E la “Biblioteca Nazionale dell’Inedito”?

Che poi sarebbe un “peccato” se dovesse cadere il Governo, laggiù in Italia. Sì, perché, se ciò accadesse, forse non si potrebbe più portare avanti il meravigliosissimo progetto del suo attuale Ministro per i beni e le attività culturali lì sopra esplicato dallo stesso alla sua intuizione, nel 2015 (cliccateci sopra per una più approfondita analisi).

Un’idea proprio geniale, sì, veramente degna dei migliori sketch dei Monty Python – avete presente il sublime The Ministry of Silly Walks? Be’, qui abbiamo The Ministry of Silly Ideas, già (e non solo quel ministero, peraltro). Un’idea il cui principio di fondo più o meno equivale all’andare su una montagna con ai piedi sci e scarponi dove non ci sono funivie e piste, o a raccogliere in un museo le testimonianze dei prodigi compiuti grazie ai talismani venduti da Vanna Marchi e dal Mago do Nascimento, oppure…. Ecco, oppure a far votare e approvare leggi a parlamentari mai eletti in Parlamento – il che, viste le così amene trovate che sovente quelli effettivamente eletti pensano e attuano, forse non sarebbe una cosa così dannosa e fuori luogo come si potrebbe ritenere.

D’altro canto, in base al principio (uguale e) opposto, ho fiducia che qualsiasi futuro governo italiano saprà stupire il mondo con ulteriori e ancor più strabiliantissime trovate – ne avrà certamente le “capacità”, senza dubbio. Che so, un archivio nazionale dei manoscritti non ancora scritti, ad esempio, o una cineteca delle parti tagliate dei lungometraggi girati da registi che non sanno ancora utilizzare una machina da presa, ecco. In fondo la creatività italiana non ha limiti, no?

40 milioni per i libri

[Foto di Phil Hearing da Unsplash.]
Leggo sul web che «Il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo ha firmato questa mattina (4 giugno, n.d.s.) due decreti del valore complessivo di 40 milioni di euro per sostenere le librerie e l’intera filiera dell’editoria. I 40 milioni di euro sono ripartiti in due decreti: il primo, del valore di 10 milioni di euro, che rafforza il “Tax credit librerie”, la misura introdotta nel 2017 per sostenere le librerie, soprattutto le più piccole e indipendenti, attraverso un credito d’imposta parametrato agli importi pagati per Imu, Tasi, Tari, imposta sulla pubblicità, tassa per l’occupazione di suolo pubblico, spese per locazione, mutui, e contributi previdenziali e assistenziali del personale dipendente. Il secondo, del valore di 30 milioni di euro, che prevede un acquisto straordinario di libri da parte delle biblioteche dello Stato, delle Regioni, degli enti locali e degli istituti culturali che potranno arricchire i cataloghi acquistando il 70% dei nuovi volumi in almeno 3 librerie presenti sul proprio territorio» (potete leggere la notizia completa, almeno dove io l’ho trovata, qui).

Se non si tratta della solita propaganda politicoide italiota, di quella fatta tanto da parole bellissime quanto da risultati concreti prossimi all’insignificante (lo so, sto mettendo le mani avanti, ma visto l’ambito di cui sto dicendo non si sa mai dove si va a finire e, quando pur si vada a finire da qualche parte, non è quasi mai un “bel posto”), mi sembra un’iniziativa finalmente virtuosa, almeno nelle intenzioni e al di là della sua più o meno congrua dotazione finanziaria, e che altrettanto finalmente pone attenzione e considerazione nei confronti di un comparto che per troppo tempo, e nonostante la sua importanza socioculturale, è stato lasciato solo con se stesso in balia di “squali commerciali” sempre più grandi e voraci, provocando ciò numerose (ovvero) troppe vittime.

Non resta che sperare che i bibliotecari italiani comprendano la suddetta virtù e se ne facciano ben ispirare per aiutare il settore delle librerie indipendenti e dei piccoli e medi editori, tra quelli più in difficoltà in forza della situazione generata dal coronavirus e, d’altro canto, quello che sovente, nella produzione editoriale italiana, sa offrire prodotti di alta e ormai rara qualità sia letteraria che tipografica. In fondo sarebbe bello che quest’opportunità diventasse un’ulteriore elemento per la creazione di quella necessaria rete (imprenditoriale, culturale, geografica), tra gli attori indipendenti del mercato editoriale italiano quanto mai preziosa per salvaguardarsi e contrastare con adeguata forza (ma senza nessuna stupida e inutile guerra, il cui epilogo sarebbe già scritto) la grande editoria e la relativa distribuzione.

Certo al riguardo c’è ancora molto da fare, in Italia – più che in altri paesi europei, purtroppo – ma, come si dice, se pur la vetta pare lontana ogni passo compiuto può portare sempre più in alto, a respirare aria meno stantia e più pura.

