Destra, sinistra, destra, sinistra, sinistra, destra. Democrazia?

Ma non è che proprio ciò che si ritiene una delle più grandi “virtù” della democrazia, ovvero l’alternanza elettorale tra destra e sinistra – cioè questa specie di “alternanza” divenuta ormai una bizzarra contrapposizione delle due facce di una stessa medaglia (clic) – sia in verità un autentico cancro per la buona salute della democrazia stessa? Che sia – passatemi l’esempio – tipo l’amianto, che quando lo si cominciò a utilizzare venne presentato e imposto come una grande innovazione per poi scoprire quanto invece fosse potenzialmente letale? E che il sintomo maggiore di questo stato “neoplastico post-ideologico” – sintomo il quale è già un’inquietante patologia, a ben vedere – è l’ultrapopulismo che deborda propagandisticamente sia da una parte che dall’altra, il quale rappresenta una sostanziale, paradossale e pure perniciosa alterazione del concetto originario di démoskrátos, di “potere del popolo”? È, il popolo, effettivamente rappresentato da quella continua, “democratica”, drammatizzata alternanza? È il popolo il vero fautore del potere a cui la società viene sottoposta? Oppure da un bel po’ di tempo – qualche lustro, almeno – sta accadendo l’esatto opposto?

Ecco, non sono che alcune delle domande che mi pongo, da individuo libero che cerca di dotarsi d’un confacente (ai tempi che viviamo) buon senso civico.
Dacché, in effetti,

Il vero problema dell’attuale stato della nostra civiltà è che abbiamo smesso di farci delle domande.

(Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, traduzione di Oliviero Pesce, Laterza, 2005, pag.8.)

Annunci

Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte III)

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si dimostra “chiaroveggente” in modo incredibile, Calvino, in questo brano delle Lezioni Americane, che pare una descrizione degli attuali social media scritta oggi, non 35 anni fa. Ma anche più avanti il grande scrittore ci offre un’illustrazione sorprendentemente attuale della nostra civiltà, ove segnala che, in fondo, le immagini sono inconsistenti perché il mondo è inconsistente, perché lo è la vita di molte, troppe persone, per le quali le immagini diventano l’unica manifestazione paradossalmente possibile, invero del tutto virtuale e priva di autentica vitalità se non di vera umanità. D’altro canto cosa sono “le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine” se non, pure qui, una profetica definizione del presente che viviamo, del tutto correlabile al concetto baumaniano di società liquida ovvero della “forma” con cui spesso si manifestano le (non) relazioni sociali odierne?

Sono passati 35 anni, appunto. E non sono passati bene, ahinoi.

La polenta di mais (una storia un po’ vera e un po’ verosimile)

Ora vi racconto una breve storia, per la gran parte vera e per una piccola parte, se così posso dire, verosimile.

C’era una volta la polenta – ma proprio letteralmente, nel senso che c’era la polenta come una volta (cinquecento anni fa, suppergiù) la facevano: generalmente con farina di segale o di farro, cereali tipici delle zone rurali e montane. La gente di allora la mangiava e gli piaceva, anche perché non è che ci fosse granché d’altro di cui cibarsi, ai tempi. Quella c’era e quella andava bene, senza pensarci più di tanto.

Poi, un giorno (del XV secolo), dal Nuovo Continente detto “America” cominciò a giungere un’altra farina, mai vista prima: la farina di mais, o “granoturco”. Inizialmente tale novità passò quasi inosservata, anche perché si pensò che il mais servisse solo a divenire buon foraggio per gli animali e nulla più; per di più lo si poteva coltivare negli orti, esenti da canoni e decime quindi direttamente utilizzabile da chi lo coltivasse senza altri passaggi “politico-daziari”, ed era in grado di assicurare una produzione maggiore rispetto a quella dei cereali tradizionali. Si diffuse così assai rapidamente e ben presto qualcuno intuì che, soprattutto per la popolazione meno abbiente, il mais poteva rappresentare una risorsa alimentare assolutamente importante, se non vitale. Lo si macinò, se ne produsse farina di varia granatura e subito si comprese che quella farina poteva risultare adatta proprio a cucinare il piatto principale di tante comunità del tempo, la polenta: si provò a cucinarla e – sorpresa delle sorprese! – non solo se ne produceva molta di più rispetto a prima ma la polenta di mais, d’un bel colore giallo vivo, era pure molto più gustosa di quelle ottenute dalle farine rustiche tradizionali. Certo, le prime volte il sapore risultava diverso, strano, d’altro canto per secoli s’era gustata tutt’altra polenta e si sa, le abitudini consolidate è duro accantonarle, ma non ci voleva molto che il palato si concordasse con il “nuovo” sapore, anzi, che lo trovasse assolutamente buono, appunto.

