e della Russia)

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Forse Alexei Navalny non è un personaggio irreprensibile e so bene che la sua attività politica in passato abbia avuto degli aspetti controversi, ma rispetto a una figura totalmente bieca e meschina come quella di Vladimir Putin è un santo assoluto. Non so nemmeno se sia vero che stia morendo, nel carcere ove il regime russo l’ha rinchiuso, o se tali notizie così allarmanti rappresentino una mossa politica a suo sostegno (anche se bene bene non sta, pare proprio), ma senza alcun dubbio Putin la sua pena capitale l’ha firmata ed è solo questione di tempo affinché venga messa in atto – d’altro canto hanno già tentato di eseguirla, i sicari di Putin, ma gli è andata male. Forse è bene ricordare che il copresidente con Navalny del maggior movimento politico di opposizione al potere di Putin, Boris Nemcov, ha fatto la stessa fine.

Purtroppo tali circostanze non fanno altro che confermare, una volta di più, come la Russia, un grande e fondamentale paese che nelle mani di Putin diventa un “piccolo” staterello assolutista, rappresenti una proporzionale grande occasione persa per l’Europa e per fare del continente europeo, nel suo complesso, una potenza realmente dominante in grado di contrastare al meglio la maggiore minaccia planetaria attuale e nel prossimo futuro, quella rappresentata dalla Cina. Invece, appunto, un così grande paese si ritrova ostaggio di un miserrimo despota persino incapace di replicare ai suoi oppositori al punto di eliminarli uno a uno, con metodi da vecchia URSS comunista, pur di non affrontare loro e le accuse da essi contestategli. Povera Russia, che tristezza!

P.S.: per chi volesse saperne di più, sui movimenti russi di opposizione al potere putinista, può leggere il testo qui accanto (cliccateci sopra per sapere come acquistarlo). Come rimarca la presentazione, «Per molti mesi abbiamo cercato qualcuno che potesse scrivere un saggio per il pubblico italiano sulle opposizioni russe a Putin. Abbiamo ricevuto molti consensi all’iniziativa ma nessuno se l’è sentita di impegnarsi concretamente nella scrittura. Per andare in Russia ci vuole un visto e per lavorare a Mosca ci vuole un permesso. Tutti hanno ritenuto di non mettere a rischio queste situazioni, perché scrivere delle opposizioni russe può significare non andare più in Russia o essere espulsi o sottoposti a una qualche sgradevole ritorsione. Allora abbiamo deciso di fare da soli raccogliendo dalla stampa internazionale, traducendoli e adattandoli, documenti, interviste, interventi e articoli dei più noti esponenti dell’opposizione russa: le Pussy Riot, Mikhail Khodorkovsky, Alexei Navalny, Sergei Guriev e Yevgeny Roizman, da cui si può comprendere come in Russia la battaglia per la libertà d’opinione, d’organizzazione, di stampa, per l’incolumità degli oppositori politici sia ancora qualcosa da venire a quasi 25 anni dal crollo dell’URSS. Chiude l’ebook un saggio di Boris Dubin, del centro Levada, su “Mass media e società russa negli ultimi due decenni”.»

Parentesi americane

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Riguardo l’America contemporanea (intesa come USA, ovviamente), e in particolare circa l’ultimo lustro, quello con alla presidenza prima Donald Trump e ora Joe Biden, sento molti sostenere che  i quattro anni trumpiani siano stato una “parentesi” (di solito è questo il termine più gettonato) di natura antidemocratica e ultrapopulista nella tradizione storica di democrazia e progresso degli Stati Uniti. Parentesi chiusa con il ritorno alla “normalità politica” dell’amministrazione Biden, appunto.


E se invece fosse – e si dovesse pensare – l’esatto opposto?
Ovvero se la “parentesi” fosse quella di Biden e di una tradizionale normalità politica, una delle ultime di tale genere in una deriva ormai avviata e pressoché inarrestabile (salvo trasformazioni forse improbabili) verso una realtà futura autoritaria e oppressiva come quella narrata da Margaret Atwood nel suo celebre romanzo Il racconto dell’ancella – forse una delle opere letterarie distopiche recenti potenzialmente più prossime a diventare reali, almeno a giudicare da certi eventi come quello a cui fa riferimento la citazione lì sopra? (Cliccateci sopra per sapere di che si tratta.)

