Se l’ereader sembra già quasi “modernariato”

M’è arrivata, nella casella email personale, la pubblicità di un ereader. Era da un po’ che non ne ricevevo, quando invece qualche anno fa questi messaggi promozionali erano quotidiani o quasi.

In effetti di gente che legge libri o altri prodotti editoriali su un ereader è da tanto che non ne vedo, pur girando spesso per spazi e ambiti pubblici assai affollati; certo, se ne vedono pure pochi che leggano libri cartacei – siamo in Italia, ahinoi – ma almeno ogni tanto qualcuno me lo ritrovo davanti. Con degli ereader raramente; semmai con uno smartphone, ma con lettori di libri elettronici quasi nessuno. Seppur qualche anno fa, appunto, pareva che per mano degli ereader la fine del libro di carta fosse ormai scontata e sempre più vicina, e invece…

In verità, ciò non significa che non si leggano ebook: il mercato è in crescita, anche se in maniera molto blanda e per nulla “rivoluzionaria” (anzi, da qualche parte si registrano pure dei cali continui), in ogni caso l’aver ricevuto quella solitaria mail promozionale, poco fa, mi ha generato una sensazione di… di roba superata, di qualcosa che ha già fatto il suo tempo, di modernariato quasi.

In pratica, quello che avrebbero dovuto rapidamente diventare i libri di carta, con l’avvento di ebook e ereader. E invece…

Annunci

Continuano a non esserci più gli scrittori di una volta…

P.S. – Pre Scriptum: discorrendo con alcuni amici – tra cui un rinomato libraio – in occasione di un recente evento pubblico circa lo stato derelitto dell’editoria italiana e l’incancrenirsi delle cause all’origine di esso, m’è tornato in mente l’articolo sottostante, che scrissi più di 5 anni fa. L’ho immodestamente citato agli amici, quella sera, come il frutto di personali riflessioni appartenenti al passato ma, a ben vedere, quanto vi scrissi è totalmente valido pure oggi – per ciò ora lo ripropongo alla vostra attenzione. Brutto segno, questo: quando osservazioni su realtà ormai vecchie di anni risultano ancora attuali, è l’indicazione d’un sostanziale stato di involuzione in costante aggravamento col passare del tempo, soprattutto riguardo un’arte creativa ed espressiva quale è la letteratura nonché, più in generale, riguardo la società dalla quale essa scaturisce.
D’altro canto è evidente che il corso di tale stato possa essere invertito rapidamente, in presenza di una volontà condivisa di ottenere tale scopo dentro e fuori l’ambito letterario-editoriale. Basta volerlo, insomma, promuovendo le giuste condizioni culturali a tal fine. Non ci vuole molto: ma lo si vuole?

La letteratura italiana continua a girare attorno ai soliti tre o quattro nomi: Calvino, Gadda, Pavese… Poi viene soltanto una modesta scuola postmoderna nella quale non mi riconosco; un relativismo che finisce per dissolvere l’idea stessa del male. E diciamo la verità, questo vale anche per una certa letteratura americana à la page… non certo Faulkner o Bellow.

(Enzo Bettiza, estratto da Novecento, il secolo del Male ancora in cerca di scrittori forti, Corriere della Sera, 2 aprile 2010.)