«Apriti cielo! Qual sacrilegio si vuol porre in atto!» qualcuno sbottò. Ma come?! La “nostra” polenta la si cucina con segale o farro, tutt’al più con farina di castagne o di miglio! Come si può offendere tale secolare tradizione subendo l’invasione di quella bizzarra pianta esotica? Si difendano i “nostri” valori culinari, si diffidi da ogni farina immigrata, si fermi subito l’invasione! Prima le nostre farine! Quella polenta giallastra se la cucinino a casa loro!
Proteste varie e a volte veementi si levarono da più parti eppure, nonostante ciò, la farina “immigrata” di mais si diffuse in misura sempre maggiore: d’altro canto contribuiva parecchio a sfamare contadini e montanari, era molto buona e, con un minimo di buona sapienza culinaria (sovente frutto delle risorse e delle necessità quotidiane ovvero del più pragmatico buon senso), si poteva integrare bene e proficuamente con altre pietanze tipiche e tradizionali dei territori in questione – formaggi, selvaggina e carni varie, latte, patate e così via – affinandone sempre di più la prelibatezza.

Così, pur tra le grida dei vari detrattori, la polenta di mais divenne sempre di più un elemento fondamentale della dieta rurale alpina (e non solo), al punto che giunse il giorno in cui qualcuno in viaggio in terre lontane da quelle natie, alla domanda su quale pietanza fosse la più mangiata tra la sua gente, rispose senza esitazione: «La polenta!». Ed erano sempre di più, anno dopo anno, a rispondere in quel modo: ormai la polenta gialla non era più solo un cibo tra tanti altri, ma era diventata un vero e proprio simbolo identitario delle genti che se ne cibavano, distintivo nei confronti dei forestieri e accomunante verso gli altri abitanti dei territori similari e con affini saperi, capace di identificarli e indicarne a suo modo il proprio bagaglio culturale ed etno-antropologico così come diventando, la polenta stessa, una specie di carta d’identità gastronomica (ma non solo) di inconfondibile valore.

Insomma: da pietanza “invasiva” e “calpestante” le tradizioni e le identità originarie, a nuovo e forte simbolo identitario nonché altrettanto forte e strutturata tradizione culturale – nel senso più ampio del termine – dacché, come disse Oscar Wilde, la tradizione è un’innovazione ben riuscita. E la polenta lo fu, e lo è, alla massima potenza, al punto che oggi siamo in molti a difenderne il valore culturale e identitario tradizionale (sic et simpliciter), con tanta passione, nessun pericolo di ideologismi di sorta e un’antropologica golosità.

Ecco, fine della storia breve.

Nel nostro mondo fluido impegnarsi per tutta la vita nei confronti di un’identità, o anche non per tutta la vita ma per un periodo di tempo molto lungo, è un’impresa rischiosa. Le identità sono vestiti da indossare e mostrare, non da mettere da parte e tenere al sicuro.

(Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Laterza 2003, pag.87.)

Benvenuti nell’era della “non verità”!

pinocchio-giornale

Qual è il filo conduttore che lega tra loro Brexit, Donald Trump e i 35 euro che migranti e rifugiati riceverebbero ogni giorno dal governo italiano? La risposta sta in un’espressione inglese di due parole: post truth. Un’idea, quella che la nostra società stia attraversando un’epoca di “postverità”, elaborata per la prima volta nel 2004 dallo scrittore e saggista americano Ralph Keyes in un libro intitolato The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life. Ma di che cosa parliamo, precisamente, quando parliamo di postverità?
Dire che la postverità sia semplicemente una menzogna è riduttivo, anche perché la bugia è sempre esistita e ha da sempre fatto parte dell’armamentario retorico dei politici. Semmai, in questo caso siamo di fronte a qualcosa di diverso: perché la postverità non è una semplice falsificazione della realtà, bensì un ordine del discorso che si appella all’emotività per superare i fatti e dare così consistenza a una credenza.
(…)
L’uso politico della postverità sancisce così un predominio della soggettività sul dato oggettivo. Il suo affermarsi come uno degli ordini del discorso contemporaneo – forse l’ordine del discorso per eccellenza dell’epoca che stiamo vivendo – apre a un ulteriore oltrepassamento; quello dei fatti, appunto. All’epoca della postverità fa insomma da corollario una società post-fattuale, in cui le tradizionali istituzioni deputate all’accertamento della verità perdono progressivamente ogni autorità e sono costrette a rinegoziarla su un piano che appare oggi completamente mutato.
(…)
La nozione di verità basata su fatti osservabili e testimoniabili ha caratterizzato la nostra società da allora più o meno fino alla metà del ventesimo secolo, quando il postmodernismo da una parte e il fondamentalismo dall’altra hanno cominciato a metterla in discussione. Il primo lo ha fatto diciamo così “da sinistra”, decostruendo i rapporti di potere che soggiacevano all’idea di verità per mostrare come questa fosse una nozione culturalmente costruita da cui derivavano una serie di conseguenze in termini di dominio, sfruttamento e normalizzazione dei rapporti e delle forme di vita. Il secondo lo ha fatto “da destra”, reintroducendo nel concetto di verità la variabile divina, all’esterno della quale non si dà alcuna verità. Se le origini del superamento dei fatti come base per la verità vanno ricercate in queste due correnti di pensiero, l’evento scatenante che apre a una società post-fattuale è tuttavia l’avvenuta transizione digitale della nostra cultura. Come nota Katharine Viner in un saggio pubblicato sul Guardian lo scorso luglio, la tecnologia ha disintermediato la verità. Ovverosia l’ha fatta deragliare dai binari in cui eravamo abituati a collocarla, per farle assumere una fisionomia del tutto nuova e, forse, oggi non ancora chiaramente definita.