In fondo di basi prodromiche al riguardo ce ne sono parecchie – oltre a quella citata, la maggiore è ovviamente il grande consenso di cui l’ex presidente Trump gode: ben 74.216.154 americani lo hanno votato, il 47% degli elettori. Metà America, in pratica, nonostante tutto ciò che è stato, ha detto e ha fatto.

Forse la fanno troppo facile, insomma, quelli che pensano alla sua presidenza come a un “errore” ormai risolto e da dimenticare al più presto. Per il prossimo futuro americano conterà molto, più che i risultati concreti conseguiti, il consenso culturale (non solo quello politico) che Biden riuscirà a generare e consolidare, nel corso del suo mandato, così come, di contro, la capacità dei repubblicani di non frantumarsi se guidati (come pare sarà, da qui in avanti) da una figura talmente controversa e divisiva come Donald Trump. In ogni caso, rinnovo il mio consiglio: se non l’avete ancora fatto, leggete il romanzo di Margaret Atwood. Potrebbe rappresentare una sorta di “macchina del tempo letteraria” che vi svela ciò che sarà l’America tra qualche anno, già.

Zero “mi piace”

Poi, a volte, mi capita di pubblicare sui social – Facebook, ad esempio – gli articoli che propongo qui sul blog, e nessuno dei miei “amici” mette il “Mi piace”, come quello dell’immagine qui sopra, ad esempio.

Ecco, quando ciò accade, devo ammettere che non mi disturba affatto, anzi, sono piuttosto contento, sotto certi aspetti, e mi dico che in forza di ciò (senza apparire immodesto, spero, e ugualmente contando di proporre cose degne di interesse e non emerite vaccate) quanto ho pubblicato è forse il miglior contenuto possibile per un contenitore social come Facebook – ovvero per gli altri simili.

Si dovrebbe ritenere il contrario, formalmente: vero, ma solo se ci si conforma alle omologazioni imposte dai social network stessi. La prima delle quali è – per dirla in soldoni – “più mi piace hai e più sei un social-figo”: cosa che invece a me pare tra le più insulse che mai si possano sostenere ma che in effetti non è altro che la più recente declinazione di un principio ormai basilare per la nostra società delle apparenze, delle simulazioni e delle futilità. È (non sempre ma spesso) il contemporaneo orologio d’oro o la macchina costosa che fa credere di essere “uno che conta”, insomma, quasi sempre senza avere altre motivazioni valide a supporto di ciò. Un principio che alla fine rischia di rendere totalmente futile la società stessa, attraverso i mezzi con i quali vorrebbe mostrarsi sempre più social(e). Sempre che ciò non sia già accaduto, come molti sostengono. Già.

Niente da aggiungere

(Constanze Reuscher, giornalista indipendente tedesca, corrispondente dall’Italia per “Die Welt”, “Iconist”, “ZDF” nonché per la RAI e per altri organi d’informazione.)

P.S.: un “buon” argomento (seppure parecchio inquietante) però c’è, sul quale scrivere. Quello su come ancora vi siano italiani che riservano a questi “politici” tempo, attenzione, addirittura considerazione e persino il proprio voto, in caso di elezioni. Un bel mistero, degno d’un romanzo a metà tra giallo fantastico, genere gotico e umorismo, già.

Barzellette all’italiana

[Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per ingrandirla.]
E così, pare che i due argomenti principali sui quali in questi giorni si concentra l’attenzione di buona parte degli italiani siano la crisi di governo e il Festival di Sanremo.
Be’, lo capisco: raccontarsi barzellette in fondo è uno dei tanti modi per tenersi su il morale a vicenda, in questo periodo così difficile. Anche se a volte sono barzellette un po’ volgari, ma tant’è.

P.S.: per chi fosse così giovane da non ricordarselo, quello nell’immagine è Gino Bramieri, comico assai rinomato e barzellettiere celeberrimo.