Stavo disquisendo qualche giorno fa, con “colleghi” autori ed editori durante la Rassegna della MicroEditoria di Chiari, di tale questione – e lo facevo proprio lì, in un evento dedicato a quell’editoria indipendente nella quale si può ancora trovare letteratura di qualità, sovente ben più che nei cataloghi dei grandi e blasonati editori. Ci si chiedeva, in buona sostanza: ma non è che qui, in Italia, non ce ne sono più di grandi scrittori? Non è che ha ragione Bettiza, che pur con tutta la produzione letteraria ed editoriale contemporanea (e lasciando stare ciò che succede all’estero, in America o altrove, visto che almeno io non conosco così bene quel panorama letterario da poterlo indubitabilmente giudicare) di gente come Calvino, Gadda, Pavese in giro non ce n’è proprio più?
Ovvero, intendiamoci: di bravi scrittori ce ne sono parecchi in circolazione, gente che sa scrivere, che sa usare la lingua italiana, che sa creare storie accattivanti, divertenti, piacevoli da leggere, questo è fuor di dubbio. Ma di autori che sappiano creare opere dotate di autentico valore letterario, di spessore, di rilevanza tale da apparire – anche da subito, fin dalla prima lettura – come qualcosa che certamente resterà, che non verrà dimenticata e superata da altre future cose? Che sappiano mettere nei loro testi non solo belle storie, personaggi suggestivi, argomenti intriganti e/o emozionanti ma pure quel quid, quel tot di vera, alta o altissima letteratura il quale renda i loro libri elementi culturali imprescindibili per il pubblico, dunque per la società, che può usufruire della loro lettura? Ecco, ribadisco: mi viene da pensare e mi è venuto da esprimermi, a Chiari con i miei interlocutori, più o meno come si è espresso Bettiza. Unica differenza, ho citato qualche altro esempio di autore del passato ad oggi, secondo me, mai raggiunto da nessuno (Buzzati, ad esempio).
Da tale riflessione ricavo una provocazione pressoché inevitabile: e se noi autori italiani contemporanei, in quanto esponenti della società dalla quale veniamo e nella quale viviamo ovvero da narratori di essa e gioco forza influenzati da essa e dalla sua realtà ordinaria – pur se scriviamo storie di purissima fantasia – finissimo ineluttabilmente e nostro malgrado ad assumere da questa nostra società una certa parte, poca o tanta, della sua palese decadenza, la quale va a intaccare fin dal principio (ovvero nella nostra testa) la bontà letteraria di ciò che scriviamo? Se la capacità dei grandi scrittori del passato come quelli citati di ergersi al di sopra dell’ordinarietà quotidiana per raccontare storie e scrivere libri realmente originali, illuminati e illuminanti oggi, nel sistema politico, economico, sociale e culturale per molti versi corrotto in cui viviamo, non fosse più possibile? Anzi, se pure quando ci si creda alternativi e “antagonisti” a tale sistema e si ritenga di scrivere cose conseguenti, in effetti non si sia che un ennesimo e patetico sottoprodotto di esso, in fondo fruttuoso al suo proliferare?!?
Insomma – per tornare su un piano più pratico – e se in Italia si leggessero pochi libri anche perché non ve ne siano in giro di così sublimi e imperdibili?
E’ una provocazione, lo ripeto, che peraltro ritaglio in primis su me stesso e sul mio meditare circa tale questione – non sto dando dell’incapace letterario a nessuno, sia chiaro! Ma per il bene della letteratura, in virtù della passione di chiunque verso i libri e la lettura e in considerazione della realtà dei fatti nazionale (senza inutili e vuoti catastrofismi, eh!), credo che ci si debba interrogare anche con modalità così urtanti, in modo da comprendere nel miglior modo possibile la situazione in corso e trarne buone conseguenze, azioni, reazioni e ispirazioni.

P.S. – Post Scriptum #1: l’immagine in testa al post riproduce la pagina di uno dei giornali che hanno ripreso il mio articolo, in tal caso La Voce di Romagna. Cliccateci sopra per leggerlo in un formato più grande.

P.S. – Post Scriptum #2: uno sviluppo successivo delle riflessioni che avete appena letto lo trovate qui, in un articolo a mia firma su Cultora.

INTERVALLO – Sondrio, “Volontari per la Cultura”

Di solito in questo spazio periodico denominato “INTERVALLO” (come quei vuoti tra un programma e l’altro sulla TV di tanti anni fa riempiti di immagini di bei paesaggi, per chi si chieda il motivo di tale nome) mostro bei luoghi (appunto!) dedicati ai libri e alla cultura, biblioteche in particolare. Questa volta voglio mostrare “l’altro lato della medaglia”, ovvero rendere omaggio a chi le biblioteche (e non solo quelle) le mantiene vive e attive, per giunta in modo del tutto volontario.

