Le biblioteche del futuro

Le biblioteche sono come un monumento: sono un simbolo che tutti abbiamo l’obbligo di rispettare, che ci andiamo o meno, che le utilizziamo o meno. Per il semplice motivo che la sola esistenza è già essa stessa un servizio. Giovani e anziani, grandi e piccoli sanno che possono andare in biblioteca e leggere, conoscere, capire, imparare, approfondire. Più di ogni altra offerta culturale, questa è pubblica per eccellenza. Come il diritto allo studio e il diritto alla salute. Almeno per le nostre radici culturali. Però, proprio perché alla base della meritorietà delle biblioteche c’è il loro essere un punto di riferimento del sapere, bisogna anche fare i conti con modelli di accesso in continua evoluzione. Oggi ci sono Internet e il digitale. Le biblioteche, come tutta l’editoria del resto, ancora non hanno fatto veramente i conti con questa trasformazione. Vuoi che l’essere di massa del digitale sia tutto sommato recente, meno di vent’anni; vuoi che sia un cambiamento così radicale e profondo che in effetti non è ancora facile vederne i confini; ma la realtà è che Internet ha cambiato le vite di tutti i noi, di tutti i giorni.
Molti dei servizi esistenti, e che sono sopravvissuti, stentano comunque a cambiare pelle. Molti sono scomparsi, obsoleti per contenuti e per forma. Non vale per altri, come appunto le biblioteche. Però, come è evidente che le biblioteche non sono più una porta di accesso al sapere, non riescono a diventare invece una scala del sapere, un mezzo per andare in profondità. In che modo la biblioteca può essere un “ascensore”? […]

(Fabio Severino, Le biblioteche del futuro, su Artribune #42, marzo-aprile 2018. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo nella sua interezza.)

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INTERVALLO – Birmingham (Gran Bretagna), New Public Library

Nove piani, 31.000 metri quadri, 230 milioni di Euro di costo, oltre 2 milioni di volumi (tra i quali le prime edizioni di alcune opere di William Shakespeare), capacità di accogliere fino a 10.000 persone al giorno. Questi alcuni dei numeri della Nuova Biblioteca Pubblica di Birmingham, inaugurata nel settembre 2013, tra le più grandi in Europa. Edificio dall’architettura avanzata, iconico, ecosostenibile, nonché vero e proprio fulcro di un distretto culturale con monumenti storici, teatri, auditori pubblici, musei e gallerie d’arte, che caratterizza il rinnovato aspetto urbanistico della città inglese ponendovi al centro la cultura, in senso sia materiale che immateriale.

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della Biblioteca, oppure qui per leggere un articolo ad essa dedicato dalla rivista di architettura Domus.

INTERVALLO – Ankara (Turchia), Biblioteca Pubblica di Çankaya

Una piccola biblioteca pubblica che evoca innumerevoli suggestioni come poche altre (anche quando ben più grandi e prestigiose) sanno fare, quella di Çankaya, città nei pressi della capitale turca Ankara. Qui, i netturbini locali hanno preso a recuperare e “salvare” i libri che trovavano tra i rifiuti raccolti quotidianamente, arrivando in breve tempo ad accumularne un numero cospicuo e a interessare alla loro iniziativa molti altri residenti, che a loro volta hanno donato libri propri ovvero ritrovati un po’ ovunque. Così, il 18 gennaio scorso, è stata inaugurata una biblioteca pubblica con ben 6.000 volumi ordinati nei suggestivi locali di una ex fabbrica di mattoni a sua volta abbandonata, realizzando un’iniziativa meravigliosa, di raro valore socio-culturale e, come detto, dalle molteplici suggestioni profondamente esemplari. Ad esempio dimostrando come i libri (e la cultura in genere) sappiano suscitare grandi cose e migliorare il mondo anche quando abbandonati o deprecabilmente gettati nella spazzatura.

Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per leggere un articolo al riguardo di CNN (in inglese).

P.S.: en passant, i libri non si buttano mai via, nemmeno quelli peggiori. Piuttosto si regalino a qualcuno o alla biblioteca più vicina. A chiunque li gettasse nella spazzatura comminerei svariati mesi di condanna ai servizi sociali, se ne avessi facoltà.

P.S.#2: grazie a Rossella Mauri che ha indirettamente ispirato questo articolo.

La soluzione finale

Io, in ogni caso, resto fermamente convinto che se si eliminasse la TV questa nostra società sarebbe migliore e più civica di quanto sia. Oppure, sarebbero da istituire dei – se mi passate la definizione – “corsi di visione intelligente del mezzo televisivo” chiaramente obbligatori per tutti. Perché, sia chiaro, il problema non è la TV in sé: è ciò che propina e in che modo il suo pubblico assume quello che gli viene propinato – con tutte le relative conseguenze. È d’altro canto inutile continuare a dibattere se si sia degradato prima il pubblico oppure i programmi, ovvero chi abbia generato una certa domanda e una certa conseguente offerta: è ormai esercizio di pura retorica, interessante nella forma ma inutile nella sostanza, appunto.

E siccome immaginare di cambiare i palinsesti attuali è cosa assai ardua, per quante poltrone si dovrebbero far saltare e per quanta gente su di essi subdolamente ci campa, verrebbe più facile educare le persone alla visione di quei (pochi) programmi intelligenti (il che non significa automaticamente che debbano essere culturali) che qualche canale ha ancora l’ardire di produrre. Tuttavia, posto che pure tale soluzione potrebbe risultare di assai ardua realizzazione, anche in forza dello stato di grave e forse irrecuperabile lobotomizzazione televisiva ormai sofferto da molti telespettatori, facciamola breve, eliminiamo la TV e tutto quanto di relativo e stop, fine, basta, amen. Ecco.

P.S.: hanno un bel dire, al momento, quelli che sostengono che in fondo il web è uguale se non peggio della TV. Forse lo sarà, un domani, forse invece non lo sarà mai, fosse solo per la sua naturale pluralità e la ben più libera fruibilità. Infatti, non a caso, nel giro di qualche anno il web se la mangerà, la TV: e se questo sarà buona cosa o ulteriore tragedia lo scopriremo solo assistendo, già.

Inquinamento luminoso (e antropologico)

Comunque, nel nostro mondo quotidiano ci sono assurdità talmente evidenti e drammatiche che, se fossimo veramente una civiltà, una società urbana, evoluta, progredita, ci impegneremmo a fondo e senza remore per eliminarle nel più breve tempo possibile. Ad esempio la tragica negazione della visione della volta celeste per via di frequentissime e scellerate illuminazioni artificiali notturne. Una visione di valore antropologico ancestrale e assoluto che ormai non sappiamo più cogliere, dalla quale ormai ci siamo separati senza renderci conto di quanto questo deprima il nostro essere creature intelligenti e, appunto, civilizzate.

Per quanto mi riguarda, sarei pronto a scommettere – se mai una scommessa del genere avesse un senso – che se noi umani avessimo mantenuto il legame atavico con il cielo stellato e l’infinito cosmico (“Ogni uomo è una stella” sosteneva Aleister Crowley – del quale non a caso ho detto nel post precedente), oggi vivremmo in un mondo migliore. E se anche non ci posso scommettere sopra, credo fermamente in ciò.

Come già scrivevo qui, quasi un anno fa: incantatevi a osservare le stelle, regalatevi questa emozione insuperabile. Sintonizzatevi sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa avrete la luce delle stelle.
E non quella di tanti immondi lampioni, ecco!

P.S.: per saperne di più sul tema, cliccate qui.