Gli stolti

Immaginatevi il proprietario di un terreno arido ma nel quale si trovi una miniera d’oro e che, a fronte di cotanta ricchezza bell’e pronta, continui a coltivare magre patate… Come lo giudichereste?
Oppure immaginatevi un emiro mediorientale il cui regno abbia il sottosuolo imbevuto di petrolio che, nonostante questa fortuna, si ostini a vendere solo cammelli, o un povero tapino a cui venga lasciato in eredità un patrimonio in denaro di miliardi e miliardi e lui lo tenga nascosto sottoterra per non saper cosa farsene, di tutti questi soldi…

Oppure ancora… immaginatevi una nazione che abbia sul proprio territorio uno dei più grandi e preziosi patrimoni artistici e culturali del mondo e, piuttosto di essere consapevole del suo valore e di come potrebbe renderla tra le più ricche in assoluto, passi il tempo nei centri commercia…

Ah no, un attimo. Questi non serve immaginarseli, esistono davvero.

Può sembrare un paradosso per il Paese che vanta la più alta concentrazione di beni artistici del mondo, eppure gli italiani sono fra i più pigri frequentatori di siti culturali in Europa. Lo dice l’ultima statistica Eurostat: mentre il turismo culturale, anche mordi e fuggi, ha avuto negli ultimi dieci anni un sensibile incremento un po’ dappertutto, in Italia siamo rimasti al palo. Alla domanda «Avete visitato almeno un monumento storico, un museo, una galleria d’arte o un sito archeologico nell’ultimo anno?», solo un italiano su 4 (il 26,1 per cento) risponde di sì, contro una media europea del 43,4 per cento.

(Tratto da questo articolo de Il Corriere.it.)

Amen.

La cancellazione del “due per mille” alla cultura, ennesimo imbarbarimento italico

È un’altra di quelle notizie passate sostanzialmente in sordina, questa – e volutamente, ne sono certo: la possibilità per ciascun contribuente di destinare il due per mille della propria imposta sul reddito delle persone fisiche «a favore di un’associazione culturale iscritta in un apposito elenco istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri», prevista con la Legge di Stabilità 2016, è stata cancellata dalla Dichiarazione dei Redditi di quest’anno senza alcuna spiegazione – mentre, ma guarda un po’, è rimasta ben salda la possibilità di destinare il due per mille ai partiti politici.

Personalmente ho letto di questa cosa qualche settimana fa, e di primo acchito mi è parsa così grave da non poter non essere corretta in qualche modo nelle settimane successive – come sovente accade, con le leggi italiane. Peraltro ho ritenuto opinabili le opinioni contrarie alla bontà del provvedimento (queste, ad esempio) perché disquisenti in senso critico su come lo stesso sia stato attuato (di nuovo all’italiana, ahinoi!) il che tuttavia non toglie affatto valore alla suddetta potenziale bontà, assolutamente (e disperatamente) necessaria a molte associazioni culturale del tutto virtuose ma lasciate languire dalla mancanza del supporto statale.

Dunque ho aspettato fin ad ora per scriverne, appunto nella speranza di leggere qualcosa riguardo a una correzione, un reinserimento, almeno una qualche valida giustificazione… niente di niente. L’unico parlamentare che ha sollevato la questione nelle sedi istituzionali (peraltro in modo controverso e bisbigliandola, ma tant’è) è stato il senatore Franco Panizza, del Partito Autonomista Trentino Tirolese (!) – e ho detto tutto sulla considerazione riservata alla questione dai siòri politici.

Fatto sta che quest’anno i cittadini italiani non potranno sopperire, attraverso il semplice atto di una firma sulla propria Dichiarazione dei Redditi, all’ormai cronico (e strategico, insisto) menefreghismo dello Stato nei confronti della cultura. E fate conto che nell’elenco ministeriale ci saranno pure state associazioni immeritevoli (ma qui è un problema di mancanza di controllo da parte del Ministero, non certo della bontà del provvedimento!), di contro c’erano pure fior di istituzioni come la Pinacoteca di Brera, il Teatro Stabile di Genova o la Società Geografica Italiana – l’elenco delle associazioni ammesse lo trovate qui, e già solo dandogli una rapida lettura si può capire quali tra di esse non c’entri granché!

Insomma, siamo alle solite: “cultura” è vocabolo col quale di frequente i rappresentanti delle istituzioni si riempiono la bocca nei propri arroganti discorsi pubblici ma poi, all’atto pratico, nel senso autentico e nella sostanza disdegnano in ogni modo possibile.