Volontari per la Cultura, infatti, è il programma attivo dal 2012 per favorire il volontariato nelle biblioteche e nei musei della provincia di Sondrio, al quale nel 2018 hanno partecipato oltre 290 volontari al servizio di 24 biblioteche e 5 musei con attività che vanno dall’affiancamento dei bibliotecari e degli operatori museali nel lavoro di gestione delle aperture dei relativi spazi, alle attività di ausilio alla lettura e allo studio per adulti e bambini, ai corsi di vario genere fino all’organizzazione di eventi, visite guidate, laboratori didattici, ricerche d’archivio.

Volontari per la Cultura è nato dalla convinzione che le persone sono portatrici non solo di bisogni ma soprattutto di capacità che possono essere messe a disposizione della comunità e che la loro partecipazione è perciò un’occasione di arricchimento. Si può dire che non ci siamo inventati nulla, ma ci siamo richiamati al principio di sussidiarietà sancito dalla nostra Costituzione, che chiede agli enti pubblici di favorire l’iniziativa dei cittadini, non solo associati, ma anche singoli. L’obiettivo del programma perciò non è mai stato quello di sostituire il personale qualificato che lavora nelle biblioteche nei musei, bensì quello di far crescere la cittadinanza attiva.” Così dicono di loro stessi i membri di Volontari per la Cultura, e non serve denotare quanto un tale progetto possa essere importante ed esemplare, e quanto sia da sostenere in ogni modo: è un patrimonio (umano) prezioso almeno quanto i luoghi che contribuisce a mantenere vivi e massimamente fruibili per tutti.

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web di Volontari per la Cultura e conoscerne le numerose attività nonché, se siete residenti in provincia di Sondrio, parteciparvi.

Quelli che si vantano di non leggere

(Mark Twain, “The town drunkard asleep once more”, 1883.)

Quelli che si vantano di non leggere libri o di non apprezzare l’arte mi ricordano tanto quelli che ostentano la loro “capacità” di reggere l’alcol e di non subirne gli effetti: bevi e bevi, prima o poi ubriachi fradici se non in coma etilico al pronto soccorso ci finiscono tutti – o, peggio (per loro), con l’auto in un fossato. E certamente, in ogni caso, non per colpa dell’alcol.

Le biblioteche del futuro

Le biblioteche sono come un monumento: sono un simbolo che tutti abbiamo l’obbligo di rispettare, che ci andiamo o meno, che le utilizziamo o meno. Per il semplice motivo che la sola esistenza è già essa stessa un servizio. Giovani e anziani, grandi e piccoli sanno che possono andare in biblioteca e leggere, conoscere, capire, imparare, approfondire. Più di ogni altra offerta culturale, questa è pubblica per eccellenza. Come il diritto allo studio e il diritto alla salute. Almeno per le nostre radici culturali. Però, proprio perché alla base della meritorietà delle biblioteche c’è il loro essere un punto di riferimento del sapere, bisogna anche fare i conti con modelli di accesso in continua evoluzione. Oggi ci sono Internet e il digitale. Le biblioteche, come tutta l’editoria del resto, ancora non hanno fatto veramente i conti con questa trasformazione. Vuoi che l’essere di massa del digitale sia tutto sommato recente, meno di vent’anni; vuoi che sia un cambiamento così radicale e profondo che in effetti non è ancora facile vederne i confini; ma la realtà è che Internet ha cambiato le vite di tutti i noi, di tutti i giorni.
Molti dei servizi esistenti, e che sono sopravvissuti, stentano comunque a cambiare pelle. Molti sono scomparsi, obsoleti per contenuti e per forma. Non vale per altri, come appunto le biblioteche. Però, come è evidente che le biblioteche non sono più una porta di accesso al sapere, non riescono a diventare invece una scala del sapere, un mezzo per andare in profondità. In che modo la biblioteca può essere un “ascensore”? […]

(Fabio Severino, Le biblioteche del futuro, su Artribune #42, marzo-aprile 2018. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo nella sua interezza.)