Sono alcuni passaggi di un articolo a firma di Flavio Pintarelli, uscito su Prismo lo scorso 3 ottobre, che ho trovato tra i migliori in tema di crescente trionfo (dacché tale parrebbe, al momento) della post verità – che io trovo ancor più significativo chiamare non verità – nel prismo_logonostro tempo attuale; articolo che vi invito caldamente a leggere, qui.
È un trionfo – intendiamoci: spero vivamente che non lo sia, uso il termine solo con (inevitabile) senso drammatizzante – che di fatto mette in difficoltà anche il razionalismo quale elemento fondativo e insostituibile di una società/civiltà autenticamente avanzata e libera. Se quasi un secolo e mezzo fa Nietzsche osservava (in Umano, troppo Umano, 1878-1879) che «La fede nella verità comincia col dubbio in quelle “verità” finora credute» – aforisma a mio parere semplicemente fondamentale per qualsiasi intelletto attivo -, oggi stiamo giungendo ad un punto opposto, ovvero alla negazione di qualsiasi dubbio in presenza di (presunte) verità pur prive di fondamento – anzi, soprattutto per esse più che per altre. Una condizione non tanto ir-razionale quanto più anti-razionale. Il che, inutile rimarcarlo, nella ipertecnologica era dell’informazione totale rappresenta un vero e proprio paradosso, che rischia di rendere altrettanto paradossale dunque incredibile – nel senso proprio di non credibile – persino la più nuda e cruda realtà. Condizione che non può che avere effetti devastanti – alcuni dei quali stiamo già vivendo, in fondo; ma torniamo di nuovo all’evidente sincronismo con certa letteratura distopica novecentesca e con i suoi fantasticati mondi sociali nei quali la verità delle cose, e la conseguente realtà dei fatti creduta dai più, sono elementi decisi a tavolino da un potere superiore, totalmente svincolate da qualsiasi riscontro oggettivo e verificabile. Ma lo si dice spesso che la fantasia, anche quella più sfrenata, viene spesso superata dalla realtà ordinaria, no?

AA.VV., “Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio”

Progetto2Qualche tempo fa pubblicavo un articolo, qui nel blog, nel quale sostenevo come dalla montagna – la derelitta (in Italia) montagna, zona del paese troppe volte e per troppo tempo lasciata dalla politica ai margini delle strategie di sviluppo e di progresso nonché costretta ad un declino culturale autonichilista ovvero indotto dall’imposizione di modelli di gestione amministrativa del tutto avulsi dal peculiare contesto ambientale, sociale, antropologico e quant’altro – potesse discendere la salvezza (culturale, ma non solo) della nostra società. Ciò perché – scrivevo e ne sono certo oggi più di allora – la montagna, nonostante tutto, ha conservato alcuni dei valori culturali fondamentali per il buon vivere collettivo che la società del piano, quella post-moderna, post-industriale, post-urbana, sempre più in balìa della società liquida e assediata dalla pandemia dei non luoghi (per citare due concetti cardine della sociologia contemporanea), ha smarrito e ora necessita terribilmente.
Posto ciò, trovo Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio, ponderoso tanto quanto tematicamente ricco volume pubblicato dal Centro Studi Valle Imagna (una delle migliori associazioni culturali nelle Alpi italiane in tema di ricerca, studio e promozione dei processi culturali per la riscoperta e la valorizzazione della storia sociale delle comunità di Valle Imagna, in primis, ma delle dinamiche di salvaguardia e sviluppo delle zone montane in genere) una lettura fondamentale per quanto inizialmente affermato, nonostante sia una pubblicazione edita nel 2007. Anzi, potrei anche dire che questi (quasi) 10 anni di distanza dalla pubblicazione originaria ne abbiano pure accresciuto il valore (continua…)

Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Leggete la recensione completa di Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!