In fondo sarebbero assai meno ipocriti – essi, in ciò che rappresentano – se finalmente dichiarassero a reti unificate qualcosa del genere “allo Stato Italiano della cultura non frega assolutamente nulla!” La cosa diverrebbe definitivamente più chiara, palese, ufficiale, magari si potrebbe pure istituzionalizzare tramite un’apposita leggina e amen: almeno saremo certi della prossima fine della società civile italiana. Che non è sulla Luna o su Marte e dunque, come ogni altra, senza il supporto di una solida base di cultura, ben coltivata e diffusa da parte delle istituzioni in qualità di prime responsabili della sua presenza e del relativo accrescimento a favore del bene e del progresso intellettuale e morale della società stessa, sarà destinata a una rovinosa decadenza.

Ditemi pure che sono drastico, iperpessimista, catastrofista o quant’altro, ma la penso così.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Nel derby dei saloni Torino è in vantaggio su Milano, ma…

Volendo usare una metafora calcistica ovvero assolutamente nazional-popolare, e immaginando Tempo di Libri, la nuova fiera milanese andata in scena lo scorso mese, e il Salone del Libro di Torino, che partirà il prossimo giovedì 18, come due squadre di calcio, si potrebbe dire che stiano giocando una finale in due turni per il titolo di “miglior evento nazionale dedicato ai libri” e che la partita di andata sia finita con un risultato del tipo 0 a 3 o 0 a 4 per Torino, in trasferta.

Già, perché Tempo di Libri è stata un sostanziale fallimento, ormai tutti lo hanno rimarcato: inventata per fini del tutto politici e assai poco culturali, organizzata malissimo sotto ogni punto di vista e poi, una volta aperta, gestita ancora peggio. Sia chiaro: non che ci si potesse aspettare un successo sconvolgente fin dalla prima edizione, per un evento del genere; d’altro canto si può tranquillamente dire che nulla o quasi è stato fatto al fine di ottenere almeno un discreto successo, generando con tutto ciò gran risate e facce divertite in quel di Torino, che lo sgarbo di Milano l’ha subìto in maniera profonda e chissà quante macumbe ha tirato – la città sabauda, in senso lato – ai milanesi per favorire l’insuccesso di Tempo di Libri.

Fatto sta che, appunto, ora Torino ha guadagnato a suo favore un gran vantaggio su Milano, proprio come se avesse largamente vinto in trasferta un match sportivo. L’imminente Salone peraltro si presenta piuttosto bene, con un aumento di superficie, di editori, di eventi collaterali, una gran bella locandina e, in generale (pare) una verve parecchio diversa dal passato. Tuttavia, continuando nella metafora calcistica, vincere largamente la partita di andata non significa ancora portarsi a casa il “titolo” finale, e non di rado quelle squadre che lo pensano, sentendosi già forti di quanto conseguito nella prima partita e, di conseguenza, sedendosi su allori ancora virtuali, sovente piangono lacrime amare, alla fine di tutto. Ecco: Torino ha un gran vantaggio su Milano, lo ribadisco: di immagine, di prestigio del momento, di gioco – dacché ora può giocare totalmente all’attacco senza più dover pensare a difendersi – di potenziale gradimento del pubblico. Ma di contro ha un passato alquanto pesante da scrollarsi di dosso, un’immagine (propria) da ricostruire, svecchiare, rinnovare, la responsabilità di affermarsi come unico “vero” evento di promozione autenticamente culturale dei libri e della lettura in senso generale, senza legami con attori più o meno potenti del panorama editoriale nazionale e senza altri fini ben più “materiali”… Insomma: potrebbe conseguire una vittoria totale, da “cappotto” o quasi ma, se sbagliasse “partita”, potrebbe essere veramente l’ultima possibilità di poter “giocare” a così alto livello. Se Milano avesse toppato il proprio evento – e l’ha toppato – poteva campare mille scuse al riguardo, magari vacue ma tant’è – e le ha campate, in effetti; se toppa Torino, con trent’anni di storia alle spalle, lo “sporco” di passate polemiche e scandali da spazzare via, la necessità di rinnovarsi e riaffermare il proprio ruolo centrale e insostituibile per il mercato editoriale italiano, rischia veramente di non “giocare” più, lasciando paradossalmente il campo libero a un evento al momento perdente sotto ogni aspetto ma, nel caso, libero di poter agire in regime di monopolio o quasi (dipende dal futuro di Roma, evento certamente dotato di grandi potenzialità ma ancora incapace di sfruttarle al meglio) facendo ciò che vorrà a scapito di tutti.

Credo che Nicola Lagioia, direttore editoriale del Salone di Torino, e il suo staff siano ben consci di ciò e abbiano allestito l’evento di conseguenza, mettendoci tutto l’impegno del caso e pure di più. Hanno la vittoria in tasca, lo ripeto, ma come dice un vecchio proverbio, “Non convien cantare il trionfo prima della vittoria”.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.